dicembre 21, 2014 | by Emilia Filocamo
“Ravello ed il suo Festival sono fra i miei ricordi più cari”. Pino Ammendola dal teatro ai successi televisivi con la nuova serie di Provaci ancora Prof. 6

Talvolta nelle interviste si parte da lontano, o meglio, sembra sia necessario partire da lontano e poi, improvvisamente, ci si avvicina al punto nel quale tutto comincia, e precisamente  dal quale scrivo, Ravello,  che per qualche strana alchimia, si atteggia a baricentro di tutto. Che si parli di set o di esordi, di provini o di casting, di palcoscenico o prime, Ravello, con la sua malia, sembra origliare e sbucare poi nel discorso come l’ospite più importante. Nell’intervista all’attore napoletano Pino Ammendola, che non ha certo bisogno delle mie presentazioni, si parte dagli impegni e dagli orari di un set che diventa un po’ la condicio sine qua non del nostro appuntamento telefonico e, grazie alla magia di cui parlavo prima, si “approda” a Ravello. Per Pino Ammendola, Ravello è stata scenario poetico di una storia d’amore giovanile e la Costiera, vista dal mare, una piccola Itaca da circumnavigare in barca a vela con suo figlio, la stessa Costiera era teatro dei Capodanni spesi in piazza ad Amalfi ad ascoltare la musica esorcizzante della banda, la Costiera con i pochi turisti invernali e le sue luci da presepio. La Costiera Amalfitana ha questo fascino per noi napoletani precisa Ammendola e d’improvviso, tutto diventa più familiare e questa intervista si trasforma in una chiacchierata fra sud e ricordi.

Signor Ammendola, durante il nostro primo contatto, mi detto di essere impegnato su un set, può dirci quale? Certo, sto girando “Provaci ancora Prof. 6” con Irene Pivetti, Paolo Conticini, ed Enzo De Caro: è una fiction di grande successo e sono felice di farne parte, visto che sono molto legato a questo progetto. Poi il 23 dicembre debutto al teatro Ghione con la commedia scritta da me “A Natale divento gay”. E poi ho in progetto anche film e soprattutto fra gli altri spettacoli c’è anche un lavoro su Mercedes Sosa, intitolato “Viaggio Intimo con Mercedes Sosa”, con cui andrò in tournee e poi sarà la volta di un altro spettacolo, che ho scritto e diretto, è “L’incredibile caso di Beniamino Todiscus”, con Marco Todisco.

Tra teatro, cinema e tv cosa preferisce? O meglio dove si sente a casa? Sicuramente il mio mestiere è il teatro, dove ho un rapporto vero con il pubblico, un contatto. Ripeto spesso che faccio tv per pagarmi il lusso di fare teatro, il cinema resta comunque un’aspirazione, ecco, se dovessi sintetizzare il tutto direi, che il cinema è un’aspirazione, la tv sostentamento e il teatro la passione.

Il lavoro al quale è più legato? Sono legatissimo a “Uomini sull’orlo di una crisi di nervi”, venti anni fa ebbe un successo enorme, anche perché è un po’ la storia della mia separazione e da cui è stato tratto un film. Stesso discorso per “Stregati dalla luna”, che ho diretto, con Megan Gale e la Cucinotta nel cast. In genere, però, si è sempre legati all’ultima cosa fatta, come se fosse un figlio appena nato che ha bisogno di cure e di attenzioni.

Lei è un uomo del Sud, un napoletano: che rapporto ha con il Sud? Io preferisco definirmi un sudicio napoletano, una definizione che farebbe accapponare la pelle a Salvini. Vengo da una famiglia borbonica, vivo ormai a Roma da tanti anni, anzi ho vissuto più a Roma che a Napoli si può dire e quando rivelai alla mia nonna paterna che volevo fare l’attore, lei mi guardò sorpresa e quasi delusa. Per mia nonna, Olimpia De Giacomo, una donna nobile dell’800, la Napoli dei suoi tempi era una città all’avanguardia per mezzi e per cultura, ricorda ancora le donne che come lei magari partivano per Londra o per la Francia per comprare le stoffe per i vestiti. E poi Napoli aveva un predominio culturale, basti pensare che nell’800 a Napoli avevano un numero di gabinetti pro capite doppio rispetto a quello di Milano e c’erano 7 laureati ogni cento mentre a Milano se ne contavano 4 ogni cento. Certo poi la storia la fanno comunque i vincitori e non i vinti. In ogni caso, sono fiero di essere squisitamente meridionale.

La sua passione per la recitazione ha radici familiari, lei è figlio d’arte? No, io sono stato il primo  in famiglia, anche se un mio avo, uno zio di mia nonna aveva fatto un film muto, in ossequio ad una prassi del passato che vedeva scegliere dei nobili per girare i film. Un altro mio parente, Pasquale Ammendola, ha corso la targa Florio. La famiglia di mia nonna paterna era nobile, ma di quella nobiltà decaduta che tuttavia non dimenticava una certa prosopopea ed un certo orgoglio.  A noi da piccoli piaceva tanto ascoltare i suoi racconti: diceva spesso che chi viaggiava in carrozza, aveva la fortuna di ossigenare meglio il cervello rispetto a chi camminava a piedi, una condizione favorita dai continui sobbalzi del mezzo.

L’incontro che l’ha segnata e al quale sarà sempre grato? Quello con il mio maestro Achille Millo, un grande attore napoletano per cui De Filippo scrisse De Pretore Vincenzo e che ha riscoperto Viviani. È stato un incontro per me importantissimo e che mi ha dato tanto, e poi ancora con Arnaldo Ninchi, uno dei primi a credere in me e a darmi fiducia, quando ero ancora giovanissimo. Ancora l’incontro con Dino Risi con cui ho fatto vari film. Più recentemente, mi porto nel cuore l’esperienza della “Filumena Marturano” con Massimo Ranieri, che è un mio amico fraterno, lo conosco da quando aveva 16 anni, ma soprattutto perché in quella occasione ho ritrovato la grande Mariangela Melato, con cui avevo già lavorato altre volte, ma lì alla sua ultima interpretazione televisiva. E l’ultima cosa fatta da lei e l’abbiamo fatta insieme.

Qualche rimpianto? Si, di non aver accettato di interpretare un piccolo ruolo nel film “Il Postino”. La mia agente mi consigliò di non accettare perché il ruolo era davvero piccolo rispetto alle cose che avevo fatto fino a quel momento, ma se avessi accettato, a quest’ora il mio nome sarebbe legato all’ultimo film di Troisi.

Conosce il Ravello Festival, c’è mai stato e che genere di musica ascolta? Musicalmente sono onnivoro, ho una grande passione per la musica anni ’60 – ’70, periodo in cui la mia generazione credeva di poter cambiare il mondo. La musica è sempre molto presente nei miei spettacoli. Ho fatto uno spettacolo su Dalida, Avec Le temps, Dalida, che ha avuto un grande riscontro da parte del pubblico e numerosissime repliche, ho realizzato un omaggio dedicato alla Callas. Adoro tutta la musica, anche quella da camera, ma non mi piace la disco e poi amo i cantautori italiani da Guccini a Gaber, da Tenco a Pino Daniele. Sono stato due volte al Ravello Festival, e sempre come spettatore, in un’occasione ricordo di essere venuto per ritirare un premio ma non a mio nome. E sono legato a Ravello per una storia sentimentale risalente a quando avevo 20 anni; ricordo la Costiera del periodo natalizio, la banda di Capodanno ad Amalfi ed io e i miei amici che seguivamo la processione lungo tutto il percorso, ricordo la bellezza dei vostri posti in quel periodo, da Ravello a Positano. Amando molto la barca a vela, ho avuto la gioia di portare mio figlio quando aveva 6 anni in una piccola crociera fatta proprio in Costiera. Tutti mi dicevano che ero un pazzo, ma abbiamo scoperto una Costiera diversa ed è uno dei ricordi più belli che ho.

Cosa consiglia a chi vuole fare il suo stesso mestiere? Di capire se è vero amore, prima di andarci a vivere insieme. Perché gli amori possono finire e in questo mestiere valgono sempre le 3 regole di Eduardo “Salute, salute, salute”, bisogna avere energie inesauribili, e non arrendersi mai, è un mestiere splendido ma che ti succhia l’anima. E la regola è seguire la propria passione solo se si è disposti a vivere in funzione di essa.

È strano ma mentre parlavamo, il mare della Costiera, che Ravello ha il privilegio di guardare in eterno come da una terrazza, da spumoso che era, si è placato e, con le pieghe leggere di un lenzuolo, si è accomodato da una spiaggia all’altra, da un anfratto a quello successivo, riempiendo tutti gli angoli rocciosi che Ammendola, complici una vela e la voglia di scoprire, ricorda ancora bene.

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