luglio 18, 2014 | by Emilia Filocamo
Ricordi di Ravello: la Royal Philarmonic e quell’autografo di un primo violino

Talvolta le emozioni sono precise solo nella vampata che prende allo stomaco, ma sfocate in tutto il resto. Eppure ci sono tanti fotogrammi, indelebili nella memoria di ciascuno. Come quelli riapparsi nel ricordo di uno dei concerti del festival musicale di Ravello. Era i giorni tra il 14 e il 16 di luglio quando sul palcoscenico di Villa Rufolo Salì in cattedra Yuri Temirkanov per dirigere la Royal Philarmonic Orchestra. Era l’estate del 1992. L’estate in cui avevo quindici anni ed un vestito bianco, uno di quelli che allora erano di moda: cortissimi, a balze e quasi sempre abbinati ad un paio di ciclisti, i pantaloncini attillati antenati degli abusati leggins.
Quell’estate in cui avevo quindici anni ed un vestito bianco corto con i fiorellini neri, fu uno dei più belli trascorsi a Villa Rufolo: con le cicale spruzzate come sale ovunque, con un intenso blu di mare e di cielo, e appunto con i miei quindici anni. Era l’estate del caldo vero, di quello che non si lasciava turbare nemmeno per mezz’ora, l’estate della piazza arroventata come una piastra su cui passare di fretta. Era un’estate anni Novanta, non era certo fatta di tag sulle foto e selfie, non certo di cellulari a cui amputare la voce per evitare che potessero disturbare nel momento più inopportuno.
Era una stagione semplice, pulita, in cui facevo amicizia in sala giochi, era l’estate tribuna e sedie nei giardini, l’estate in cui la mia migliore amica mi seguiva ovunque e sopportava anche la mia passione per la musica sinfonica. O forse lo facevamo anche solo per sentirci adulte ed eleganti, per mescolarci nella folla educata e preparata degli spettatori, un po’ come due cenerentole che, sgomberato il palco e spariti direttore ed orchestra, tornavano alla vita reale: scuola e “torna a casa presto”.
Era l’estate in cui ogni concerto accordava gli strumenti con l’afa e la fila del pubblico pagante compariva in piazza con il sole che ancora abbaiava creando un serpente chic di ventagli e lustrini.
Ricordo che io e la mia amica raggiungemmo i posti in tribuna con notevole anticipo: ero emozionata, non vedevo l’ora che tutto iniziasse. Quello era l’anno in cui avevo cominciato a studiare violino e tutto ciò che mi importava era spiare i movimenti delle dita sulla tastiera degli strumenti, lo snodo agile dei polsi che accompagnava gli archi, la perfezione di un pizzicato e l’omogeneità di un vibrato. Era l’estate che si chiamava estate, ripeto, del caldo vero, che non viene bucato all’improvviso da un lampo come se fosse un palloncino.
Ammetto di non ricordare il programma di quello splendido pomeriggio, ma ricordo quando all’intervallo accadde una cosa strana e bellissima: il pubblico si univa all’orchestra e, approfittando di quella pausa, ci si incontrava nella Sala da Pranzo della Villa dove era predisposto un piccolo buffet. Le barriere cadevano, spettatori ed artisti si confondevano ed era bellissimo essere circondati: come tasti bianchi e neri disassemblati dalla propria collocazione e mescolati come le pedine di un domino. Ricordo che, non so come, stringemmo amicizia con il primo violino, un ragazzo biondo, pallido e con gli occhi piccoli ed azzurri, non sono proprio sicura che fosse il primo violino, ma che fosse fra i primi questo è certo.
Quell’estate di Royal e di archi era anche l’estate dei diari, anzi delle agende usate a mo’ di scrigni segreti: ricordo di aver annotato la data di quel pomeriggio conficcato nella pancia di luglio e di aver conservato il biglietto, di averlo abbracciato con una graffetta colorata ad una cartolina di Ravello con l’orlo rifinito da un pentagramma con le note di un’opera wagneriana. Su quella cartolina c’erano i miei quindici anni, la meraviglia eterna di Villa Rufolo e l’autografo del nostro amico violinista.
Proprio qualche giorno fa sono andata alla ricerca disperata di quel biglietto, conservo di tutto ed ero speranzosa, l’ho fatto negli armadi sempre troppo disordinati, sempre troppo zeppi di tempo. Ma la ricerca non ha avuto buon esito.  Allora, sorridendo, ho pensato che la memoria è davvero il più sicuro e fedele degli armadi. Questa riflessione ha un suo perché a ventiquattro ore dal concerto della London Symphony Orchestra: c’è nell’aria l’elettricità dei grandi eventi e tutto ciò   mi ha riportata ad un periodo bellissimo della mia vita. La musica ha questo potere evocativo, la capacità di frugarci dentro come una ladra buona, e, personalmente, mi ha sempre dato tanto.
Dopo quell’estate di suggestioni e di biondi primi violini, sarebbero venuti nuovi eventi. Ma i miei vestiti non erano più bianchi e fiori e la mia migliore amica non era con me. Da qualche parte già   si vociferava dei primi possessori di telefoni mobili e nuvole nere che sarebbero potute arrivare. Insomma, di qualcosa che, di lì a poco, sarebbe cambiato.

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