luglio 8, 2014 | by redazione
Quando il saggio indica la luna lo stolto guarda il dito

1Racconto semiserio di quattro personaggi in cerca di autore: La Luna, il Dito, lo Stolto e il Saggio

di Secondo Amalfitano*

Quando immaginai di costituire la “FONDAZIONE RAVELLO”, pensavo ad un Organismo che potesse affiancare e sostenere quanti avessero a cuore lo “sviluppo integrato” del nostro territorio. Il territorio era quello di Ravello, l’integrazione era prossima allo zero. Soggetti pubblici e privati usavano, occupavano, invadevano, gestivano, utilizzavano, sfruttavano il territorio senza la benché minima integrazione fra loro. Per esempio allorquando l’EPT gestiva Villa Rufolo e l’intero Festival Wagneriano, l’unica forma di integrazione con le altre Istituzioni e le realtà locali avveniva attraverso forme di cortesie reciproche garbate e compiacenti, interscambi di favore e alla bisogna, manciate di tessere omaggio ed ingressi di favore. Un’occupazione di terreno, per intenderci, valeva alcune tessere per tutte le serate; una campana di una chiesa ammutolita per un concerto, valeva una “tessera bianca” (=tribuna VIP per due persone per tutte le tre sere).  Niente di illecito e di inopportuno, niente di poco ortodosso o nascosto, niente da denunce e recriminazioni. Solo e soltanto “Cose di altri tempi”; e, per essere il 2000, “Cose già fuori dal tempo”. Maestranze? Rigorosamente non di Ravello. Professionalità? Più da lontano venivano e più davano garanzie. Finanche le maschere del Teatro Verdi di Salerno facevano sfoggio di smoking e rigore all’ingresso di Villa Rufolo. La Ravellesità vi chiederete? Silente, appagata, e addirittura grata a tanti forestieri che si impegnavano per alimentare quella che sarebbe poi diventata la “città della musica”.
A scanso di equivoci dico subito che fra quei Ravellesi silenti c’ero anche io. E a dire il vero stavo anche fra i Ravellesi grati e riconoscenti ai Parrilli e ai Cunego. Ebbi però l’intuizione che i tempi fossero cambiati e che, senza una svolta, il futuro sarebbe stato buio (nota di lettura: non sto parlando del Saggio, ma solo della Luna). Costituii la Fondazione Ravello per svoltare.
(Nota di lettura: sto passando agli stolti). La Fondazione Ravello esiste perché esiste Ravello? NO! La prova? Bastasse quello, oggi dovremmo avere le Fondazioni Amalfi, Positano, Taormina, Cortina, etc. etc. etc. etc. Esiste la Fondazione Ravello perché alla intuizione di una persona (Io), corrisposero amici esterni a Ravello (Borgomeo, Andria, Bassolino) e interni a Ravello (……………………… ) – Una parentesi vuota? Nessun amico interno? Assolutamente NO! Tanti amici, veramente tanti! Ometto i nomi per carità cristiana, non certo nei confronti degli amici convinti, ieri e oggi, di quel progetto, ma nei confronti di quelli che oggi dicono o fanno cose diverse da ieri. Tutti i conoscitori dei fatti e dei tempi che precedettero e seguirono la costituzione della Fondazione, potranno facilmente riempire la parentesi vuota. Io mi limito ad una nota di lettura (continuo a parlare degli Stolti). Orbene, poiché la mamma degli stolti è sorella gemella della mamma dei cretini, anch’essa è sempre incinta. Ai nomi che non possono figurare in quella parentesi vuota, dobbiamo aggiungere i nomi di quanti si cimentano oggi in esercizi strani e apparentemente incomprensibili. Qualcuno in buona fede, perché veramente convinto di quello che afferma, ma tanti, forse troppi per Ravello, in mala fede: Biglietti omaggio; locali da restituire ai Ravellesi; novelli censori e revisori dei conti; scribacchini maldestri, scribacchini malfidati, scribacchini che, da perfetti recordman, sommano l’una e l’altra peculiarità; cacciatori di nei microscopici e pagliuzze in corpi statuari e in occhi quasi perfetti; novelli Paolo plurifulminati sulla via di Damasco. Insomma un elenco discreto di esperti culinari: friggitori di aria (ma rigorosamente di Ravello), da dispensare a piene mani e con generosità (diciamo pure… con il cuore) ai Ravellesi, per dare loro solo l’illusione della sazietà.
La Fondazione Ravello, ai Ravellesi e Circondari, in un manifesto datato luglio 2013, affermava di aver distribuito direttamente € 5.601.929,79 (cinquemilioniseicentounomilanovecentoventinove,79);  da quella data ad oggi, ha impinguato la elargizione con ben € 1.252.540,54, sommando, quindi, la bella cifra di € 6.854.470,33 (seimilioottocentocinquantaquattromilaquattrocentosettanta,33) tutti con codice fiscale Ravellese e dintorni. Ma non è certo questa la vanteria più grande ed importante per il nostro concetto di Ravellesità. I vanti più importanti che la Fondazione Ravello può gridare al mondo, e senza tema di smentita, sono quelli di:
– avere oggi maestranze e professionalità che portano avanti la Villa e il Festival tutte nate e cresciute all’ombra del Torrione;
– aver riportato la Villa a splendori addirittura più Medievali che Nevilreidiani;
poter mostrare all’Italia un modello di governance dei beni culturali che non ha simili nel paese, e che ci viene invidiato da tutti;
– disporre di un progetto complessivo che è proiettato al futuro;
– avere un cartellone 2014 che non ha confronti in Italia e in Europa.
Quale Ravellesità preferite? Quale futuro per i nostri figli? Da una parte un fiume di parole, di cattiverie, di falsità, di illusioni, di buonismi bigotti e in molti casi smemorati, di aggressioni scritte e orali; dall’altra fatti, cifre, atti, concretezza, verità, trasparenza, professionalità, fermezza costruttiva e propositiva, progettualità, consenso, risultati. Preferite chi addita e offre ai Ravellesi e al mondo capolavori di Cragg, di Wang Guangyi, Paladino, Mitoraj? O chi sottolinea e addita al mondo uno spinotto allentato sotto una veste che gracida per qualche minuto? Quale delle due Ravellesità è la Luna? Quale ravellesità è il Dito? Chi lo Stolto? Chi il Saggio? Preferite chi inventa, progetta e realizza l’auditorium Oscar Niemeyer per portare sempre più in alto e nel mondo la Ravello buona? O chi realizza filmatini di scostumati ritardatari, per mostrare al mondo (quand’anche un mondo infinitesimo di qualche centinaio di lettori) una Ravello falsamente descritta come inospitale e cafona? Preferite chi offre a 700 persone garbo, accoglienza, signorilità, puntualità, eccellenza, raffinatezza? O chi sponsorizza 20 ritardatari e qualche improvvisato sfondatore di cancelli?
Una parentesi non semiseria ma serissima: Non esiste teatro importante al mondo che non faccia rispettare gli orari e le regole. Noi vogliamo che Villa Rufolo sia il teatro più bello, più prestigioso e più serio al mondo (leggi la Luna), altri vorrebbero il Dito, che, per stolta ipocrisia, chiamano: signorilità, accoglienza, elasticità, buon senso. Nessuno fino ad ora, di quanti si sono cimentati a gridare allo scandalo sul web e su pseudo giornali on line, ha sottolineato un aspetto: per codice penale e civile è vietata la presenza di spettatori oltre gli spazi autorizzati, nonchè avere luci spente o insufficienti durante le fasi di entrata ed uscita del pubblico dagli spettacoli; per codice etico e morale è vietato infastidire il pubblico che puntualmente ha preso il posto assegnato, nei tempi prescritti e previsti. Quindi? Quali leggi avrebbero preferito violare quel manipolo di cafoni urlanti e sfondatori? I novelli Catone possono cimentarsi sul tema con consigli e suggerimenti anche via web e via telefonino-camera. A tal proposito, cercando di essere sempre onesti e corretti, diciamo, senza mezzi termini, che è sbagliato allungare la mano per tentare di impedire ad un videofonino di riprendere, non autorizzato, il proprio volto; ma è altrettanto sbagliato e scorretto attribuire il gesto agli steward in servizio che, invece, sono stati tutti impeccabili e perfetti. Sarebbe stato corretto ed onesto dire che, fuori dalla Villa e nonostante l’invito a non riprendere il suo volto, sicuramente non uno steward in servizio, ma forse un operaio collaboratore della Villa non in servizio, infastidito da qualcuno che volutamente con fare provocatorio insisteva nelle riprese, ha tentato di interrompere le riprese del suo volto con il videofonino. Qualche riflessione però sorge spontanea: se afferro e scaglio a terra il mio telefonino, difficilmente dopo potrò continuare ad utilizzarlo; se ho rancori preesistenti verso una persona, forse mi viene ancora più facile provocarlo per indurlo in errore; mi accorgo però che queste riflessioni poco o nulla c’entrano con la Luna e con il Dito, nulla con il Saggio, solo forzando, forse, centrano con lo Stolto.
Posso dire, intimamente e sicuramente, che non mi ritengo il Saggio del racconto. Altrettanto sicuramente mi sento di affermare che sono uno che nella sua vita ha cercato e quotidianamente cerca di diventarlo e di esserlo. Quanto alla Luna, costantemente la osservo e provo anche a raggiungerla, ben sapendo che la cosa è quasi impossibile. Quello che ho fatto e che penso di fare, oramai lo sanno tutti e tutti possono giudicare e anche toccare con mano. Altri non è dato sapere di cosa possono e potranno menare vanto; per alcuni di loro, con sufficiente, onesta oggettività, si può dire che sono solo ottimi osservatori del Dito.
I racconti che si rispettano, semiseri o seri che siano, devono, però, chiudere lasciando il dolce in bocca e non l’amaro.
Vivaddio e per grazia ricevuta, di Ravellesità seria, onesta e soprattutto dolce, a Ravello ce n’è tanta. Dove? In chi? In un giovane facchino che sotto il sole e fino a notte fonda porta strumenti, mette totem, stende un tappeto, e si sente appagato, prima ancora che dai pochi soldi che guadagna, dalla soddisfazione che legge sui volti degli spettatori all’uscita. In un impiegato chiuso a fare conti e arrovellarsi fra mille adempimenti, scadenze e prescrizioni, che gioisce nel leggere una mail che lo ringrazia per il garbo e la precisione. In una hostess o steward che cerca di cogliere a volo esigenze e richieste per fornire il migliore aiuto in cambio di un grazie e di un sorriso. In chi, senza essere mai visto e ringraziato, produce il meglio di se perché il festival lo sente come il suo festival, prima ancora che di Ravello. In quanti con orgoglio e fierezza ostentano un programma nel quale, sotto la scritta Ravello, puoi leggere il loro nome affiancato a quelli altisonanti del jet-set e della cultura. In quanti eseguono disposizioni e direttive non con suddita osservanza ossequiosa, ma con consapevole senso di rispetto e necessità, mettendo anche in conto le invettive e gli strali dei soliti noti. Ma forse, anzi senza forse, soprattutto in quanti, pur non avendo fatto nulla, ma proprio nulla, per realizzare il più bel festival d’Italia, si sentono fieri e grati verso quanti lo hanno prodotto e cercano di realizzarlo nel migliore dei modi. A tutti loro, tutti nessuno escluso, va il mio sincero e sentito GRAZIE, non solo da Segretario Generale della Fondazione Ravello, ma soprattutto da RAVELLESE CHE GUARDA ALLA LUNA.

* Segretario Generale della Fondazione Ravello 

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