aprile 25, 2015 | by redazione
“Per un attore fermarsi equivale a morire” a Ravello Magazine la bellissima Maria Concetta Liotta fra palcoscenico, sogni e un pizzico di sud

C’è sempre una direzione. Nella vita come negli affetti. C’è una direzione precisa nel destino, nelle gambe, negli occhi, una direzione che allunga metaforicamente il cuore verso qualcosa, che setaccia l’anima per darle la forma più congeniale, c’è una direzione nelle mani, negli incroci promossi e divertiti del fato, una direzione anche e solo perfino in una giornata, in quelle 24 ore che si susseguono frenetiche o lentissime. Parlando, anzi, scrivendo dell’attrice Maria Concetta Liotta, alla quale il termine, la definizione di attrice non basta, anzi le calza a pennello ma come una sorta di sottana su cui andrebbero infilati molti più abiti e quindi prendo a sciorinare questo “outfit” di talenti, che nel suo caso vanno da coreografa a regista, le direzioni sono due. Una, universale, attraente come una calamita, ed è quella della recitazione, del teatro e dell’arte tout court, emblematicamente rappresentata dalla compagnia Enter, diretta insieme al suo compagno ed in cui Maria Concetta Liotta dà prova, come se fosse necessario, del bagaglio di talenti di cui è dotata, l’altra direzione, più minuta ma certo non meno importante, è quella che, come una madre, la riporta a sé, ed è una direzione che va verso il mare. Quando infatti la raggiungo al telefono, mi dice di essere ad Ostia: il suo essere siciliana, piacevole mistura e magma di talento e calore, sbocca così, con un necessario, costante bisogno di essere al mare, anche se il cielo ha l’umore mutevole e la temperatura magari non invoglierebbe un comune mortale.

Maria Concetta, il talento si può insegnare? In realtà no, il talento deve nascere con te, o c’è o non c’è, certo si possono insegnare metodi e tecnica, la naturale predisposizione può essere affinata con il tempo e credo che valga sempre il detto che un artista è come il vino, più “invecchia” in senso di esperienza, più migliora. Il talento senza tecnica non vale molto, tende a ripiegarsi su se stesso e si chiude. Si migliora solo studiando. Capita anche a me: quando lavoro tantissimo, mi rendo conto che è come se mi svuotassi e quindi, per compensare, non devo mai smettere di studiare. Ecco perché credo che gli artisti non debbano mai commettere l’errore di dirsi arrivati, anzi. Per me fermarsi equivale a morire.

Qual è il consiglio che dai più spesso ai tuoi allievi? Qual è l’errore che va assolutamente evitato? L’errore più comune, sia per gli allievi che per gli attori che si perfezionano, è dare tutto per scontato. Dare per scontato significa banalizzare il proprio slancio quando invece bisogna lavorare in profondità. Spesso quando lavoro a teatro mi dicono che non sembro italiana, perché non mi monto la testa, rimango umile, e perché sono sempre disponibile, che poi sono qualità che fanno parte della mia natura. Quando ho lavorato con Emma Dante, che tende a metterti davvero in discussione artisticamente, ricordo che lei mi disse “sei un cavallo pazzo, ma io ti domerò” ed è nata una bella sinergia. Credo che noi attori dobbiamo metterci in una posizione di ascolto, senza filtri, e plasmare il desiderio dei registi. Bisogna cercare di mettere da parte se stessi e diventare ciò che vuole il regista.

Hai un curriculum impressionante, pur essendo giovanissima, ma c’è stato un momento che ti ha segnata al punto da non riuscire a dimenticarlo? Sicuramente lo spettacolo a cui tengo di più professionalmente ed emotivamente è quello fatto su Che Guerava due anni fa. Interpretavo un uomo, un prete con una verve forte e rivoluzionaria. Il regista mi ha chiesto di annullare totalmente la mia femminilità ed è stata un’esperienza incredibile e formativa, quando uscivo dal teatro molti mi chiedevano dove fossi, perché non mi avevano vista e quando dicevo che ero il prete restavano letteralmente sbalorditi. Non era la prima volta comunque che interpretavo un ruolo maschile, mi era già successo nel 2006, quando ho interpretato Sancho Panza, ma in chiave siciliana e comica. In fondo in queste due esperienze ho semplicemente fatto quello che un attore deve fare, ho lavorato su tutto, sul timbro di voce, sulla postura, sono stati due mesi tosti per Che Guevara ma interessanti perché sono diventata altro da me.

Credo sia questo in fondo il fascino del vostro mestiere, giusto? Assolutamente, è riuscire ad essere e diventare quello che non si è nella vita. Quando insegno o faccio i master di perfezionamento sottolineo sempre che questo mestiere è splendido proprio perché ti dà la possibilità di vivere tante vite, gli attori hanno una personalità spesso forte perché sono consapevoli del gioco teatrale, di questo, usando un ossimoro, che definisco un gioco serio.

Ma una donna, un’artista impegnata come te, riesce ad avere una vita privata e come fa a gestire tutto? Beh guarda, la soluzione è fare poca vita sociale. Io ho almeno la fortuna di riuscire a  dormire poco, 5 ore a notte e questo mi aiuta perché mi permette di mantenere i ritmi. Spesso quando ci sono gli spettacoli, capita magari che dopo l’evento si vada a cena e si tiri fino a tardi. Sono anche mattiniera, nonostante le poche ore di sonno, non mi sveglio mai dopo le 8 del mattino.

Da spettatrice cosa ti piace guardare in tv o al cinema e cosa proprio non sopporti? In generale detesto la volgarità, ma quella gratuita. Faccio una distinzione fra il nudo dettato da una necessità artistica o teatrale e che dunque possiede sia uno scopo che una cognizione di causa, da quello che invece è fatto di superficialità o battute volgari che mirano a colpire lo spettatore ma senza dargli sostanza. Detesto l’approssimazione e mi dispiace davvero quando, lavorando con molti artisti stranieri, anche di grande calibro, mi dicono che non sembro italiana perché sono precisa, puntuale e quindi diciamo contraddico un po’ lo stereotipato cliché. Io sono Italiana, anzi essendo siciliana, di Catania, sono due volte italiana! Sento tutta la verve della Magna Grecia, il calore della mia terra che mi scorre nelle vene. E poi spesso quelli sugli italiani sono vecchi luoghi comuni, perché abbiamo tante cose belle da dire e da dare, la nostra cultura ha conquistato il mondo ed io sono fiera di essere italiana e di essere meridionale. Tornando al discorso del mio essere spettatrice, amo tantissimo il cinema d’autore, non guardo purtroppo molta tv ma mi piacerebbe avere più tempo per farlo. Mi piacciono alcuni programmi serali, ad esempio guardo Marzullo dopo le 23 oppure i dibattiti. Ma è comunque sempre troppo poco.

I tuoi prossimi progetti? Sto lavorando a due spettacoli e uno di questi è “A pesca di Gloria”, un musical di cui faccio regia e coreografia che riandrà in scena dopo l’anno scorso quando è stato premiato con il primo premio all’Estate Romana, senza alcuna raccomandazione. Ecco sfatiamo un altro mito. E voglio raccontare a tal proposito un aneddoto, Gianni Marsili, produttore di grandi nomi, uno fra tanti Giorgia, mi chiese di ritirare personalmente il premio. Io purtroppo non potevo perché ero in ospedale, così mandai la mia vocal coach, Claudia Costantini che ritirò il premio per la Compagnia Enter al mio posto. Gianni Marsili credeva che la Costantini fossi io, quando poi siamo andati a ritirare il premio in soldi, che consisteva appunto nella produzione dello spettacolo, ed io c’ero, e Gianni Marsili mi ha incontrata per la prima volta, mi ha detto che sembravo una bambina, pur avendo 36 anni! Ed è stata una bella emozione. Poi ho un altro spettacolo sulla guerra al Teatro India e ancora cinema indipendente e cose in ballo che non posso anticipare.

Se non fossi diventata un’attrice, oggi saresti? Avrei fatto il magistrato, mi ero iscritta a Giurisprudenza e mio padre, da buon siciliano, mi disse, conoscendomi, conoscendo la mia verve, che avrei fatto una brutta fine, sarei diventata un magistrato antimafia e mi avrebbero uccisa. Poi gli dissi che avrei fatto l’Accademia ma mio padre mi chiese comunque di iscrivermi all’Università perché mi ha sempre detto che chi più sa, più vale. Non era felicissimo che facessi l’attrice ma poi si è tranquillizzato una volta venuto a Roma, quando ha conosciuto il mio compagno, con il quale sto insieme da 14 anni. Alla fine ha accettato la mia scelta. A 28 anni mi dissi che se non fossi riuscita a vivere di questa passione, avrei cambiato rotta. Invece, fortunatamente, si va avanti, con sacrificio e con passione. E spero duri il più a lungo possibile.

Prima di cominciare questa intervista, il tramite che l’ha resa possibile, la persona che ha fatto da prezioso trait d’union, mi aveva anticipato che Maria Concetta Liotta, oltre ad essere bellissima, era una donna di grande talento. Confermare le sue parole è una conseguenza necessaria, scoprire quanta bellezza ci sia in questa ragazza, in questa artista instancabile, è una conquista tutta mia, fatta in un pomeriggio di aprile. Un pomeriggio in cui Maria Concetta Liotta cerca il mare come un rabdomante farebbe con un rivolo d’acqua.

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