maggio 24, 2015 | by Emilia Filocamo
“Quando ero in Accademia, ogni occasione era buona per non andare a lezione e scappare a teatro”. Storia di Alberto Di Stasio e di un grande amore per il palcoscenico

Ci sono cose che non sono brava a dire, o meglio: esistono cose che non sono brava a definire, nemmeno con gli strumenti che amo di più e che mi accompagnano da sempre, le parole. Sono quelle cose ammantate, pregne di così tanta passione, dedizione, attenzione che tramutarle in sostantivi, aggettivi, per quanto pertinenti, adatti o necessari, sembra sempre una riduzione piuttosto arrabattata di quello che sono in sostanza, nella realtà. Il teatro, immenso, impalpabile o realissimo, è una di queste cose. Una di quelle che riesco a vedere, a sentire compiutamente e nella maniera che  è  più congeniale, solo attraverso i racconti, l’amore di chi lo fa, degli artisti che hanno dedicato carriere, vite intere al palcoscenico, ai debutti, a quella febbre che sale piano, immagino, dietro un sipario prima di esplodere in applauso di benvenuto, per poi dipanarsi, ancora calda, fino alla fine, al parossismo di questa che molti hanno definito una malattia, un vizio. Ecco, io non so dirlo bene questo vizio, ma sono sincera nell’affermare, nel confessare che spesso mi perdo a sentirne parlare i diretti protagonisti quando, magari, dovendo scegliere nella  carrellata di lavori che hanno percorso tutta la loro carriera, il loro cuore si ferma, per emozione ed attenzione, proprio su quei primi passi calcati sul palcoscenico, su quella prima volta ancestrale e fatata. Con l’attore Alberto Di Stasio è stato così. La passione per il teatro ha condito la nostra prima comunicazione ed il teatro serpeggerà come una presenza, un totem, lungo tutto il corso di questa intervista.

Signor Di Stasio, al nostro primo contatto lei mi parlava di uno spettacolo a cui teneva molto, può raccontarlo ai lettori di Ravello Magazine? Sì, certo. Si trattava di “L’Uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello. Noi lo abbiamo realizzato con una riduzione particolare, diversa, in cui la danza si accosta alla drammaturgia originale del testo, e diventa rituale. E poi faremo uno spettacolo sul tango che sarà a giugno al Teatro Patologico. Ho inoltre girato un cortometraggio, opera di un italoamericano, e per Alberto Caviglia “Pecore in erba”, in cui interpreto uno psichiatra. Un ruolo che già altre volte ho interpretato e che nella mia carriera è piuttosto ricorrente.

Dove si sente più a suo agio fra cinema, tv e teatro? Sicuramente si tratta di realtà diverse. Amo il teatro, anzi, il teatro danza per l’esattezza, lavoro spesso con Gloria Pomardi. Del teatro danza amo l’originalità ed il fatto che si tratti di spettacoli molto poco italiani, che strizzano tanto l’occhio all’estero.

Lei ha una carriera così variegata, ha però una preferenza? C’è un lavoro a cui è legato di più affettivamente? Mah, sono legato a tanti momenti, uno dei tanti potrebbe essere quando cominciai la mia carriera, a parte il mio ingresso all’Accademia e poi i primi lavori di teatro d’avanguardia con cui ho fatto Kafka, il Don Giovanni. Oppure sono molto legato al Don Giovanni di Moliere portato recentemente al Teatro Vascello. In tv direi che sono legatissimo a Boris, è stata un’esperienza divertente e poi il mio personaggio era molto amato. Ma adesso mi occupo anche tanto di scrittura scenica, faccio regia, non solo l’attore. E poi mi porto nel cuore l’esperienza di insegnamento all’Università Roma 3 di Tor Vergata dove sono stato 5 anni e ho avuto modo di fare delle lezioni agli studenti inglesi su Shakespeare, dal Giulio Cesare all’Amleto.

Che tipo di spettatore è Alberto Di Stasio? Guardo con piacere la tv ma a casa, al cinema vado poco. Non amo la comicità fine a se stessa, la commedia fatta tanto per, i cinepanettoni; amo il cinema impegnato, in cui ci siano un’idea forte ed una forma.

Un suo pregio ed un suo difetto nel lavoro? Il difetto è che spesso perdo in concentrazione e questo magari influisce sulla memoria, il pregio è la mia totale immedesimazione nei personaggi che interpreto.

Se tornasse indietro, cosa cambierebbe del suo percorso artistico? Credo che non rifarei l’anno di Accademia di Arte Drammatica. Mi è servita molto di più l’esperienza diretta, sul campo. D’altronde ne sono stato cacciato, facevo troppe assenze, preferivo correre a teatro piuttosto che stare dentro, era un po’ come a scuola.

Scappare a teatro. Non è un caso se questa intervista si chiuda così come si è aperta. Nel nome del teatro, una di quelle cose che riesco a dire solo attraverso la passione di chi le vive, rendendole pregne di significato.

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