dicembre 2, 2015 | by Emilia Filocamo
“Ravello è un luogo unico che ha sposato la bellezza estetica e quella spirituale”. L’artista e regista Andrea Bezziccheri alias Franco Losvizzero si racconta

Questa intervista è sicuramente un mondo a se e non solo per contenuti, per forma, per tono del discorso, ma perché, una volta terminata, mi è sembrato di venir fuori dalle viscere di un sogno, di una reverie particolare fatta di immagini bifronti, belle e mostruose, da fiaba e da incubo, potenti e mistiche, antropomorfe e poi animalesche. Ed in questa favolosa dicotomia spaventosa, userò spesso in questa intervista il gioco degli opposti, come è giusto che sia, arriverò alla fine, a sentire come forse sente, il suo protagonista, il regista ed artista Andrea Bezziccheri o Franco Losvizzero, anche qui la sua anima si sdoppia per essere rigore nel cinema e fantasia, immaginazione, istinto ed inconscio nell’arte pittorica e scultorea.

Una domanda che forse le avranno fatto già in tanti: perché come nome d’arte ha scelto Franco Losvizzero? Volevo distinguere e dividere la parte rigida ed adulta da quella più sensibile e fragile destinata all’arte contemporanea; ribattezzare il bambino dentro di me, la mia parte più pura. Infatti Losvizzero è il poeta-artista che mi abita, Andrea il regista. E poi si ricorda facilmente! Facevo parte di un gruppo di amici in cui ci chiamavamo tutti Franco o Ciccio perciò un nomignolo familiare, inoltre “Losvizzero” è internazionale e romano al tempo stesso, ha 2 z come il mio cognome, Bezziccheri, e quello di mia madre; infatti io mi firmo con un cerchietto con due z dentro; e c’è anche una moneta, il “franco svizzero”, che ce lo riporta alla mente; un nome ironico come le mie opere ma anche curioso. E poi si sa che gli svizzeri sono noti al mondo per la precisione dei meccanismi, e dunque andando alle sculture mobili, era perfetto per la mia arte.

Fra le sue opere, mi hanno colpito molto quelle con, mi perdoni l’uso dei termini sicuramente non appropriati, le orecchie da coniglio. È un’immagine che, personalmente, mi inquieta ed attrae allo stesso tempo, mi fa pensare a Kubrick. Posso chiederle l’origine di questo tipo di ispirazione ed il significato? Hai usato due parole molto interessanti: attrazione ed inquietudini. Quando entrambi sono presenti so che sto facendo un bel lavoro. È qualcosa che non lascia indifferenti. Piace non solo agli adulti ma anche ai bambini, nonostante di per se le sculture meccaniche generino effettivamente un po’ di inquietudine. La donna-coniglio simboleggia un doppio mondo: rappresenta la bellezza, ovvero il corpo della donna, ma che al contempo è anche generatrice di inquietudine, conduttrice nel mondo nell’inconscio, come Alice nel mondo delle meraviglie. La donna coniglio è una figura mitologica contemporanea, così come lo è stato in passato il Minotauro; richiama il bianconiglio ma anche tutta la tradizione pasquale e le simbologie religiose ad esso connesse. Sia cinematograficamente che pittoricamente, non mi piace indugiare su un panorama ‘en plen air’: il mio giardino è l’inconscio, io conduco chi mi guarda in un mondo delle meraviglie in cui c’è tutto: ci sono i ricordi, le paure, la sessualità, tutto si mischia, è un percorso a ritroso verso il mio inconscio e quello collettivo. Dentro di noi c’è la memoria di tutta l’umanità e il coniglio ti invita ad entrarci, o a caderci.

Le “corna” sono il tratto animale più costante dei suoi lavori. Come una sorta di archetipo. È corretto? Specie nei lavori pittorici ogni volta che creo è come un flusso di coscienza, le immagini appaiono sulla tela e a volte solo dopo riesco a capire a cosa rimandino e i loro reali significati. Le corna come elemento, le code, così come gli animali in genere, sono una costante del nostro immaginario fin dalla notte dei tempi: penso ai primi disegni all’interno delle caverne, la mitologia   è piena di commistioni fra l’umano ed il bestiale e, così come hai detto, costituiscono simbolicamente degli archetipi. Ma, soprattutto, rappresentano proiezioni di me stesso nel momento in cui mi rivolgo al mio inconscio, e dunque sono giunto alla conclusione che in un modo o nell’altro sono sempre degli autoritratti.

Qual è, da addetto ai lavori, lo “stato” dell’arte contemporanea in Italia? Le si dà abbastanza spazio? C’è qualche giovane artista che la incuriosisce e nel quale vede un bagliore, una sorta di “shining”? Mi piace l’arte degli altri, adoro collezionare e fare scambi e ci sono dei nomi interessanti che posso fare ma che forse in Italia non sono considerati abbastanza. Per quanto riguarda la situazione dell’arte contemporanea in Italia, direi che ciò che ha carenze è il “sistema-arte-contemporanea”. In altri paesi c’è un “sistema” che unisce i galleristi agli artisti, chi fa promozione ai compratori il tutto sostenuto dalle istituzioni. Ho partecipato al Forum dell’Arte Contemporanea in Italia che si è tenuto a Prato e ho avuto la conferma di questo mio assunto, il sistema arte contemporanea in Italia è ripiegato su se stesso. Non decolla come altrove. Fra i nomi che posso fare sicuramente ci sono Matteo Giuntini, un amico con cui ho fatto anche degli cambi. È un artista fresco che non richiama né tradizioni italiane né nord europee, ma di tipo sudamericano. E poi ancora Carlo De Meo, in cui la componente di inquietudine si avverte molto ed il tema del gioco è declinato in maniera interessante, forse è per questo che lo sento affine e poi ancora, Davide Dormino con cui ho condiviso tante avventure compreso gli studi all’Accademia e la Biennale di Porto Ercole che organizzai e diressi per 5 anni.

Parliamo di arte e cinema: come si armonizzano in lei questi due elementi ed in che modo l’una alimenta l’altro? Nella preparazione di ogni progetto cinematografico devono esserci alcuni ingredienti fondamentali che sono la scrittura, lo studio della fotografia, lo studio con gli attori. Quello che noto manca spesso ai registi è una ricerca di concetti o poetiche contemporanee che possano essere paragonabili ai grandi del passato, da Pasolini ad Antonioni. Nel cinema se non si fa una ricerca come nell’arte, non si arriva a nulla. In questi ultimi anni ho dato priorità alle mostre, a New York, Biennali di Venezia, a Berlino, a Miami presso l’Art Basel e alla ricerca pura nell’arte ma ora voglio ridedicarmi al cinema con rinnovati contenuti.

Lei è un artista di respiro internazionale: quali sono le principali differenze di approccio alle sue opere che riscontra nelle sue mostre all’Estero? All’estero mi sembra ci sia maggiore interesse all’essenza di un lavoro e soprattutto di un percorso. Sicuramente la sorpresa è l’elemento comune a tutti i miei lavori, che coinvolge un pubblico di diverse età e diverse classi sociali, dagli adulti ai bambini. Davanti alle mie opere si torna bambini per alcuni istanti, soprattutto davanti alle sculture che si muovono. L’altro elemento è un rigore formale: che si tratti di video-arte come con il film “Il Grande Sogno di Un Nano”, di sculture cinetiche, di performance, pittura o sculture in vetro o di fotografia, la poetica è comune e nei diversi media utilizzati il segno di Losvizzero è sempre molto riconoscibile.

A cosa sta lavorando adesso? Sto lavorando ad altre mostre sempre anticipate da una lunga ricerca che mi permette di sperimentarmi nel profondo ed ora mi sento di nuovo pronto per nuovi progetti cinematografici. Il mio ultimo film è stato N.Variazioni del 2009 in cui 12 coppie si svegliano in una camera d’albergo e si relazionano fra loro con 8 battute che sono sempre le stesse e ciò a cui assistiamo è che con lo stesso linguaggio e le stesse parole i significati cambiano, come se la forma non rispettasse il contenuto. Un approccio molto contemporaneo che però ha riscosso un gran interesse anche nel pubblico ‘normale’ oltre ad una candidatura per Cannes e al Premio 35mm (l’anno prima era stato dato a Romanzo Criminale di Placido). Il film ha vinto la sezione sperimentale al Festival del Cinema di Roma del 2009 ed essendo stato proiettato ho dovuto rinunciare a Cannes. E poi ancora il film “Un Cane nero” a cui sto lavorando già da un po’, una storia drammatica ambientata a Napoli sui combattimenti clandestini di cani. E ancora sto lavorando al documentario “Il più grande collezionista del mondo” sulla sindrome compulsiva di collezionare che caratterizza buona parte dell’umanità e un docufilm su Alejandro Jodorwsky di cui sono stato allievo per alcuni anni. C’è anche un progetto per un film da girare in Oriente che si intitola Diamante. Ma anche per questo al momento sono in cerca di finanziatori un po’ più coraggiosi della media.

Che tipo di bambino era? Ha sempre saputo di possedere una immaginazione, una capacità creativa superiore magari ai suoi coetanei o agli amici che frequentava? Qualche problemino dovevo averlo anche da piccolo! Scherzo. Ero di sicuro diverso dai miei coetanei per preferenze e gusti nei giochi di tutti i giorni, adoravo costruire dei mostri, assemblavo giocattoli dopo averli smontati. Ricordo una volta in cui inserii in un rospo di plastica delle stelline di natale, le accesi   per vedere come lo deformavano andando a fuoco. Era uno spettacolo affascinante. Era così anche nel disegno, ricordo che rielaboravo alcune foto viste sui giornali in un modo particolare a tratti scioccante e mia madre, preoccupata, pensò anche allo psicanalista, senza comunque dare seguito; mi piaceva giocare con cose insolite, costruire macchine smontando pezzi di altri oggetti ed utilizzando i motorini, un chiaro anticipo delle mie sculture meccaniche.

Che tipo di ispirazione la guida alla realizzazione di un’opera e come trascorre il tempo di “gestazione”? Sono alla completa mercé di me stesso: quando devo partorire un’opera, o quando mi predispongo per accogliere un’idea, specie nel cinema, la parte della scrittura la vivo come un momento doloroso, mi distacco dalla realtà. Le opere in generale arrivano da un momento di scombussolamento interiore, aspetto che arrivi qualcosa, c’è sempre un segno, un’avvisaglia e una volta accolta, stacco il telefono e lavoro anche per 2 o 3 giorni di seguito. La “natura” lavora per conto suo e mi suggerisce ed indica. Quando vivo realmente questo abbandono e rinuncio ai pensieri coscienti il risultato è quasi sempre di livello.

Mi ha raccontato di essere stato a Ravello e al Ravello Festival due volte. Che ricordo ha di quelle esperienze? Della bellezza: quando la bellezza esteriore sposa la bellezza della musica, dell’arte, allora il tutto si compie. È un luogo altamente spirituale: c’è un’energia particolare, quella che ha attratto scrittori ed artisti di tutto il mondo, e la si avverte. Ravello ha sposato la bellezza sia estetica che spirituale e lo ha fatto in modo serio. Niemeyer con il suo auditorium ne sono un esempio: ho avuto l’onore di incontrare Oscar Niemeyer a Rio e ho parlato con lui di Ravello, è stata una grande emozione. E poi ho ricevuto anche due premi a Ravello, la Wertmuller mi ha premiato per il videoclip musicale “How to save your life” che ho realizzato a Parigi. Un lavoro in pellicola che cita l’Atalante di Jean Vigo; la cantante è Viola, nome d’arte per la musica di Violante Placido e il regista sono io, Andrea Bezziccheri.

Non potrò mai dimenticare le parole della Wertmuller che mi ringraziò per aver realizzato un lavoro tanto poetico. La seconda volta è stata nel 2008, quando ho presentato il mio film Circonudo ed andai a Ravello sempre con Violante Placido, che allora era anche la mia fidanzata per far parte di una giuria. In quell’occasione, dopo la presentazione, gli organizzatori del Festival decisero di dare due scene del mio film come base per un concorso per musicisti-compositori per il cinema. Il più bravo fu Stefano Switala che vinse il primo premio ed è lui che ha composto la colonna sonora del mio film N.Variazioni. Ravello è stato dunque il crocevia di vari incontri, anche con Mimmo De Masi che ho inserito nell’altro mio film-documentario OSCAR NIEMEYER – L’architettura è nuda (Festival del Cinema di Roma 2008).

Come saprà ogni anno il Ravello Festival ha un tema conduttore: vuole provare ad indovinare o a suggerire il tema del prossimo Ravello Festival? Direi marecalmo o maremosso, ma poi tornerei al concetto di inquietudine, non riesco a stargli lontano! Diciamo Circus e lo dedicherei a Moira Orfei che ci ha appena lasciato e con cui ho avuto l’onore di lavorare.

Da “padre” delle Sue opere cosa desidera ardentemente che il pubblico, i Suoi estimatori, non dimentichino mai delle sue creature? L’impressione che ne hanno ricevuto, le sensazioni al primo impatto. Il messaggio che vorrei trasmettere: è un invito a chiudere gli occhi e a guardarci dentro, un viaggio indirizzato verso il proprio petto, uno sprone a conoscerci meglio nel bene e nel male che ci caratterizza.

Ed io, grazie ad Andrea Bezziccheri, ho fatto questo viaggio per metà. Un viaggio in cui il sogno rima ancora una volta con inquietudine. Ed il bambino occhieggia all’adulto indicandogli dove andare.

Video delle opere in movimento, dei trailer dei film e delle sue mostre/performance su www.francolosvizzero.net

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