luglio 23, 2014 | by Emilia Filocamo
“Predestinato a fare l’attore”. Matteo Tosi, volto di Incantesimo e del cinema, si racconta

Non è solo un volto noto delle fiction italiane di maggior successo. Ma anche del cinema internazionale. Matteo Tosi ha però un garbo quasi da altri tempi e, sgusciando dal bozzolo troppo facile del bello da copertina e da grande schermo, è una farfalla di profondità e concretezza.  Dalla carrellata di domande emergono passione, autentica e che non cerca facili scorciatoie o scuse per nascondersi, talento, dosato egregiamente sulla portata principale ed evidente della bellezza, ed una fede in Dio sorprendente e sinceramente ammirabile in un attore giovane e di successo per il quale poter avere tutto sembra la “coniugazione” più adatta e scontata.

Musica, teatro e cinema si intersecano nella tua vita e carriera artistica. Quale componente prevale sulle altre ed in che modo o come si armonizzano perfettamente nei ruoli che interpreti? «Nel 2009 al Festival del Cinema di Messina vinsi il Premio “Adolfo Celi”, un riconoscimento in memoria ad un attore che sperimentò molto nella sua vita spaziando in diversi campi dello spettacolo, non fu solo attore, ma anche regista e sceneggiatore. Sento addosso quel premio, per cui direi che cinema, teatro e musica si intersecano nel mio percorso artistico perfettamente. Opera Palladio di cui sono autore e regista incarna perfettamente l’integrazione dei diversi linguaggi artistici».

Puoi raccontarci i tuoi esordi? Come e quando hai capito che il mondo del cinema sarebbe stato il tuo destino? «E’ difficile rispondere con precisione a questa domanda, perché la passione per lo spettacolo è nata con me. Fin da piccolo scrivevo, creavo, pensavo, insomma avevo già mostrato i primi segni di un creatività poi esplosa nell’adolescenza. A 12 anni però fui colpito dal fascino del set de “La vela incantata” film che si girava al mio paese di Gianfranco Mengozzi che poi conobbi da adulto a Roma. Ricordo ancora lo sguardo e la bellezza intrigante di Monica Guerritore e la forza espressiva di Massimo Ranieri. Forse loro contribuirono ad indicarmi la via. Dopo le Medie Primarie, cercavo disperatamente una scuola sullo stile di “fame”, i famosi telefilm americani che vedevo in televisione. Purtroppo in Italia non esisteva, così ho scelto di diplomarmi in Ragioneria e coltivare da solo la passione per il canto e lo spettacolo. A 19 anni mi sono iscritto al Dams (Discipline Arti Musica e Spettacolo) di Bologna e mi sono laureato nel 1996 a pieni voti. Durante il periodo Universitario, ho frequentato un corso di recitazione e scrittura creativa e successivamente, mi sono diplomato Attore ed Operatore teatrale. La mia formazione è continuata poi con maestri internazionali del calibro di John Strasberg (figlio del padre fondatore dell’Actor’s Studio di New York) e Ilza Prestinari. Ho iniziato negli anni seguenti a lavorare nel cinema, nel teatro e in Tv, ad oggi mi sento di dire che l’aspetto che ha maggiormente condizionato questa scelta è stato la possibilità di vivere tante vite, tante quante non avrei mai potuto vivere nella mia vita».

Hai proseguito i tuoi studi all’Actor’s Studio: quali chances offre un’opportunità del genere? E cosa hai imparato da quella esperienza? «Le chances sono quelle che vengono offerte da ogni percorso di studio. Si ha la possibilità di indagare, analizzare, sperimentare, capire (o non capire) poi in ogni caso si trova il proprio percorso, e per ogni attore è diverso. Non c’è un’unica strada da percorrere. Comunque non sono stato proprio all’Actor’s Studio ma ho studiato con John Strasberg, figlio del fondatore Lee ed ideatore del famoso Metodo, che ha fondato in autonomia il suo Studio a New York, il John Strasberg Studios. Ho potuto paragonare il suo “lavoro” con quello del tradizionale“Metodo”, studiano con Ilza Prestinari, membro dell’Actor’s Studio. Ad oggi sono sempre più convinto del percorso di John, che pure parte dagli insegnamenti del padre. Per John sono fondamentali il coinvolgimento e la capacità di essere ispirati, di vivere spontaneamente nel contesto dato. I personaggi sono vivi (spesso più degli attori) e non sono riproduzioni meccaniche di vite. Senza la spontaneità della vita, non c’è arte, c’è solo tecnica meccanica».

L’incontro che ha cambiato la tua vita? «Non direi che c’è stato un incontro particolare che mi ha cambiato la vita, direi piuttosto che sono stati tanti gli incontri fatti nel corso della mia vita e tutti in qualche modo hanno segnato il mio cammino. I cambiamenti sono eccitanti quindi aspetto al più presto di fare questo meraviglioso incontro».

Cosa fa di un attore un bravo attore e cosa, invece, secondo te lo rende eccezionale? «Non ci sono a mio avviso bravi attori o attori eccezionali, ogni bravo attore può essere eccezionale, dipende da quanto è coinvolto ed ispirato da quanto è “vivo”. Ogni attore, messo nelle condizioni giuste (che spesso mancano) può fare un buon lavoro ed essere eccezionale. Se da spettatore crediamo in quello che è e fa, è eccezionale. Ci sono però spesso “distrazioni” che non permettono di essere “qui ed ora”, e che minano il percorso verso un coinvolgimento totale. Sono i condizionamenti diretti o indiretti nei quali l’attore incappa. Ogni persona coinvolta in un set o in uno spettacolo teatrale (anche l’ultimo degli operai) è responsabile nel creare il climax giusto affinché tutto avvenga come deve avvenire. Tutti sono responsabili della buona riuscita di un lavoro, e tutti potrebbero minare anche il buon lavoro di un attore, impedendogli di essere “vivo” e non “riproduzione”».  

Il giorno più bello sul set? «Il primo, come il primo amore non si scorda mai. Sul set di uno spot pubblicitario. Grande emozione».  

Lavori al cinema ma anche in tv: le fiction sembrano ormai prendere spesso il sopravvento e sono le uniche vere campionesse di audience. Come spieghi questo fenomeno? «Oggi il serial e il Tv movie coprono una parte importante della domanda del pubblico che usufruisce di audiovisivo. La televisione e il web, sono mezzi attraverso i quali fruire cinema in modo immediato, e questo è quello che vuole il pubblico di oggi.  Questi prodotti non vanno demonizzati, anzi in un mercato che cambia e che diventa sempre più “veloce” vanno probabilmente valorizzati e se necessario potenziati in termini di produzione (sia qualitativamente che quantitativamente) e fruibilità. Onestamente quando una fiction è fatta bene, si avvicina molto al cinema, certo l’impianto produttivo è diverso ma il linguaggio è il medesimo. Io adoro la sala cinematografica e la considero un tempio, un po’ come il teatro, pertanto posso solo augurarmi che la produzione Cinematografica possa non solo avere vita lunga ma essere sempre più importante. Voglio anche in Italia l’industria del cinema. Di qualità!». 

Il tuo rapporto con la bellezza. E’ stata per te una marcia in più o spesso magari anche un limite, nel senso che poi dovevi dimostrare di essere altro e di più di un bel volto? «Ho sempre pensato alla bellezza come un valore aggiunto, ma un attore non deve pensare al suo aspetto fisico, deve semplicemente mettersi “al servizio” del personaggio che interpreta. Certo in un mondo che dà molta importanza all’immagine l’essere piacenti non guasta, anche se personalmente ho avuto difficoltà. Registi ai casting director non mi ritengono adatto per certi ruoli, perché posso sembrare bello, ma a mio avviso, non lo sono. Mi definirei più particolare, talvolta dall’aspetto inquietante e stranamente rassicurante. E a chi mi chiede cosa rende sexy un attore, io rispondo: personalità, cuore e cervello, non certo i muscoli o i tatuaggi sul braccio».

Il tuo primo fan? La prima persona che ha creduto in te? «Forse la mia prima vera fan è stata la mia vicina di casa. Era molto orgogliosa di dire alle amiche che mi conosceva. Chi ha creduto in me per primo? Io stesso».

I tuoi modelli come attori, anche del passato? «Adoro gli attori che amano sperimentarsi, non sempre uguali a se stessi, che si divertono con i personaggi che interpretano. Uno di questi è Johnny Depp. Ma sicuramente mi piacciono Adrien Brody, Jim Caviezel, Sean Penn e Leonardo Di Caprio. Dei miti del passato adoro letteralmente Jerry Lewis e quel poeta comico e malinconico di Charlie Chaplin».

Fra tutti i lavori che hai fatto, potresti indicarne uno a cui sei più legato? «Dal punto di vista mediatico Il personaggio di Giulio Solari di Incantesimo, mi ha dato grande notorietà presso il grande pubblico, nonostante avessi già interpretato diversi ruoli in Fiction di successo come Carabinieri, L’ispettore Coliandro  (uscito di recente anche negli Stati Uniti) e Crimini. Incantesimo mi ha permesso di fare molte altre cose, anche inaspettate, quali ad esempio essere stato scelto come testimonial di associazioni Benefiche, e per tre volte attore-lettore in Terra Santa al seguito di una troupe televisiva. Ma ho amato soprattutto girare film a tinte forti per la regia di Ivan Zucconi, in Bad Brains, interpreto Mirco, un “misterioso” personaggio che si imbatte in una coppia si sanguinari killer, in Colour from the dark, prossimamente in 3D, interpreto il ruolo di un prete esorcista e in Wrath of the crows, la cui prima è stata fatta l’anno scorso a Hollywood e che sarà in uscita in Italia ad ottobre, sono un soldato aguzzino.  Soddisfazione è stata anche vedere Midway di John Real, di cui io sono il protagonista maschile in lizza per la competizione Italiana agli Oscar. E poi non posso non menzionare Opera Palladio, lo spettacolo sul più grande architetto di tutti tempi, Andrea Palladio, che coniuga Cinema, nella forma che ricorda i vecchi sceneggiati all’italiana, e Musical. Scritto e sceneggiato da me e diretto e prodotto con Simonetta Rovere».  

I tuoi prossimi progetti? «Attualmente sto cercando di portare in scena il più possibile Opera Palladio, ma ci sono nell’aria due progetti cinematografici che mi vedono coinvolto e che spero arrivino a destinazione. Uno di questi lo sto scrivendo io, mi auguro di finire la sceneggiatura entro l’estate e poi mettermi al lavoro per trovare il modo di realizzarlo. Ho avuto anche una proposta internazionale ma ho i piedi ben piantati per terra, i progetti spesso si arenano o non giungono a compimento, per cui per il momento lavoro su quello che ho, e se possibile, sempre su più fronti. Ciò che mi eccita di questo lavoro è la possibilità di esplorarne tutte le sfaccettature».

Se non avessi fatto l’attore saresti stato? «Un attore…. Boh non lo so faccio fatica pensare la mia vita al di fuori di questo mondo e diversa da come è. Mi sarei visto viaggiatore, ma non è un lavoro, oppure pensatore e pure quello non è un lavoro. Avere il tempo per pensare è un grande privilegio. Ma non è un lavoro. O forse lo è?».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Ringrazio i miei genitori che mi hanno sempre lasciato libero di scegliere nella mia vita. La libertà è un dono impagabile».

L’ultimo pensiero prima di andare a dormire? «Mi assalgono diversi pensieri, contrastanti fra di loro, positivi e negativi. Di certo un pensiero c’è sempre, ed è rivolto a Lui. Sono credente e mi piace sentirmi in comunione con l’Amore di Dio. Ultimamente non posso non pensare a mio padre, ha lasciato da poco questo mondo, ma io sono certo che lui è più vivo che mai e che la sua anima scorrazza là dove io mi trovo»

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