marzo 24, 2015 | by Emilia Filocamo
“Ravello ha un qualcosa di eccezionale, di unico, che resta nel cuore”. Mauro Meli, candidato alla sovrintendenza del Teatro San Carlo di Napoli si racconta fra Ravello Festival e Teatro Lirico di Cagliari

Bellezza e musica: le due facce di una stessa medaglia, due cambi d’abito per la stessa creatura. Potrebbero essere queste due parole il filo conduttore ed il trait d’union dell’intervista al sovrintendente Mauro Meli, già direttore artistico del Ravello Festival e Sovrintendente del Teatro Lirico di Cagliari: due parole che si muovono sulla stessa lunghezza d’onda e che sembrano, non solo idealmente, ma anche nella sostanza, fondersi in maniera perfetta ed unire due luoghi apparentemente distanti, appunto Ravello e Cagliari. Ma la musica, così come la bellezza, hanno una medesima matrice fatta di immediatezza, immediatezza che arriva ai due sensi, vista ed udito e che si insinua struggente più a fondo, diventando ricordo, come racconterà lo stesso Meli, e poi emozione, incanto, e non solo esperienza.

Sovrintendente Meli, potrebbe farci un parallelismo fra la sua esperienza al Ravello Festival e quella di Cagliari? Differenze, punti di incontro e somiglianza fra le due realtà? È molto difficile stabilire questo parallelismo, la bellezza dei due luoghi è un denominatore comune, si tratta di posti emozionanti ed unici. Ovvio che io, da buon cagliaritano, ami Cagliari e la magia dei suoi luoghi, così come di tutta la Sardegna, ma Ravello ha un qualcosa di eccezionale, di unico, che resta nel cuore. Io ho avuto a Ravello una breve, densissima esperienza condensatasi nel 2007, in nemmeno un anno. Le consonanze fra i due luoghi e fra le due esperienze finiscono sostanzialmente qui, perché da un punto di vista organizzativo ci sono varie differenze. Quello di Ravello è un piccolo grande Festival, che già andava bene e che sta andando alla grande, è soprattutto una struttura agile, capace di mettere su una cosa grandiosa, ma di certo meno complessa, nella struttura, rispetto ad una Fondazione di tipo lirico sinfonico come quella di Cagliari, che conta 100 persone. E poi c’è la durata, a Cagliari c’è un’attività che dura tutto l’anno, a Ravello, grazie all’Auditorium Oscar Niemeyer, la programmazione non è più ristretta all’ambito estivo, giugno – settembre, ma si prolunga anche in inverno. Certo, tornando ai parallelismi, sia Ravello che Cagliari devono fare i conti con l’attrattività, sono zone turistiche e gli eventi sono funzionali anche a quello e quindi devono essere organizzati anche in tal senso. Essendo luoghi di cultura e di spettacolo devono avere un potere di attrazione che si deve appunto sostenere mediaticamente ma anche con investimenti.

Il suo ricordo più caro come direttore del Ravello Festival? Ce ne sono tantissimi, ma sicuramente quello del Concerto all’alba resta uno dei più belli: era la prima volta che lo vedevo e credo che non ci sia nulla di più emozionante del sorgere dell’alba sull’orchestra ed il palco di Villa Rufolo. È  un momento incredibile, Ravello è un luogo incredibile. E poi ce ne sono tanti altri, ricordo una serata incredibile con Roberto Bolle, di grande successo, con Paolo Fresu ed il Devil Quartet e le due serate fatte in collaborazione con il Teatro Regio di Parma, di cui allora ero sovrintendente. Ho nel cuore la simpatia ed il calore della gente, ricordo che poi l’affiatamento continuava anche dopo, dopo gli spettacoli, si stava ancora insieme, con lo staff, con il gruppo, spesso ci si riuniva in casa per cucinare un piatto di spaghetti. C’era una corrispondenza molto poetica, eccezionale. Così come ho un bellissimo ricordo delle lezioni, dei corsi che si tenevano, tutti interessanti e frequentatissimi.

Esiste secondo lei una formula per ottenere un cartellone di eventi di sicuro appeal? Insomma esistono delle regole? Assolutamente sì e sono regole ferree. Innanzitutto bisogna capire quali siano la mission e gli obiettivi del Festival, cosa deve essere il Festival che si va a presentare, bisogna capirne target, bacino al quale si vuole attingere e non dimenticare di identificarlo per età. E poi rapportarlo al turismo, se il Festival si svolge in un luogo già a vocazione turistica, come Ravello, allora bisogna tenere conto di questo fattore. Ravello fa leva sul turismo dell’intera Costiera amalfitana e quindi tutte le proposte vanno vagliate in tal senso, facendo riferimento anche ai turisti presenti sul territorio, nelle settimane di programmazione; poi certo c’è da tenere conto della capienza, perché ovviamente si hanno dei limiti, ma mi pare che il Ravello Festival abbia sempre risposto bene anche in tal senso.

Cosa si aspetta dalla sua candidatura a sovrintendente del Teatro San Carlo di Napoli? Quali sono i suoi obiettivi? Mi aspetto che mi aiutino la Madonna e San Gennaro! La candidatura c’è, io metto a disposizione quello che faccio con passione da 30 anni e il talento che credo di avere. Il San Carlo per me è un sogno, il realizzarsi di un sogno, è il teatro più bello del mondo e non lo dico solo a parole perché lo è sul serio. Ricordo ancora quando portammo Claudio Abbado al San Carlo, allora lavoravo a Ferrara, ricordo tutte le emozioni. Io sono qui, a disposizione, sarebbe il realizzarsi di un miracolo. Chissà.

Il suo augurio al Ravello Festival? Non posso che augurargli di continuare sulla strada intrapresa e di fare sempre meglio; il direttore Stefano Valanzuolo, oltre ad essere una persona splendida, è anche un uomo di grande capacità e preparazione. Il Ravello Festival è un piccolo gioiello da sostenere e valorizzare, da difendere. Le difficoltà ci sono, è innegabile, ma bisogna ricordare che i soldi investiti in cultura non vanno mai persi. Mai.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654