ottobre 14, 2014 | by Emilia Filocamo
«Quando sono stato scelto per Un’altra vita ho urlato di gioia sul bus». Storia dell’attore Luca Avallone, un bello con l’anima

La bellezza è paragonabile ad una vela che, solleticata dal vento giusto, può portare lontano, molto lontano. Bellezza e talento, se amalgamati nel modo corretto, sono vela e timone. Ma se alla bellezza ed al talento si unisce l’umiltà, l’umiltà che, nonostante il successo, permette di riconoscere sotto la nuova patina quello che si era e il punto preciso da cui si è partiti, allora credo che siano davvero poche le mete che non si possono raggiungere. Tutta questa metafora mi è facilmente indotta e suggerita sin dal primo contatto che ho avuto con l’attore Luca Avallone, riccioli scuri e sguardo smeraldo, ma soprattutto uno dei protagonisti della fiction Un’altra vita, per la regia di Cinzia Th Torrini con Vanessa Incontrata, Daniele Liotti, Loretta Goggi e Cesare Bocci ed in onda proprio in questi giorni su Rai 1. Scenario isolano, quello di Ponza, una donna in fuga da Milano per vicissitudini giudiziarie che colpiscono suo marito, tre figlie con cui adattarsi ad una realtà all’inizio ostica e poi nuovi amori, nuove dinamiche e sullo sfondo un mistero. Luca Avallone interpreta Riccardo, il militare di servizio a Ponza di cui si innamora una delle figlie di Vanessa Incontrada, la rossa Margherita. Luca si concede alle mie domande con una gentilezza unica e, cosa straordinaria, è lui a ringraziare me più volte, lui che è già un idolo di tante ragazze e non si fa certo fatica a capirne il motivo.

Partiamo dalla domanda che credo ti abbiano fatto tutti e cioè la tua partecipazione ad una fiction che sta riscuotendo ottimi consensi, Un’altra vita con la regia di Cinzia TH Torrini: come sei arrivato a questa fiction? Ci racconti come è iniziato tutto? «Sì, è una domanda che mi hanno già fatto, ma sono lieto di rispondere ancora. La mia agente, Marina Diberti che mi ha scoperto ed ha, da subito, creduto in me, mi chiamò e mi propose il provino per “Un’altra vita”. Andai il più tranquillo possibile, in questi casi la soglia di tranquillità è molto bassa, e incontrai per la prima volta la casting Rita Forzano. Feci il provino e la convinsi. Mi richiamarono ancora e questa volta a provinarmi c’era, in un angolo, anche Cinzia TH Torrini che, avendomi visto in video, voleva rivedermi dal vivo. È stato un provino lunghissimo e faticosissimo, perché stavolta avrei dovuto convincere direttamente lei! Dopo qualche settimana mi chiamò la mia agente e mi diede la lieta notizia: Cinzia voleva me per interpretare Riccardo in “Un’altra vita”. In quel momento mi trovavo sull’autobus 85 nei pressi dell’Altare della Patria e, senza volerlo, mi accorsi che il volume della mia voce, per l’esultanza, aveva assunto livelli tali da coinvolgere anche gli altri passeggeri che si complimentarono con me».

 Il tuo personaggio, di cui non credo tu possa svelarci molto, sta modificando gradualmente l’equilibrio di una delle protagoniste, la giovane Margherita, apportando cambiamenti importanti nella sua vita: in che modo ti sei preparato al ruolo e come è stato lavorare con l’attrice che interpreta Margherita, è stata subito sintonia o si è creata poco alla volta? «Con la dolcissima Ludovica Bizzaglia, l’attrice che interpreta Margherita, è nata subito una bellissima sintonia, la quale ci ha permesso di dare il massimo sul set. Mi sono preparato alla parte con lei, provando costantemente tutte le nostre scene. Credo che la preparazione di qualsiasi personaggio richieda costanza e molto lavoro: nel caso specifico di Riccardo mi è servito molto fare attività fisica per tenere alta l’energia del personaggio».

La fiction, specie negli ultimi anni, sta riscuotendo un grande successo ed è un po’ la regina dei palinsesti televisivi: come spieghi questo affetto del pubblico? È un prodotto più ” semplice” oppure offre un’alternativa valida ad una televisione che offre forse troppa ripetitività? «Nel caso specifico di Un’altra Vita, onestamente tutto questo affetto da parte del pubblico era del tutto inaspettato e, per questo, ancor più piacevole. Non riesco a spiegarlo, essendo un successo straordinario (numeri alla mano). Suppongo molto sia dovuto all’ambientazione della storia: la bellissima isola di Ponza col suo mare ed i suoi colori ed all’attualità delle tematiche trattate nelle quali il pubblico può riconoscersi facilmente. Poi certo la sapiente regia, capace di mescolare tutti questi ingredienti, rendendo il prodotto frizzante, scorrevole e piacevole». 

La fiction è ambientata appunto a Ponza, in un contesto dunque isolano, piuttosto piccolo ed abituato a preservare una certa immagine rassicurante, non a caso il nuovo, la protagonista e le tre figlie, viene accolto in maniera diffidente ed accettato poco alla volta: hai mai vissuto in una piccola realtà? E come giudichi questo modo spesso ” chiuso” di rapportarsi al nuovo, a quello che arriva da “un altro posto”, in questo caso da un’altra città, ma spesso anche da altri Paesi? «Io sono nato in una piccola realtà: Palazzolo Milanese è una frazione della periferia meneghina, dove le persone che si incontrano e i luoghi che si frequentano ricordano un po’ la realtà isolana. È vero, nelle piccole città c’è questo meccanismo di difesa, perché la loro ristretta estensione permette di tener tutto sotto controllo. Il mio viaggio è stato l’inverso di quello di Emma e delle sue tre figlie, perché da una piccola realtà chiusa mi sono spostato, a 19 anni, nella grande e dispersiva Roma. All’inizio il cambiamento è stato forte, però ammetto che con il tempo ho imparato ad apprezzare la possibilità di confondersi tra le tante persone che vivono in città, dove, rispetto al paese, in pochi ti conoscono e riconoscono».

Come nasce il tuo amore per il cinema? Sei figlio d’arte o è nato tutto con te? «No, non sono figlio d’arte, anzi i miei genitori fanno tutt’altro lavoro e all’inizio hanno avuto difficoltà ad accettare questa mia passione. L’amore per il cinema, che io ricordi, ce l’ho fin da quand’ero bambino. È tutta colpa di mio padre che almeno una volta a settimana mi portava al cinema, non perché fosse un cinefilo, ma semplicemente, credo, per farmi star buono. Io guardavo i film e mi meravigliavo di come gli attori sullo schermo, seppur grandi e vaccinati, potessero giocare in maniera credibile senza apparire ridicoli o sciocchi. Mi sono detto: “Anch’io da grande voglio giocare!”. È chiaro, non è stata questa la spinta maggiore. Da piccoli tutti sognano di fare l’astronauta, il pilota o l’attore. Ho abbandonato l’idea per un po’. Sedicenne ho iniziato a lavorare sodo per diventare un attore. Posso affermare con una certa fierezza che sia nato tutto con me».

Hai cominciato con il teatro: cosa dà in più il teatro ad un attore? Lo studio è ancora fondamentale in un ambiente in cui, credo, molto spesso le scorciatoie dei reality, ad esempio, fanno saltare le tappe? «Il teatro in più ti dà il respiro del pubblico. È una sensazione impagabile sentire il pubblico mentre si è sul palcoscenico ad esibirsi. Accade tutto sul momento, l’arte del teatro nasce e muore mentre viene rappresentata, perché non potrà mai più essere ripetuta nella stessa maniera ed il pubblico assiste a questo magnifico “sacrificio”. Lo studio e la preparazione sono le basi fondamentali su cui si costruisce tutto. Non si può fare a meno dello studio. Le scorciatoie? Fino ad oggi non ne ho prese e credo che la qualità si veda sulla lunga distanza».

L’incontro che ti ha cambiato la vita professionalmente? «L’incontro che mi ha cambiato la vita professionalmente, non smetterò mai di dirlo, è stato quello avuto con Marina Diberti, diventata oggi la mia agente. Quando mi sono presentato da lei ero completamente sbandato, mi ero perso e non sapevo più che via percorrere per raggiungere la meta. Lei ha creduto in me ancora prima che tutti gli altri cominciassero a farlo».

Cosa consiglieresti ad un ragazzo della tua età che si accinge a fare il tuo stesso mestiere pur fra mille difficoltà? Cosa bisogna fare e, soprattutto, cosa non bisogna mai fare? «Ad un ragazzo che si accinge a fare il mio lavoro non saprei cosa consigliare di preciso. Gli direi solo di avere tanta determinazione e tanta pazienza, perché le delusioni arrivano molto prima delle soddisfazioni, ma questo non deve demoralizzare. Anzi dovrebbe mettere alla prova il desiderio di seguire questo percorso».

Quanto conta per te la  bellezza? E come ti rapporti ad essa? Credi sia solo un valido biglietto da visita o più spesso un banco di prova, perché oltre ad essere un bel viso, bisogna dimostrare di essere molto di più? «La bellezza senz’altro aiuta, non potrei fare l’ipocrita dicendo il contrario, ma credo, come dici te, che sia un “bel” biglietto da visita a cui bisogna poi aggiungere la dimostrazione di essere molto di più, non solo una bella confezione. A volte questa manovra può risultare difficile, ma uscire dallo stereotipo del “solo bello” è importante per dimostrare anche il talento».

I tuoi prossimi progetti lavorativi? «Dei miei prossimi progetti lavorativi non posso parlarne ancora. Ti posso solo dire che sto preparando uno spettacolo teatrale shakespeariano».

Se non avessi avuto modo di fare questo mestiere straordinario, cosa saresti stato? Avevi insomma in mente un piano B? «Per anni ho praticato sport a livello agonistico, se non avessi fatto l’attore avrei comunque intrapreso una carriera sportiva che mi permettesse di esprimermi con il corpo e con l’anima. Praticamente avrei fatto lo stesso l’attore».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Se mi soffermo a riflettere a quali persone dover ringraziare per quello che sono oggi, mi accorgo che la mia scelta ricade sulle donne che mi sono state accanto: cominciando sicuramente da mia madre, passando per la già citata Marina Diberti e senza dimenticare le ragazze che mi sono state vicino in questi anni. Devo ammettere che la forza delle donne mi ha sostenuto soprattutto nei momenti di maggior bisogno. Posso dire che mi hanno letteralmente salvato la vita. Senza di loro non sarei l’uomo che sono oggi».

Come ti vedi fra venti anni? Ci pensi mai e cosa ti auguri? «Non riesco ad immaginarmi tra vent’anni. Sono una persona piuttosto irrequieta e dinamica, non saprei proprio fra vent’anni come sarò. Mi auguro di vivere solo e solamente col mio lavoro, questo per me sarebbe già tanto. Tutto quello che viene in più è ben accetto».

Una domanda un po’ particolare: hai la possibilità di dare un consiglio al tuo personaggio protagonista di Un’altra vita. Quale gli daresti? «Non posso sbilanciarmi troppo. Gli direi solo di meditare sul fatto che prima o poi dobbiamo tutti fare i conti con le nostre scelte e le nostre scommesse».

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