maggio 23, 2014 | by Emilia Filocamo
“Recitare è un po’ come fare magie”: l’attore australiano Brenton Foale svela l’identità del Black Fantasm

La magia sembra essere un po’ il fil rouge che tiene insieme tutta la vita e la carriera di Brenton Foale, attore australiano salito alla ribalta grazie ad una piccola interpretazione, in giovane età, in un film tv molto noto, The Four Minute Mile. Magia è la sua attività di attore, recitare e calarsi nei panni e nella pelle di un altro è in fondo straordinario e stupefacente quanto mettere su uno spettacolo di magia. Magia è l’influenza che ad undici anni dalla morte, sua madre sembra ancora esercitare su di lui, quasi consigliandolo e sostenendolo in maniera invisibile nelle sue scelte, magia è quando indossa “la maschera” di Black Fantom, il mago con cui è diventato famoso successivamente, un personaggio molto amato in Australia nei panni del quale si esibisce in varie occasioni. Magia, come lui stesso sostiene, sono le sue due figlie che collaborano con lui negli spettacoli e manifestano lo stesso, indiscusso talento. Tutto ciò mi incuriosisce non poco e quindi, la prima domanda, prima ancora di qualsiasi solito riferimento al mondo dorato del cinema, è come si fa a diventare maghi e soprattutto perché.

Brenton tu sei un attore e anche un mago. In che modo hai iniziato questa attività e cosa è per te esattamente la magia? Ho cominciato a recitare nel 1988, con un piccolo ruolo nel film tv “The Four Minute Mile” tutto incentrato su una gara di Roger Bannister e John Landy per battere un record. In quella occasione impersonavo un giornalista. Ma quando nel 1993 è nata la maggiore delle mie figlie, mi sono accorto che dovevo “diventare adulto” e che i ruoli che mi venivano offerti non mi bastavano. Così iniziai con degli spettacoli di strada in cui interpretavo un mago, con il nome di The Black Fantasm. Evidentemente era nella mia natura e comunque il lavoro di attore mi aveva fortificato, perché non avevo assolutamente paura di esibirmi. Poco alla volta sono diventato molto noto in Australia fino ad ottenere per le mie performance uno dei riconoscimenti più importanti, far parte del Magic Circle di Vittoria. Entrambe le mie figlie, Elisa di 21 anni e Meahgan di 19, mi accompagnano come partner nei miei spettacoli o ne propongono di propri, anche perché le ho sempre incoraggiate.

Il tuo nickname richiama la figura del clown, una sorta di totem, anche abbastanza misteriosa a mio parere. Cosa è un clown per te? Ci dai una tua definizione? Anche l’attore è un po’ come un clown? Il clown è una proiezione fantastica, fatta di colori e comicità grossolana che non aiuta solo a ridere e a divertirsi, ma che spesso è anche malinconica ed induce alla riflessione. Anche io interpretavo un clown un po’ di tempo fa, “Bento, the Magic Clown”, e ho intenzione di riprendere questo personaggio perché mi ha dato tanto successo e scommetto me ne darà ancora.

Tornando alla tua carriera principale, quella di attore, secondo te esiste un modo per distinguere un film di successo da quello che non ha le stesse chances? Credo che i film validi abbiano tre requisiti fondamentali: la sceneggiatura deve contenere dialoghi intelligenti, provocatori, caratteri riconoscibili o comunque realistici ed esprimere sentimenti per i quali lo spettatore può provare empatia. I film che considero a questo livello, secondo una mia personale classifica sono tre: Il Padrino, AI Intelligenza Artificiale e Il Campione. Ma adoro anche il cinema indipendente soprattutto per un motivo che spesso viene ignorato: non si affidano a nessun appoggio per il materiale che mettono in lavorazione ed in questo sono fonte di ispirazione costante. Al contrario i film che non hanno questi requisiti, e dunque che contengono sceneggiature che non stanno in piedi e personaggi assolutamente inverosimili, non hanno speranza di successo, assolutamente. È quasi matematico.

Chi ha incoraggiato la tua scelta di fare questo mestiere? Mia madre Janet, lei mi ha sempre incoraggiato e, soprattutto, ha voluto che studiassi recitazione seriamente e che seguissi la mia strada ed i miei sogni. Sfortunatamente ci ha lasciati 11 anni fa ma ancora sento la sua presenza ogni volta in cui recito o mi esibisco.

Parlaci delle tue emozioni e delle tue paure al tuo primo ciak. Non potrò mai rendere a parole l’emozione che ho provato quando mi è stata offerta la mia prima parte. Come ho già detto prima, si trattava di un film per la tv “The Four Minute Mail” in cui interpretavo la parte di un giornalista. Ricordo che ero come ipnotizzato dal regista e cercavo di seguire passo passo tutte le sue indicazioni. Avevo paura, pensavo di sbagliare tutto e temevo che la mia carriera sarebbe finita proprio nel momento in cui stava iniziando. Invece non ho sbagliato nulla, anzi, posso dire di aver fatto un bel lavoro e infatti sono ancora qui. Ho avuto solo qualche anno di pausa, di buio, anni in cui mi sono dedicato agli spettacoli di magia, ma ormai lavoro pienamente sia in tv che al cinema. Ricordo la mia eccitazione quando mi rividi in tv: casa mia era affollata da amici, parenti, zii, nonni, e ovviamente dai miei genitori. Solo quando mi guardai in tv capii che per la maggior parte del tempo avevo recitato accanto al grande Michael York, non me ne ero accorto e nemmeno ci avevano mai presentato durante le riprese! 

Quali sono i tuoi attori di riferimento? Hai dei modelli a cui ti ispiri? Ce ne sono diversi: da Robert Redford a Paul Newman, da Al Pacino a Robert De Niro. Adoro poi Leonardo Di Caprio e considero Johnny Depp un genio, capace di interpretare con grande talento qualsiasi ruolo gli venga offerto.

La parte più difficile e quella più bella del tuo lavoro? La parte più complessa è sicuramente quella del casting: molto spesso ti presenti per ottenere un ruolo e intorno hai magari altri 500 colleghi, devi dare il meglio di te stesso per impressionare il regista o il responsabile delle selezioni e nello stesso tempo, dare una versione tua del personaggio che sia diversa da tutte le altre. Non è semplice come spesso si crede, questo lavoro è complicatissimo: devi imparare la parte, ricostruire la storia del personaggio che andrai ad interpretare, essere pronto, lucido e spesso tutto questo in sole 24 ore dal momento in cui sei stato chiamato. La parte più gratificante e che sicuramente ti ricompensa di tanti sacrifici, è sentire i pareri delle persone dopo l’interpretazione. Recentemente ho interpretato la parte di Dylan, una persona con un handicap mentale, nel film “Chocolate Strawberry Vanilla”, così ho dovuto studiare casi simili e prepararmi ad interpretare il ruolo. A gennaio, in occasione dell’uscita del film qui in Australia, ho sentito commenti entusiastici sul personaggio. La cosa mi ha reso felicissimo, perché avevo davvero dato tutto me stesso in quella interpretazione.

Cosa pensi del cinema Italiano? Adoro i vostri registi, da Sergio Leone a Dario Argento, e per quanto riguarda gli attori, posso solo farti un nome, uno di quelli che ha cambiato Hollywood: Al Pacino. Per il resto spero un giorno di poter lavorare in Italia: se c’è qualche regista italiano che mi sta ascoltando… sono qui!

La prima persona o cosa che pensi quando sei davanti all’obiettivo o quando sei sul palco prima di una tua performance? In quel momento vivo una sorta di metamorfosi, in quanto sono totalmente calato nel personaggio che devo interpretare, al modo in cui sto per recitare, e penso solo a quello. E lo stesso avviene durante i miei numeri di magia: dal momento in cui indosso il costume di Bento il clown o quello di The Black Fantasm, sono totalmente immerso nel personaggio.

C’è una formula per essere un buon attore, una sorta di vademecum? Studiare tanto e non smettere mai di farlo. Conosco solo questa regola. Anche i grandi attori, da Al Pacino a De Niro, fino a Connery, continuano a farlo. Per le nuove leve, inoltre, è molto importante entrare in contatto con più attori e registi possibili, in modo da essere visibili, altrimenti si rischia di restare un classico “signor nessuno”.

La tua carriera, così come la tua vita, saranno state caratterizzate da tanti incontri importanti. Qualcuno che ti ha segnato più di altri? Non è semplice rispondere a questa domanda. Certo, ho incontrato tanta gente famosa, quando ero ancora uno studente di recitazione ad Adelaide, nel sud dell’Australia, il mio insegnante era Peter O Brien, che l’anno successivo sarebbe diventato una star nello show della Tv australiana “Neighbours”, per me è stato un mentore, e mi ha sempre incoraggiato. Ma una delle mie più care amiche, Tamara Glynn, che era Samantha in Halloween 5 del 1988, è stata colei che mi ha sostenuto di più. Poi due cari amici, produttori di film indipendenti, uno è Stuart Simpson, con cui ho recitato in “Chocolate Strawberry Vanilla” e Daniel Armstrong con cui ho lavorato ad un video musicale e poi nel suo film “Murderdrome” e nel suo ultimo lavoro “From Parts Unknown: Fight like a girl”.

Se potessi tornare indietro e recitare in un film che ami, quale sceglieresti e perché? Amando il cinema, mi piacciono un po’ tutti i ruoli ma sarei stato felicissimo di interpretare la parte di Billy nel film “Il Campione”, parte resa magistralmente da Jon Voight. Sono un papà anche io e ho cresciuto da solo le mie due figlie sin da quando avevano 2 e 3 anni, quindi so cosa significa. Jon è magnifico in quel film, un po’ imbranato all’inizio, ma poi per suo figlio decide di riprendere a fare l’unica cosa che sa fare benissimo. Ma adoro anche James Bond, e quindi mi sarebbe piaciuto interpretare un cattivo, una sorta di genio del male che riesce con ingegnose invenzioni a mietere le sue vittime.

I tuoi prossimi progetti? Sto terminando di scrivere il mio primo lungometraggio, riguarda un gruppo di persone che fanno un patto con il diavolo e finiscono per subirne le conseguenze. È un film a metà fra horror, sovrannaturale e thriller. Per quanto riguarda la recitazione, apparirò in uno show televisivo qui in Australia intitolato “Delta Force: Hard Kill” che riguarda la vita di una stazione di polizia, le riprese inizieranno a breve.

A chi vuoi dire grazie oggi? Sarò ripetitivo ma sempre a mia madre Janet, perché pur non essendo più qui con me, avverto costante la sua presenza. Poi ringrazio le mie figlie che mi hanno aiutato ad andare avanti anche nei momenti più difficili. Stuart Simpson e Daniel Armstrong, che sono stati innanzitutto grandi amici oltre che grandi registi, poi la mia insegnante di recitazione della Screen Actors Melbourne West, Belinda Sharp e la mia agente Sue Ross della Screen Actors Australia.

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Lo showreel di Brenton Foale

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