agosto 27, 2015 | by redazione
Ravello – Bielorussia nel segno della cultura / PARLANO I RAGAZZI

di Lucia D’Agostino

Espressioni serie ma pronte ad aprirsi in un sorriso luminoso quando salutano, sguardi concentrati e accesi di passione per la musica e la danza, curiosità giovanile e voglia di imparare, passando per l’apertura mentale ad ogni tipo di esperienza umana unita alla voglia di esplorare un contesto paesaggistico per loro assolutamente inedito. Emozioni e sentimenti nuovi che accompagnano i 19 allievi provenienti dalle migliori accademie e università per la Musica e la Danza di Minsk in Bielorussia che in questi giorni, e fino a domenica 29 agosto, stanno frequentando nella Città della Musica, ospiti della Fondazione Ravello, degli stage divisi per quattro sezioni disciplinari: Musica da Camera, Percussioni, Danza e Piano Jazz. È già tempo per loro di fare un piccolo bilancio di una opportunità di studio che non dimenticheranno facilmente e, anzi, per alcuni di loro si rivelerà una tappa importante nel proprio percorso artistico e, soprattutto, umano. Li abbiamo incontrati nella pausa pranzo tra una masterclass e l’altra, seguiti per ciascuna disciplina dagli insegnanti Francesco Solombrino, Gennaro Damiano, Gianluca Podio, Gerardo Porcelluzzi e Simona Bucci che stanno alimentando in loro, con un linguaggio sicuramente diverso da quello utilizzato dai maestri bielorussi, il fuoco sacro della creatività come sono pronti ad ammettere non appena gli si chiede una prima impressione su questa esperienza internazionale. «Non avevo alcuna immagine del paesaggio che mi avrebbe accolto una volta arrivata a Ravello, il primo colpo è stata la strada tutta in salita per arrivarci, una strada che certamente non mi ha trasmesso tranquillità date le curve continue – dice Paolina, classe 1994 e violinista, tra i sorrisi divertiti degli altri compagni – il secondo colpo è stata l’accoglienza calorosa del Sig. Secondo Amalfitano, non avrei mai immaginato di essere accolta con tanto affetto e tanta attenzione. Mi piace tanta cura nei nostri confronti, il fatto che ci seguono in continuazione e ci fanno mai mancare nulla; il Sig. Amalfitano poi non appena sa che siamo liberi da impegni didattici coglie subito l’occasione per farci conoscere le bellezze e i palazzi di Ravello. È un’esperienza che ricorderò per tutta la vita e il fatto che nella sezione di studio dedicata alla musica da camera possa confrontarmi con altri ragazzi rappresenta un’opportunità di crescita, così come il metodo di insegnamento del prof. Francesco che riesce a farmi capire tutto e bene». Per Anna, 21 anni e pianista jazz, «qui è tutto una favola, lo stesso professore che insegna contribuisce a creare una favola per il modo in cui spiega le cose. Se la tecnica è uguale a quella che abbiamo imparato nel nostro Paese il modo di farla arrivare a noi ragazzi e totalmente diverso e penso che contribuirà ad aprirmi nuove prospettive di studio per il prossimo anno». Olga, 21 anni, partecipa al corso di musica da camera come violoncellista, e dice di non aver avuto all’inizio alcuna aspettativa particolare, «quello che ho visto al mio arrivo è stato un concentrato di meraviglia, a partire dagli insegnanti, passando per il paesaggio e finendo con il cibo. Un’esperienza decisamente positiva dove ciò che ci dice sempre l’insegnante è un rilassante “don’t warry”, non preoccupatevi». Tra gli allievi bielorussi ci sono anche ragazzi ancora più giovani, come Yanina per cui l’esperienza di Ravello non è la prima fuori dalla Bielorussia, avendo già partecipato, lei violista ad un festival in Belgio «tuttavia Ravello si è rivelata anche meglio di quanto mi aspettassi, per la bellezza del posto e la straordinarietà delle persone, un luogo dove il fascino dell’antico riesce a creare un’atmosfera speciale che invoglia a suonare con il buon umore grazie anche al metodo di insegnamento affascinante dei maestri». Anton, 20 anni è nella classe di piano jazz, è l’allievo più particolare a detta anche dei compagni, e, infatti, non esita ad ammettere che senza grandi aspettative immaginava che dietro questa organizzazione ci fosse un “trucco”, «dicevo a me stesso che non era possibile e vero, realmente ipotizzabile nella vita quotidiana che c’è qualcuno che paga per farti soggiornare in un posto così. Non dimenticherò mai questa esperienza, la ricorderò per tutta la vita. Ho viaggiato un po’, nei Paesi arabi respirandone la cultura e diversi modi di vivere, ma quello degli italiani è di altissima qualità come gli insegnanti, soprattutto di jazz una disciplina insegnata da pochi in Bielorussia rispetto alla musica classica, che sanno farti capire le cose più difficili in maniera chiara e passo dopo passo». Roman, 21 anni e unico percussionista, in poche parole sintetizza la sua impressione: tutto perfetto, dove ogni giorno non solo impara qualcosa di nuovo ma, a poco a poco, migliorano i rapporti con i compagni, affermazione che scatena il riso generale, sottolineando, come è giusto che sia, che anche tra ragazzi ci si conosce piano e solo con il tempo si impara ad apprezzarsi. L’altro Roman, sempre di 21 anni ma sassofonista di musica da camera, nel rilevare come la differenza di lingua non sia di alcun ostacolo alla comprensione delle lezioni è l’unico ad avere il coraggio di dire che ha voglia di andare al mare, che è riuscito finora a vederlo solo da lontano e questo gli fa meritare un liberatorio applauso generale «a parte questo – aggiunge serio – l’insegnamento della tecnica musicale non è tanto diversa, ma è comunque diversa e la diversità la fa l’ambiente, l’atmosfera particolare del luogo: qui tutto è ispirazione, la villa, i muri antiche e i suoni». Paulina, danzatrice moderna di 19 anni, stenta ancora a credere alla favola del soggiorno ravellese «ho l’impressione che qui l’anima si cura, un sentimento che non riesce ad abbandonarmi. Inoltre gli insegnanti di danza in Bielorussia è come se si fossero fermati, non si sono evoluti mentre qui guardano al futuro, un modo di concepire la danza e i suoi sviluppi che certamente porterò in Bielorussia». Un sentore di novità assoluta che pervade anche la percezione di un’altra ballerina, questa volta di danze folk, Angelina di 20 anni, che sperava di trovare qualcosa di nuovo «avendo viaggiato un po’ in tutta Europa, sono stata sempre io a portare ovunque andassi un’esperienza diversa. Ogni cosa che ho imparato e sto imparando qui si sta aggiungendo al mio bagaglio di sapienza artistica e di esperienza, sto assorbendo tutto come una spugna in modo da poterne fare tesoro anche in futuro. Un modo di ballare completamente diverso, un modo di insegnare completamente diverso; insegnanti di altissima qualità e l’opportunità di respirare un po’ le atmosfere del Teatro dell’Opera di Roma grazie a Gerardo che da quella esperienza proviene e che per me rappresenta un sogno, una meta a cui aspirare». Altro elemento positivo che ha suscitato approvazione generale tra i giovani bielorussi è il rapporto informale e familiare che gli insegnanti sono riusciti ad instaurare con loro: per Vladislav, 21 anni e pianista jazz, il fascino dettato dal comportamento delle persone, il metodo amichevole di insegnamento la simpatia dello staff della Fondazione Ravello è qualcosa di ineguagliabile; per Vlad, pianista classico, il più giovane del gruppo, il fatto di essersi fatto tanti amici proprio a Ravello è una cosa che non si aspettava; e per Paulina, flautista di 19 anni, «avere delle aspettative su Ravello sarebbe stato impossibile, non ci si può immaginare Ravello e quando la si vede si può solo esclamare “wow”. A rimarcare la differenza, infine, la relazione tra allievi e professori, un rapporto amicale, professionale e scherzoso, dove l’insegnante è innanzitutto una persona con cui poter instaurare un rapporto umano.
Le testimonianze di questi giovani artisti alle prime armi riassumono con parole semplici ed entusiaste l’intento alla base di questo programma di scambio culturale promosso con lungimiranza e sensibilità dalla Fondazione Ravello per far entrare in contatto due Paesi diversi, l’Italia e la Bielorussia, due culture diverse, due vissuti sociali diversi capaci di contaminarsi per arricchirsi e aprire quei fittizi confini territoriali e mentali che soli impediscono alle persone nel mondo di vivere come una comunità fatta di esseri differenti eppure capaci di amare l’arte, suonare, ballare e emozionarsi allo stesso modo.

 

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