marzo 17, 2015 | by Emilia Filocamo
Quando la cover diventa un’arte: a Ravello Magazine il musicista e compositore Daniele Serpi e il suo Sotto Zero

Musica al posto del sangue, musica che brulica liquida ed inarrestabile nelle vene, che diventa stendardo e fede con cui contraddire il senso comune, i consigli magari dei genitori, musica che sfida le difficoltà, soprattutto economiche,  che non vuol sentire ragioni e che non si ferma davanti agli ostacoli. Daniele Serpi è musica, la sua musica. Non trovo un’equazione migliore per descriverlo e sarei presuntuosa se pensassi di poterne dare compiuta descrizione e definizione con questa affermazione, perché Daniele ha l’entusiasmo, la follia, il coraggio e la gioia contagiosa dei veri artisti. Al nostro primo contatto mi racconta di uno spettacolo, Sotto Zero, di un tributo, di una cover piuttosto particolare; è solo un accenno, sfioro quello che scoprirò poi grazie a questa intervista, con un misto fra curiosità e sorpresa. Raggiungo Daniele al telefono, di mattina, intorno alle nove e trenta e, con il suo accento piacevolissimo, toscano ed aspirato, ma non so quale dei due aggettivi meriti nella sequenza il primo posto, Daniele Serpi mi apre il suo mondo fatto di note, tante, tantissime, di batteria, pianoforte e voce, poi di balere e di pianobar, di amici che condividono le sue follie, il suo entusiasmo, di teatri che rifiutano il suo talento e teatri che accettano, di coraggio e di una famiglia che gli consiglia di dirottare verso un lavoro più sicuro. Ma Daniele, come dicevo in apertura, è la sua musica e la gioia che mi trasmette raccontandosi credo sia superiore e più forte di qualsiasi difficoltà, incapace, come fosse un fiume, di lasciarsi “arginare” dalla diga di un impiego normale, e costringere nel “letto” naturale dal quale vuole valicare impetuoso.

Daniele, ci racconti chi sei? Sono un musicista, nasco come musicista, o meglio, sono un ragazzo con la musica nel sangue da sempre, un autodidatta, sono infatti autore e compositore. Ho formato i primi gruppi, le prime band e, poi, come spesso avviene, per pagarci gli strumenti, suonavamo per lo più nelle balere per le serate di liscio, quindi un genere che esulava un po’ dai nostri obiettivi. Tuttavia il destino, curiosamente,  ha voluto che collaborassi sempre con musicisti di grande valore, che avessi collaborazioni di successo e nonostante i miei mi consigliassero di non abbandonare l’attività, un negozio a cui mi sono dedicato in un periodo di pausa dalla musica, ho proseguito su questa strada. Quando poi le balere hanno cominciato a chiudere, un mio amico, venendo da esperienze all’estero, ci ha consigliato di passare al piano bar. Dal piano bar, includendo delle imitazioni, soprattutto di Baglioni, ho cominciato ad aprirmi a questo settore.

E poi è arrivato Sotto Zero? Renato Zero rientra in questo filone. Lo spettacolo che propongo è nato 10 anni fa, ora l’ho ripreso e dotato di un carattere e di un’energia  particolari. Ho studiato in toto il personaggio, ho ricostruito Renato Zero in un arco di 20 canzoni e 20 cambi d’abito. È  anche uno spettacolo estremamente faticoso, perché ho all’incirca un minuto, un minuto e mezzo per cambiarmi d’abito, ed essendo da solo in scena, c’è una voce che intrattiene il pubblico. E poi è un continuo aggiornarsi, anche sulle acconciature, di conseguenza ho comprato diverse parrucche per seguire tutti i suoi mutamenti, per essere fedele alle sue esibizioni che sono sempre estremamente scenografiche.

Secondo te, in Italia si fa abbastanza per la musica? No, assolutamente. E lo dico con rammarico, basandomi sulla mia esperienza. Nei primi periodi in cui proponevo Sotto Zero, credevo fosse facile entrare nei teatri ed invece mi sono accorto che i teatri tendono ad essere blindati, ingessati anche nei contenuti. Quando poi, talvolta, si apriva un minimo spiraglio, bisognava affrontare dei costi esorbitanti che rendevano il tutto assolutamente complesso, per non dire impossibile.

C’è un periodo della tua carriera che ricordi con maggiore affetto ed uno che ti ha invece deluso?   Sicuramente il periodo a cui sono più legato, anche perché è stato fra i più divertenti, nonostante la fatica, è stato all’inizio, durante i primi tempi della band, quando credevamo di diventare come  i Pooh! Ricordo che allestivamo la scena con delle lampadine che avvitavamo male appositamente per creare un effetto ottico e poi alla fine, irrimediabilmente, si bruciavano tutte. Avevamo pochi mezzi, ma avevamo energia e speranza, e credevamo in qualcosa; questo ci ha fatto andare avanti. Quello che non rifarei, forse, sono i numerosi concorsi a cui ho partecipato, come il Chianciano Rock, al quale  sono arrivato fra i primi 10. Ecco quello è stato il momento in cui sono stato faccia a faccia con tante delusioni ed in cui ho scoperto tante cose e compromessi che non potevo accettare e che non mi piacciono.

Cosa ti aspetta, oltre a Sotto Zero? I tuoi prossimi progetti? Sto lavorando ad un’altra cover a cui tengo molto, questa volta si tratta di Umberto Tozzi.

Come mai hai scelto Tozzi? È un cantante che ho sempre amato molto, anche se non è semplice da interpretare, visto che possiede un timbro di voce molto acuto e che ti espone a dei rischi durante l’interpretazione. Ma amo il rischio, è la condizione necessaria a trasmettermi adrenalina ed emozione, d’altronde non potrei non amare il rischio se ho scelto di creare uno spettacolo come Sotto Zero in cui sono da solo sul palco e devo affrontare tutto, dall’esibizione ai cambi d’abito repentini. Diciamo che sono un po’ pazzo, ricordo ancora, quando all’inizio portavo in giro e proponevo Sotto Zero, e raccontavo di quanto lo spettacolo fosse collaudato, quando poi non avevo fatto nemmeno una prova, ma era l’occasione per lanciarsi e non potevo fare diversamente.

Potendo tornare indietro cosa rifaresti e cosa non? Rifarei tutto il percorso che mi ha portato in giro per farmi conoscere, o quando ho avuto la possibilità di cantare con l’orchestra dal vivo. Non abbandonerei però per tanto tempo, come ho fatto in passato, la musica per il negozio. Anche perché non mi completerebbe. L’anno scorso un mio amico, vedendomi, mi disse che gli sembravo triste, e così, in occasione del compleanno di un altro amico, mi è stato chiesto di partecipare alla festa soltanto se mi fossi esibito come Renato Zero, l’ho fatto e la cosa è piaciuta tantissimo. I miei genitori continuavano a dirmi di buttare via tutto, parrucche, costumi, ma io sono stato ostinato, anche perché dietro ogni costume c’è un lavoro incredibile, molti costumi li ho fatti io, così anche i cappelli, utilizzando lo stucco da carrozziere!

Cosa auguri alla musica italiana? Il mio augurio è di tornare a proporre cose migliori, di alzare il tiro, il livello. Abbiamo un disperato bisogno di brani scritti per bene e da cantautori di talento.

L’intervista con Daniele Serpi si chiude qui. Sin dai primi minuti di questa telefonata, sapevo che Daniele era nel suo negozio. Terminata l’intervista me lo immagino in quel posto solo come di passaggio, con l’atteggiamento di chi è appoggiato ad uno sfondo che non gli appartiene. E credo di aver ragione, perché Daniele appartiene alla musica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654