marzo 16, 2015 | by Emilia Filocamo
Raffaele Mertes si racconta a pochi giorni dal debutto della terza serie della fiction di successo “Le Tre Rose di Eva”

Saper raccontare una storia è una dote innata, un carisma, un talento  speciale. Saper raccontare una storia con successo è la conferma non necessariamente scontata di quel dono. Nel corso delle mie interviste mi sono spesso chiesta quale potesse essere la “voce” del successo, mi sono chiesta quali fossero il timbro, l’altezza e perfino l’impostazione. Ho immaginato quale pacata ma appagante compostezza derivasse dalla consapevolezza di fare quello che si ama e di farlo non solo con passione autentica, ma con risultati che danno a quella passione una marcia in più, un’investitura condivisa e accertata. Sono appena le dieci di un sabato mattina, forse il primo che sembra suggerire l’arrivo della primavera e mentre il cellulare del noto regista Raffaele Mertes (regista de La Bibbia, di Carabinieri, Questa è la mia terra, Un amore e una vendetta, di Solo per amore e dell’acclamato Le Tre Rose di Eva, giunto alla terza serie, con protagonisti Anna Safroncik e Roberto Farnesi) continua a mandare i suoi squilli prima di esplodere nella bella voce che mi aspettavo, continuo a pormi queste domande. Poi, finalmente, i dubbi si diradano. All’ipotesi di imbattermi in una voce quasi baritonale, ingenuamente, anzi quasi in maniera del tutto infantile, ipotizzavo che il “peso” del successo si riflettesse anche sul suono, “incontro” invece a distanza, mediata dal mezzo telefonico, una voce morbida, per nulla arroccata nel trionfalismo dei propri successi, e soprattutto, colgo l’amore del regista, oltre che per il mestiere, per il proprio  dirimpettaio invisibile, il pubblico, coinvolto grazie ad una ola di comunicazione e bellezza. La parola pubblico risuonerà più volte nell’intervista. Raffaele Mertes preciserà infatti la necessità di “dialogare” con esso attraverso storie che incontrino il gusto degli spettatori, mi parlerà  dell’emozione che prova quando immagina di poter offrire svago e sollievo a quanti lo seguono con fedeltà. E partiamo proprio da questa splendida, poetica corrispondenza, spesso condensata meccanicamente solo nei risultati lusinghieri dello share.

Signor Mertes, esiste secondo lei una ricetta precisa per il successo? Possiede forse un sesto senso che la induce a puntare su un determinato prodotto piuttosto che su un altro, facendole presagire l’esito positivo? Magari esistesse una ricetta per questo! La metterei in atto all’istante! Di certo esiste una precisa consapevolezza di quello che il pubblico potrebbe o non potrebbe gradire, tengo a precisare che nei confronti di un’opera ho pur sempre un mio punto di vista, ma, con il tempo, ho affinato il mio gusto in base a quello degli spettatori a cui mi rivolgo. Bisogna tener sempre presenti le differenze a seconda se si lavora su un prodotto per il cinema o per la tv, e bisogna considerare anche la rete a cui ci si rivolge, se sia Rai o Mediaset, ognuna di queste tv generaliste ha una propria linea editoriale e con l’esperienza si cerca di adattare i prodotti a seconda della direzione intrapresa. Ovviamente il margine di errore esiste sempre.

Da spettatore cosa guarda in tv o al cinema Raffaele Mertes, cosa le piace e cosa proprio non sopporta? Dirò probabilmente un’eresia, e cioè che non guardo molta tv, anche perché vado a letto presto la sera e ormai i palinsesti spesso si prolungano un po’ troppo. Proprio ieri riflettevo che abbiamo un gusto particolare, che non è di tipo americano e questo può essere ambivalente, può essere un limite ma anche un vantaggio. Le serie, infatti, vengono fatte su misura per il pubblico italiano. Come spettatore non ho preferenze, sono aperto a tutto, piuttosto scontato dire che sono aperto a tutto ciò che è interessante, si tratti di film o serie. L’importante è che non si avverta una tendenza a compiacersi di ciò che si fa, è un atteggiamento che non porta a niente. Così come c’è bisogno anche di un certo ritmo per poter coinvolgere i giovani, non si può indugiare troppo su alcune cose se si vuole raggiungere anche quella categoria.

C’è stato un momento sul set, o magari più di uno immagino, che le è rimasto nel cuore? In verità questo è avvenuto più di una volta, tutte quelle in cui mi sono reso conto di avere tra le mani una bella scena scritta, con attori bravi, tutte le volte in cui ho avvertito delle emozioni sul set che mi hanno confermato che si trattava di un bel lavoro. E poi sono soddisfatto quando so di poter trasmettere dei valori, di poter insegnare qualcosa; è difficile, lo so, ma questo dà un senso etico al mio lavoro. Sono felice quando posso suggerire qualcosa che può tornare utile anche agli altri, non è la prima volta che le persone mi dicono che quel mio film li ha aiutati tanto, anche il solo pensare che uno spettatore rientri appositamente a casa per seguire una puntata e che possa trovare gioia e un momento di relax dai problemi quotidiani è per me fonte di grande soddisfazione. Considero indimenticabili tutti questi momenti.

C’è una storia che non ha ancora raccontato e a cui vorrebbe dedicarsi, diciamo una sorta di sogno nel cassetto? Ce ne sono diverse, anche perché il mio percorso prevede che faccia mie storie che non nascono come tali. Ho fatto diversi film religiosi, e mi piacerebbe farne altri, perché ci sono tanti argomenti da poter sviscerare in tal senso.

I suoi prossimi progetti? Al momento il mio impegno più prossimo è quello del 20 marzo quando partirà su Canale 5 la terza serie di Le Tre Rose di Eva, la messa in onda è stata anticipata e quindi abbiamo delle scadenze da rispettare, pertanto sono totalmente coinvolto in questo.

Il complimento più bello che le è stato fatto? Tutte le volte in cui chi lavora con me sul set mi dice di essere stato bene, quello è il complimento più grande. Quando percepisco questo dagli attori, che sono creature spesso molto complesse, mi rendo conto che ho lavorato con attenzione e che questo mio impegno è stato recepito e ripagato pienamente.

Conosce il Ravello Festival e che rapporto ha con la musica nel tempo libero? Quali sono i suoi hobby fuori dal set? Conosco il Ravello Festival ma non ci sono mai stato. Per quanto riguarda il mio tempo libero, al momento sono molto concentrato sul lavoro e sono occupato praticamente 6 giorni su 7, ma amo ascoltare molto l’opera lirica e la musica. Non ho altri hobby particolari, ogni tanto un po’ di sport, ma proprio il minimo indispensabile. In definitiva il mio hobby è il lavoro.

Un suo difetto ed un suo pregio? Ho duemila difetti, non ho molta pazienza ad esempio, e sono un po’ pigro, però adesso ho imparato a gestire anche questo. Come pregio, direi che sono sintetico, e che mi piace andare dritto al sodo.

Se per assurdo potesse tornare indietro, cosa non rifarebbe e cosa invece farebbe di nuovo volentieri? Tornando indietro, come ho già anticipato prima, ripeterei i lavori religiosi che ho fatto, anche perché è un filone che amo molto, sebbene la carriera mi abbia portato altrove. Cosa non rifarei? Ma io non credo che sia giusto guardare al passato con rimpianto, tendo sempre a guardare oltre, avanti. Sicuramente correggerei delle cose o magari non ripeterei certi errori, ma in fondo va bene così, perché fanno parte del mio percorso.

L’intervista con Raffaele Mertes si chiude qui: un istante prima di terminare la comunicazione sono tentata, vista la data vicinissima del 20 marzo, di augurargli un sincero in bocca al lupo per gli ascolti, ma poi, rifletto sul fatto che nel mondo dello spettacolo gli scongiuri solitamente non scomodano né le bocche né i lupi, ma sono ben più diretti ed hanno un’unica parola magica ripetuta in triplice copia. E poi Raffaele Mertes forse non ne ha bisogno. In fondo una ricetta per il successo c’è e lui me l’ha insegnata inconsapevolmente, mi è bastato ascoltarlo: due dosi equivalenti di passione e talento ed una abbondante di umiltà.

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