giugno 10, 2014 | by Emilia Filocamo
“Qualcosa di assolutamente inutile che però andava detto”. Ecco la poesia per Andrea Giampietro

Quando un amico in comune, un artista, ha fatto da trait d’union fra me ed il poeta abruzzese Andrea Giampietro ed il suo universo poetico, ha più volte sottolineato che mi sarei confrontata con una persona un po’ particolare, e che magari mi sarebbe stato d’aiuto leggere qualcosa per prepararmi ed estrapolare la sua filosofia dalle interviste rilasciate in precedenza. Volendo essere estremamente sincera, devo dire che l’ho fatto in maniera piuttosto marginale, en passant, ma non per inerzia o per superficialità, semplicemente perché volevo, in qualche modo, scoprire io stessa questa particolarità e trovare il modo di inquadrarla, se il termine mi è consentito, nelle mie domande. Direi che la premessa è stata quanto mai profetica. Credo di aver sorriso per la maggior parte del tempo leggendo le risposte di Andrea Giampietro e alla leggerezza – leggerezza da non intendersi come inconsistenza – delle sue parole, hanno fatto da contraltare una preparazione letteraria di tutto rispetto, un’intensa attività come traduttore di poesia e, soprattutto, la bellezza dei suoi versi, che sono andata a cercare poi successivamente un po’ ovunque. Un artista, indubbiamente eclettico, eccentrico, a volte così insolito nelle risposte, da sembrare perfino un po’ tra le nuvole. E da qualche parte, nel suo mondo, devono essere affisse tutte le parole che usa in maniera incantevole.

Andrea qual è la poesia che amavi da bambino e quella invece che dovevi imparare a memoria e che magari detestavi? Anch’io come alunno ho subito, ad esempio, il Pianto antico e San Martino di Carducci, o il Cinque maggio di Manzoni, che comunque mi rifiutavo di imparare a memoria, tanto le percepivo ostiche e tediose. Mia nonna invece, che aveva soltanto il diploma di quinta elementare, pur conservando sempre grande intelligenza e profondità espressiva, sin da quando ero bambino usava declamarmi, tra le altre cose, dei brani di poesia molto più interessanti, proprio degli autori appena citati: di Carducci, i versi della Maggiolata (Maggio risveglia i nidi,/ maggio risveglia i cuori…»), e di Manzoni, un passo del poema Resurrezione (Un estranio giovinetto/ si posò sul monumento…»). Ai suoi tempi nelle scuole era d’uso mandare a memoria le poesie, ed è un’abitudine che andrebbe certamente riacquisita, tenendo però a mente di scegliere delle belle poesie e non i soliti “sepolcri imbiancati”.

Il poeta è colui che? Colui che sa trovare le parole adatta e pronunciare l’impossibile.

Mi daresti una tua definizione di poesia? Qualcosa di assolutamente inutile che però andava detto. 

Quando hai capito che scrivere poesie era il tuo destino? Il mio nefasto destino, vorrai dire…!? Avevo poco più di vent’anni, e dopo aver dedicato molto tempo allo studio del teatro e del cinema, mi resi conto che in fondo la parola scritta restava la forma espressiva a me più consona, e che mediante il verso lirico riuscivo a concretizzare quella dimensione ideale che nella realtà effettiva sentivo impossibile realizzarsi. E poi mi è sempre piaciuto giocare con le parole. Dico “giocare”, attenzione, e non scherzare.

Anche io amo molto scrivere, organizzo la scrittura quasi come un rammendo, mi “ricuce” quasi da alcune cose che proprio non vanno. Che funzione ha per te la poesia? Sicuramente non ha una funzione consolatoria, anzi, mi angoscia con la terribile responsabilità di affidare alle mie parole il rugginoso sapore d’una verità nuova. Però quando riconosco che la poesia si è compiuta, devo ammettere che mi sento un po’ “rammendato” anch’io. 

Cosa ti ispira nel momento in cui ti accingi a scrivere una poesia? Un’emozione, un ricordo, un avvenimento qualsiasi che diventa verso oppure altro? Qualsiasi evento capace di toccare la nostra sensibilità può diventare verso, se si è pronti a coglierne l’essenza umana e a rivestirlo del suo più naturale tessuto verbale.   

Sei anche traduttore. Perché tradurre poesia? Non pensi che un po’ la poesia sanguini e perda forza nel momento in cui si effettua una traduzione? Beh anzitutto c’è una necessità editoriale, al fine di favorire nel modo più immediato la diffusione di un’opera letteraria, così che anche una persona estranea a una lingua possa conoscere l’autore di un altro Paese. Poi c’è una necessità espressiva, che riguarda essenzialmente me stesso, poiché sono un autore che ama farsi interprete dei versi di altri poeti. La traduzione letteraria, o meglio ancora, quella poetica, perde il diffamante marchio di “infedeltà”, se si parte da un semplice presupposto: ogni traduzione rappresenta l’interpretazione personale di un autore che si confronta con un altro testo. Ad esempio, quando leggo Caproni che traduce Baudelaire, devo sapere che non sto leggendo realmente Baudelaire, ma l’interpretazione del poeta francese ad opera di un autore italiano. Però nel momento in cui io so di potermi fidare del traduttore (in questo caso poeta, e solo un poeta, a mio avviso, può tradurre poesia), sarò certo che la sua versione di quei versi sarà frutto di uno straordinario lavoro di ricerca intellettuale ed estetica, e che il suo impegno nel rendere lo spirito originario dell’opera sarà stato estremo. Non dobbiamo quindi aver paura delle traduzioni, soltanto pretendere che a farle siano dei traduttori validi.  

Esistono per te delle parole feticcio quando componi una poesia? Parole che usi con più piacere rispetto ad altre? A proposito di questo, una grande poetessa e traduttrice come Giovanna Bemporad, ebbe a dire: “Tutti i poeti del Novecento, Montale in testa, avevano i loro trucchetti, le loro parole chiave, ricercate, rare, che infilavano dentro, ed erano i loro trucchi. La loro poesia era fatta di elementi abbastanza spuri, meccanismi smontabili e si poteva vedere quel che c’era sotto”. Sono assolutamente d’accordo con lei. Proprio per questo un giorno mi ritrovai a fare un esame di coscienza, riconoscendo nei miei versi parole ed espressioni ricorrenti, molto ricercate, di gusto un po’ desueto, che assolvevano una funzione “magica”, al fine di incantare il lettore, e in un certo qual modo di “ingannarlo”… Insomma, i miei «elementi spuri». Però ho dovuto rendermi conto che, in fondo, quella volontà seduttrice, riscontrata nella scelta sofisticata e a tratti oscura delle mie parole, non era priva di valore, ma rispondeva a una qualità essenziale della poesia: evocare un segreto nel modo più sublime e delicato, suggerirne l’intima potenza, senza però svelare – pur contenendola – la sua verità. Mi permetto di ricordare che il termine “carme”, antica denominazione del componimento poetico (riferito specificamente a quello di carattere lirico), deriva dal latino “carmen”, che vuol dire anche “vaticinio, sortilegio, magia”. Uno dei termini che ricorre nei miei componimenti è “arsura”, e Dio sa quanto la vita mi dia sete…

Credi che leggere tanto sia solo un esercizio stilistico o molto di più? Leggere è indubbiamente il piacere più alto, l’esperienza più amabilmente formativa che esista, e tale è per me. Però a causa di una specie di deformazione professionale, mi ritrovo a vivere la lettura come fosse un dovere, poiché sono essenzialmente un autodidatta, e tuttora imparo “sul campo”, confrontandomi con le pagine di coloro che eleggo a miei Maestri. 

A chi si ispira il tuo lavoro? Hai ovviamente dei poeti modello? “Dettasti a Dante tu/ le pagine dell’Inferno?”, chiedeva Anna Achmatova alla Musa per accertarsi della sua vera identità, poiché considerava quell’opera come il massimo conseguimento della Poesia universale, e così credo anch’io, quindi metto Dante Alighieri al primo posto. Ma devo ammettere che il mio stile risente principalmente dell’influsso della poesia francese cosiddetta decadente e simbolista, che si realizza nell’opera di autori come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Mallarmé. Forte è anche la lezione della poesia italiana: quella intimista e dolorosa di Pascoli e Gozzano, quella onirica di Campana, quella amara e pietrosa di Montale e Quasimodo. La stessa Achmatova, citata all’inizio, è un altro mio grande modello.

La poesia più bella che hai scritto per una donna? Non saprei, sono legato soprattutto a quelle scritte per la mia bambina. Mi piacciono molto gli ultimi versi di un componimento intitolato Strano nutrimento: “Annegano snervanti aromi le tue dita/ in ogni ciocca che presume di averti,/ non una stella estenua la mia ombra/ se muta confessi di soffrirmi ancora”.

La poesia che vorresti aver scritto tu, anche del passato. Nessuna: a ognuno i suoi versi.

I tuoi primi lavori? Due raccolte di versi date in pasto a pessimi editori, e una buona traduzione del poema “La ballata del carcere” di Reading di Oscar Wilde, edita nel 2012 ed apprezzata da un grande anglista e studioso del poeta irlandese, quale Masolino D’Amico.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Trovare un degno editore per la mia nuova raccolta di versi, Cronache dall’imbuto, e promuovere la mia traduzione delle Poesie di Stéphane Mallarmè, di recente pubblicazione. Poi mi augurerei di trovare un lavoro retribuito come traduttore letterario, ma sono consapevole di quanto sia utopica l’idea di fare strada nell’editoria italiana.

A chi senti di dire grazie oggi? A nessuno dell’ambiente letterario, che ritengo essere un vero covo di vipere. Salvo soltanto l’amicizia con una grande autrice quale Maria Luisa Spaziani, che non mi ha fatto mai mancare la sua straordinaria vicinanza. Ma un vero ringraziamento sento di renderlo solo ai miei genitori, e soprattutto a mia madre, per aver sempre avuto fede in me e non avermi mai fatto mancare affetto e sostegno.

La poesia che potrebbe definire la tua vita? Senza dubbio Languore di Paul Verlaine: “Sono l’impero alla fine della decadenza…”, una poesia di profondo disfacimento interiore e lagnanza emotiva, condizioni frequenti del mio carattere. 

Il libro che sta sul tuo comodino in questi giorni?  “All’ombra delle fanciulle in fiore” di Marcel Proust. Adoro la prosa francese, e soprattutto la sua, così nevroticamente cavillosa, così deliziosamente ironica, così psicologicamente esatta. 

Un’ultima  domanda: nulla è più poetico di…? Un vaffa… detto al momento giusto.

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