giugno 6, 2014 | by Emilia Filocamo
“Reale, fantastico, memoria”. Il mondo del cinema per Paolo Ricci

Avevo quasi perso le speranze di realizzare l’intervista dedicata al noto attore Paolo Ricci. Gli impegni che lo contornano e lo avvolgono in una sorta di turbillon impazzito, hanno reso la nostra comunicazione piuttosto intermittente. In fondo da “non addetta ai lavori”, mi accorgo di non avere la minima idea di quanto possa essere faticosa, sacrificata e stressante la vita di un attore, sempre di corsa fra un set e l’altro. Nonostante ciò Paolo Ricci, fra un corto ed un dolce impegno familiare, giustamente prioritario, è riuscito a ritagliare un angolino del suo tempo per me e ad impreziosire questa intervista con il suo modo garbato e piacevole di raccontarsi.

Paolo, la prima domanda è forse un po’ scontata: perché hai deciso di fare l’attore? Molti sostengono che recitare sia un antidoto alla timidezza, un modo per superare le proprie insicurezze. Tu come e perché hai cominciato? Per molti è un “antidoto alla timidezza”, come dici tu, e consiglio senza il minimo dubbio a tutte le persone che si ritengono timidi di provarci, buttarsi senza rete in un’esperienza che può solo cambiarti in meglio, mostrarti dei lati della tua personalità che altrimenti non arriveresti mai a conoscere. Prendere coscienza di se stessi, scontrarsi con i propri limiti e, se lo si desidera veramente, superarli. Io ho iniziato nell’amatoriale, sono andato avanti frequentando un corso di teatro nella mia città e infine sono approdato in una compagnia semi professionale. Questo mi ha fatto capire quale fosse la mia strada e mi ha dato il desiderio di partecipare alle selezioni, superarle e frequentare le lezioni della Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”. Nel mio caso però, non si è mai trattato di combattere la timidezza. All’inizio era solo un gioco, divertente e intrigante, nel quale più andavo avanti e meno riuscivo a farne a meno, ma poi… Per quelli come me si comincia a recitare per necessità, una necessità quasi fisica. È elettricità che parte dai piedi e sale su fino al cervello, che sia sulle assi di un palcoscenico oppure davanti alla macchina da presa. Un impeto di generosa energia che mi invoglia a trasformarmi, comunicare, raccontare. Un trampolino dell’anima.

Il tuo primo fan? O meglio, la prima persona che ha creduto in te e che ti ha detto “sei nato per fare questo mestiere”. Mia sorella Patrizia, sicuramente, e a seguire tutta la mia famiglia. Come ho detto, ho iniziato nell’amatoriale, proprio con mia sorella, che già da parecchio tempo calcava assi di palcoscenico. All’inizio facevo il tecnico della sua compagnia, ma un giorno volle scommettere su di me affidandomi piccoli ruoli e così  scoprii questo nuovo mondo. È stata lei a spronarmi a continuare, per diletto o per passione che fosse. I miei familiari notarono subito questa mia dote (o talento) e anche loro, visti i risultati, decisero di appoggiarmi (anche se con paura e preoccupazione, è sempre un mestiere incerto) aiutandomi economicamente ed incoraggiandomi, sostenendomi allora come oggi nei momenti più difficili.

Anche tu hai cominciato con il teatro. Cosa ti ha dato il teatro che hai potuto riversare nelle tue interpretazioni al cinema o in tv? Il teatro insegna la disciplina. Si ha bisogno di questo in tutte le materie artistiche, forse anche di più che in altri mestieri. Ho imparato molto dal teatro, ma una delle cose che mi sono portato nel cinema, in televisione e in tutto il resto è il senso della misura. Ognuna di queste “discipline” ha un suo senso della misura: quello che a teatro può apparire giusto, davanti ad un obiettivo diviene esagerato e innaturale, e viceversa. Esiste poi la misura del linguaggio: la voce piena del teatro ad esempio, non si sposa con un delicato primo piano come pure il sussurrato realistico di un monologo cinematografico può solo far gridare “Voce!” dalle ultime file della piccionaia. C’è un monologo dell’Amleto che io consiglio sempre di leggere a tutti gli attori e di tenerlo presente come una sorta di vademecum: è la parte in cui Amleto parla agli attori che vengono a far visita alla sua corte e con i quali egli metterà in scena la commedia per “incastrare” suo zio. Lì c’è tutto, ed è applicabile in ogni arte visiva e verbale.

Mi definiresti il cinema con tre aggettivi o tre parole insomma che rendono il tuo amore per questo mondo? Reale: il cinema non evoca, il cinema documenta il reale. È al servizio di uno spettatore che spia dal buco di una serratura, che tende l’orecchio per carpire i dialoghi, il pensiero dei personaggi. Lo fa entrare in punta di piedi nelle loro case e lo fa aggirare nelle loro stanze come un fantasma silenzioso. Il tutto cosparso dalla consapevolezza di essere testimoni della realtà e di avere sempre quella agrodolce sensazione di non poter far nulla, nel bene come nel male, negli eventi a cui assiste. Può solo disperarsene o gioire, piangere o sorridere. Immedesimarsi totalmente.

Fantastico: lavorando all’estremo opposto di quanto ho detto sopra, il cinema ha la possibilità di creare il fantastico come non mai. Nel passato gli effetti speciali analogici, ora il digitale permettono di far viaggiare lo spettatore in luoghi e tempi da sogno, che siano nel passato, nel futuro o nel surreale. Si perde un po’ la possibilità di immaginare ma la soddisfazione di vedere attraverso questa particolare “finestra” luoghi e situazioni meravigliose è spesso impagabile.

Memoria: puoi fare lo spettacolo più bello del mondo, ma se nessuno lo vede è come se tu non avessi mai fatto nulla. Nel cinema non è così. La “pellicola” resta, sempre, anche dopo cento anni puoi vedere e rivedere quel dramma, quella commedia, quel film che è stato fatto e goderne ancora. Questo è anche uno degli obiettivi a cui, secondo me, chi fa questo mestiere deve sempre ambire: lasciare un’impronta. Un segno nella storia dell’umanità. 

Il primo lavoro? Puoi raccontare ai nostri lettori le emozioni e le paure al primo ciak? I miei primi ciak sono stati vari: nella televisione (dapprima come presentatore in un emittente locale), nella radio, nella tv nazionale, nel cinema di circuito, nella pubblicità, nei videoclip musicali e adesso nel cinema indipendente. Ognuno diverso, ognuno contraddistinto da un’emozione fortissima, ognuno come fosse il primo. Sento sempre la stessa emozione e gli stessi pensieri “una nuova avventura”, “ce la farò?”, “non ci credo, sono qui!”, “mi sembra un sogno!” e poi ti lasci andare, liberi la mente da tutto e “diventi” quello che devi essere, ti lasci guidare dal regista, dal testo. Quando tutto finisce sei stanco, svuotato, sazio. Ma basta poco per farti tornare l’appetito.

Paolo Ricci in “Tifosi L’Italia nel pallone”

Cosa fa di un attore un bravo attore e cosa un attore eccezionale? Il talento è alla base di tutto. Prima pensavo che in ogni essere umano si celasse il talento di fare qualsiasi cosa. Adesso no, adesso ho capito che ognuno di noi è predisposto per determinate cose e non per altre, vuoi per indole, vuoi per educazione. Ma ciò che ti fa diventare bravo è soprattutto la conoscenza del mestiere, saper aggirarsi in quel campo e saperne destreggiare i criteri, le dinamiche, i successi e gli insuccessi. Questo serve per essere un bravo attore: la conoscenza profonda del mestiere. Per essere un attore eccezionale a mio avviso bisogna saper “implodere”. Una volta attraversato il viaggio del conoscere intorno a se bisogna saper fare il percorso inverso e viaggiare bene dentro di se, sondando ogni singolo angolo di se stessi, esplorando e capendo pregi e difetti. Molti si lasciano sconfiggere dai difetti o illudere dai pregi. Devi tornare trovando un giusto equilibrio e saperlo rendere, usarlo sul campo. Quando hai in mano mestiere e te stesso allora sei un attore eccezionale. Sia che tu diventi famoso o no.

Il lavoro che ti è rimasto nel cuore: hai una sorta di figlio prediletto? Ho diversi figli. Tutti differenti, tutti “adottati”, tutti estremamente gelosi l’uno dell’altro. Posso citarne alcuni ma senza farmi sentire dagli altri!: indimenticabile il violinista estrapolato dai “Racconti” di Cechov dal nome Rothschild: diafano, delicato, insicuro e dolce poeta; bizzarro, canzonatorio del mondo e arlecchinesco il Julien di “Romeo e Jeannet” di Jean Anouilh; bugiardo, irriverente, buon sognatore e illogicamente felice e infelice come un’altalena fu un mio “Pinocchio” di Collodi; malefico, approfittatore, pazzo e visionario era, ed è ancora, il mio Klaus Kinski del film horror “Bloodline” di Edo Tagliavini. Questi sono solo alcuni dei miei figli prediletti: quelli che ancora adesso, mentre cammino per strada, mangio o parlo con altri (anche in questo momento) bussano alla porta del mio stomaco pretendendo di dire la loro, su ogni cosa.

Bloodline – Trailer ufficiale

Hai lavorato in diverse fiction di successo, da “Rossella” a “Provaci ancora Prof”, da un Medico in famiglia” a “Il Commissario Manara”. La fiction è un po’ la regina di casa nostra, anche spesso, credo, a dispetto del cinema. Come spieghi questa direzione del gusto? Cosa ha la fiction di vincente da appassionare tanto? La fiction fa sognare, fa dimenticare, illude la monotonia del quotidiano e ti rapisce. Questo è il suo segreto, nessun altro. Una volta c’erano gli sceneggiati televisivi, quelli dell’epoca d’oro della televisione italiana: lì c’erano i grandi eroi della letteratura. Oggi la fiction guarda ai personaggi comuni, l’uomo di strada, o all’influenza di personaggi che fanno la storia, con delle assonanze con gli eroi del passato, ma più moderni. È questa modernità che intriga, fa immedesimare lo spettatore come se fosse lui stesso il protagonista. Una buona fiction ha questi obiettivi, che poi il risultato sia di qualità è un’altra storia. Purtroppo pochi sono i lavori di qualità, a volte troppo beceri e volgari, altre volte assurdi o improbabili. I buoni prodotti ad oggi si contano sulle dita di una mano. All’estero è tutto diverso, io sono un divoratore di serie straniere. Ci sono serie che riescono a rendere interessanti e credibili anche le cose apparentemente più insignificanti e non ti rendi nemmeno conto di come fanno. La spiegazione è una sola: loro sanno fare il loro mestiere, è come se avessero un bisturi della vita e il manuale per dissezionarla. C’è poi da chiedersi se il pubblico medio italiano sia sufficientemente maturo per quel tipo di spettacolo, ma anche in questo caso si tratta di un’altra storia.

Avrai conosciuto tantissime persone nell’arco della tua carriera: chi ti ha dato fra queste di più non solo professionalmente, ma anche umanamente? La vecchia guardia, sicuramente, in passato è quella che mi ha dato il “la” iniziale. Da loro si impara la disciplina, l’amore, la passione, la storia del mestiere. I miei colleghi coetanei sono la mia forza di adesso, perché siamo tutti sulla stessa barca e abbiamo ben chiara la situazione del nostro mondo. I giovani di oggi sono il mio “plus ultra”, rimango ogni giorno sempre più affascinato dalla loro energia e dalla loro volontà (dalla quale attingo avidamente) che li fa andare avanti a volte senza rete. Li guardo e mi commuovono, e spero che restino così freschi e diventino cinici il più tardi possibile (perché questo mestiere alla lunga ti fa diventare cinico, anche se hai successo). Ho avuto modo di conoscere e discutere con diversi personaggi noti, Dario Fo, Lello Arena, Alessandro Gassman, Neri Parenti, Davide Marengo, Antonello Grimaldi, Carlo Reali, Renato Scarpa, Alessandro Benvenuti, Renato Cecchetto, Antonio Capuano e altri ancora. Da  loro ho appreso la professione sia direttamente che indirettamente. Da loro ho capito che ci sono vari tipi di umanità, tutti giusti e tutti sbagliati a seconda dei punti di vista. Bisogna saper prendere le cose buone di tutti e farne un vangelo da tenersi sempre nella mente.

Quali sono i tuoi modelli come attori? Anche del passato. Da piccolo sono cresciuto con Charlie Chaplin e la sua feroce ironia, camuffata da uomo semplice. Poi sono arrivati i mille volti dei nostri film e di tutto il resto del mondo: Nino Manfredi, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Paolo Panelli, Totò, Eduardo. Ma anche Robert Redford, Al Pacino, Dustin Hoffman, Silvester Stallone, Woody Allen, Jack Nicholson, Marlon Brando, Paul Newman. I miei attori di adesso purtroppo non appartengono al panorama italiano: sono quasi tutti inglesi. Mi affascina la loro capacità di essere così perfettamente internazionali al punto di essere, a volte, anche più italiani di noi.

Mi hai parlato di un tuo lavoro, attualmente in corso, in un corto. Ci parli di questo mondo fatto di “corti” e cinema indipendente? Ne ho appena terminato uno e oggi ero alla lettura della sceneggiatura di quello che diventerà il diciottesimo cortometraggio della mia vita. Nel cinema indipendente mi appresto a girare entro il prossimo anno la sesta pellicola. Sotto l’industria del cinema delle majors esiste questa vena pulsante, fondamentale, che alimenta il flusso di sangue di quasi tutti i cineasti del mondo. L’indipendente ha dalla sua una libertà esecutiva che non ha paragoni, una possibilità di sfogarsi con storie, soggetti e personaggi che il pubblico medio non  può nemmeno lontanamente immaginare. Basti pensare che spesso attori e registi di grande calibro preferiscono girare questi film piuttosto che pellicole “commerciali”. C’è talento ma soprattutto genio, rivelazione, libertà di espressione, voglia di fare, possibilità di sbagliare senza essere etichettati per sempre. Ed è, per quanto riguarda le nuove generazioni di registi, attori e tutti gli addetti al lavoro un vero e proprio filone: una miniera d’oro di artisti.

Come ti prepari ad interpretare un ruolo? Voglio dire, quali sono i passaggi necessari per calarsi in una parte. Studiare, imitare, osservare. Prima di tutto studio la situazione, la situazione per me viene sempre prima, dopodiché analizzo quali potrebbero essere le mie azioni e reazioni. Questo mi serve per creare un paragone su quello che farei io e cosa farebbe invece un personaggio diverso da me. In seguito vedo le sue azioni e reazioni e cerco di capire il suo modo di ragionare, i suoi perché, le sue necessità fisiche e di pensiero. Un altro ingrediente fondamentale è appunto l’osservazione: abbandono il testo e mi butto nella vita vera, vado in giro a cercare nella gente comune quei caratteri che possono far parte del personaggio che sto creando, una volta trovati li unisco in maniera coerente e logica. L’ultimo passaggio è la parola. Sulla base di tutto quello che ho trovato e unito faccio parlare il personaggio, affino le spigolature, accentuo o ammorbidisco i toni che escono, correggendone le sbavature, trovando la sua vera voce. Quando la ricerca è terminata vado in scena e questi sono i passi che si sviluppano nella mia mente: con concentrazione procedo con l’assemblaggio del personaggio (modo di fare, parlare, pensare, interagire); quando questi componenti sono al loro posto allora accendo “l’interruttore” che dà vita ed energia alla mia creatura; il passo che viene dopo lo posso chiamare “effetto fionda”, proietto cioè il personaggio nella situazione in cui sto entrando.

La prima persona o la prima cosa a cui pensi quando entri in scena? Non penso, agisco. Quando sto per entrare in scena o sta per risuonare la parola “azione” innanzitutto creo un reset della mia personalità in quanto Paolo e dimentico tutto, divento materia plasmabile; la situazione successiva è come quella di essere un subconscio che sorveglia dall’alto, monitorando azioni e reazioni del personaggio, scivolandone dentro e fuori all’occorrenza. E rimane così fino a fine spettacolo o fine ripresa. Poi torna Paolo, se serve. 

Il tema di quest’anno del nostro Ravello Festival è “Sud”, inteso non solo come riferimento geografico, ma anche come modo di vivere, di essere, di rapportarsi alla realtà. Puoi darci una tua definizione di sud? Quando mi chiedono di dove sei io rispondo sempre “sono toscosiculonapoletanopiemontese”. Sono di nonni siculo napoletani da parte di padre e piemontesi (ma di cui uno di discendenza siciliana) da parte di madre. Nato in toscana e figlio di capostazione sono cresciuto sui treni viaggiando per l’Italia tanto al nord quanto al sud. Fortemente ibrido, mi definisco un italiano a tutto tondo e credo di poter parlare del sud. Ricordo le estati a Trapani e i miei parenti siciliani da parte di nonna, le serate in riva al mare con i falò fino a tardi, le mie prime gite in barca, le teste di pesce spada ritrovate al mattino sulla spiaggia, lasciate dai pescatori, le foto antiche dei miei bisnonni vestiti di nero con i loro tesori racchiusi nella ricchezza della loro terra e del loro mare. E ricordo anche la storia di mio nonno napoletano, del suo essere figlio primogenito di un uomo diseredato dai suoi genitori, Duchi Avellinesi, per aver deciso di fare due cose terribili: dopo anni di studi di legge aveva deciso di essere un avvocato dei poveri e (peggio che mai) sposare una popolana napoletana. Morto in circostanze strane, lasciò una donna che dopo seconde nozze diede alla luce altri 12 figli, un’epidemia di colera glieli potrò via quasi tutti. Il sud per me è storia. È dentro di me perché quando ci vado mi sento a casa, perché lo capisco nei suoi tempi, nelle sue logiche. Il sud è quella parte della storia dell’Italia che ha fatto da porto di mare della cultura di tutti i popoli del mediterraneo. Anche nel male, ma soprattutto nel bene.

I tuoi prossimi progetti? Il più importante dei miei progetti e quello di arrivare a non pormi mai più limiti nel trasformarmi ancora. E poi sono all’inseguimento di due obiettivi: continuare e non smettere mai nella ricerca del mio mestiere e di ciò che sono. Tanto nel lavoro quanto nella vita.

Hai qualche rimpianto e, potendo tornare indietro nel tempo, c’è qualcosa che non rifaresti? Perdere tempo. Credendo troppo in me stesso o avendo paura dei miei limiti a volte ho perso troppo tempo inseguendo sogni ingenui, mete che alla fine erano miraggi, attese che non hanno portato a nulla e anzi, mi hanno fatto perdere altri treni. Questo è accaduto e non si deve più ripetere. Per quello che ho dovuto, oppure ho potuto fare fino in fondo non mi pento, sono le scelte che mi hanno formato. Mi rinfranca che si può sempre fare di meglio.

Il titolo di un film famoso che potrebbe descrivere la tua vita? È una domanda che ha una risposta imbarazzante. Non ne ho la minima idea! Di film famosi ce ne sono tanti e da ognuno dovrei estrapolarne una scena: solo in questa maniera, creando questo collage, potrei dirti “ecco il film che mi rappresenta!”. In realtà questo film dalla continuity così complicata non è ancora stato girato, spero di girarlo io. Ma se proprio devo dirne uno mi piacerebbe darti il titolo di un film di animazione (altra mia passione!): “Fantasia”, di Walt Disney. Abbastanza folle, abbastanza concreto.

Cosa ha il cinema italiano di insuperabile, specie se confrontato al cinema d’oltreoceano, e quali sono i limiti che andrebbero debellati? Nel nostro cinema ciò che c’è di insuperabile sono le radici e l’arte del mestiere di fare cinema: siamo stati superlativi in questo dal dopoguerra in poi e abbiamo insegnato a tutti, ma ci siamo fatti rubare tutto, e da tutto il mondo. Per quanto riguarda i difetti, al giorno d’oggi, siamo ancora troppo ancorati nei nostri canoni e nel nostro italianismo. Gli altri, tutti gli altri sono andati avanti, hanno abbattuto i confini, ci hanno superato. Noi usiamo ancora un linguaggio legato ad una società che in alcuni casi non esiste più, tentiamo di essere internazionali ma non guardiamo al futuro. Al digitale, ad esempio, qui ci siamo arrivati solo da poco, mentre in tutto il mondo è già materia affermata. Ed è fonte di poesia bellissima.

A chi vuoi dire grazie oggi? A mio figlio. Nell’aprile del 2007 mi è cambiata la vita. Ho scambiato lo sguardo con gli occhi di una nuova vita alla quale in seguito ho dato tutto e ho dovuto tutto, e anche di più. Nacque da un parto molto difficile: il ginecologo mi spiegò poi, a pericolo scampato, che per le complicazioni mediche avrei potuto perdere entrambi (lui e la mia compagna di allora) in un colpo solo. Adesso godono entrambi di ottima salute ma io ne sono uscito marchiato a fuoco. Un insegnamento fortissimo: che tutto è incerto nella vita e non si può essere mai sicuri di nulla. Questo ha influito anche nel mio lavoro facendomi capire quali fossero davvero le mie priorità e insegnandomi a misurare il rischio nelle cose. Rifiutare ingaggi non giustamente corrisposti, anche se affascinanti; accettarne altri che mi garantissero sicurezze, anche se non allettanti. Ad oggi sto comprendendo come compensare questi estremi e sto migliorando me stesso e la mia vita. Prima di mio figlio spesso era tutto solo una scommessa, un gioco, a volte una roulette russa. Devo moltissimo a lui.

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PAOLO RICCI – Televisione: “IL COMMISSARIO MANARA”

1 Comment
  • Grazie Emilia, un’intervista bellissima e piena di spunti, che mi ha affascinato in ogni singola domanda che mi hai fatto. Un plauso alla tua capacità e pazienza. Vado a condividerla il più possibile!

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