dicembre 31, 2014 | by Emilia Filocamo
“Ricordo bene la Costiera Amalfitana con le sue curve, i panorami e le strettoie”. A tu per tu con il comico – cantautore Dado

Un sorriso sembra semplice, spontaneo quanto un fiore e facile nella nascita al pari di un pensiero, uno starnuto. Eppure non è poi così facile strapparlo, suscitarlo, farlo sorgere. Stesso discorso vale per una risata, una risata che però non abbia contorni forzati, che non sia dettata da troppi artifici, da complicazioni, una risata che sia insomma naturale,  genuina. Cavata fuori come un dente da un misto di talento, genialità, magari condite da un pizzico di furbizia ed attenzione ai gusti del pubblico. È di sorrisi più frequentemente declinati in risa e spontaneità che in un freddo e limpido pomeriggio di dicembre parlo con Dado, comico che non ha certo bisogno di presentazioni e che mi travolge non solo per la simpatia, qualità che oserei definire ovviamente scontata, ma per l’attenzione al suo mestiere e alle necessità del suo ruolo per il quale mi parla di responsabilità e consapevolezza. Perché anche i comici hanno responsabilità e questa cosa va considerata. Poi, come spesso avviene, Ravello e la Costiera Amalfitana, diventano un terreno comune di discussione ed un modo per “avvicinarsi” nel nome dell’arte e della cultura. L’intervista comincia da una data emblematica, quella dell’otto dicembre, che per Dado è coincisa con un debutto.

Dado, quando ci siamo sentiti la prima volta, eri pronto a debuttare, ci parli di questo spettacolo? Si, ho debuttato lunedì 8 dicembre al teatro Golden di Roma con Dado Star. Il teatro Golden ha una tradizione assolutamente importante, con attori che si sono esibiti come Michele La Ginestra, Benedicta Boccoli e Michela Andreozzi ed in un momento di difficoltà anche per il teatro, ha una quantità di abbonati incredibile, non a caso Proietti ha anche fatto una regia proprio per festeggiare gli abbonati. Il mio spettacolo si terrà sempre di lunedì, tranne il 28 e 29 dicembre, il lunedì è notoriamente una giornata insolita per i teatri. La prima  è  stata accolta molto bene, con un tutto esaurito; lo spettacolo è un work in progress in cui presento i miei cavalli di battaglia, spaziando poi nell’attualità; ad esempio adesso sto lavorando ad un monologo sulla situazione della mafia romana.

Come nasce l’artista Dado? La mia è una famiglia dalla tradizione militare, con padre e nonno nell’Aereonautica e, probabilmente, anche io sarei stato destinato a quella carriera. Ma, forse anche un po’ per le condizioni e per il periodo storico, ho interrotto la catena della tradizione familiare. Ed è stata la tv ad aiutarmi tanto, guardando programmi come Drive In, attraverso appunto l’alfabetizzazione della tv, mi sono reso conto che si poteva fare tanto ed abbinare la musica alla comicità, così è nato questo personaggio particolare che è un comico cantautore.

Cosa vuol dire fare il comico oggi? Quali difficoltà hai riscontrato e riscontri nel tuo mestiere? Quello che posso dirti è che riscontro purtroppo in tv una maldestra censura che non ti permette di esprimerti. Molto spesso i funzionari, preposti a risolvere i problemi, pur di non avere loro problemi, preferiscono censurare o controllare. Ora, se ci fosse una necessità reale, ad esempio se fossimo in un periodo storico particolare, con una guerra e con il pericolo di mandare messaggi cifrati per aiutare gli alleati, capirei l’utilizzo della censura. Ma essere censurato per tradizione, subire lo stravolgimento delle battute, proprio non lo tollero: anzi queste persone dovrebbero venire da noi e chiedere cosa vuol dire essere comici, come facciamo a chiamarci l’affetto del pubblico ed invece succede il contrario. Come portatore sano di comicità mi lamento perché è mortificante nel 2015 essere soggetti di questa censura di basso livello.

Da addetto ai lavori, ti piace la comicità che c’è in giro oggi? Siamo in un momento di evoluzione e, in questo senso, io mi sento responsabile e molto. Dieci anni fa, a Zelig, quando Zelig aveva picchi di 14 milioni di spettatori, arrivava un comico con un sistema di battute veloci, punto e a capo, si arrotolava le maniche e cominciava con le sue canzoni e questa cosa ha influenzato tanti. Ciò che riscontro oggi è una velocità spasmodica dei comici, e questo spesso penalizza il racconto, se da un lato fa bene perché separa il linguaggio televisivo da quello teatrale e fa capire che determinate cose puoi trovarle e pretenderle solo a teatro, ma non in tv, dall’altro, la velocità è  così frenetica che fa pensare che la condizione della comicità, del format comicità debba essere appunto solo la velocità. Ma di questo mi sento responsabile io stesso, perché già lo facevo io.

Ci racconti di Zelig e cosa ha significato per te quell’esperienza? Quando ho fatto il provino per Zelig, gli autori mi dissero chiaramente che non c’era più posto ma che me lo avrebbero trovato perché il mio tipo di comicità era una cosa giusta e che meritava un’occasione. Ancora oggi il mio gesto di arrotolarmi le maniche lo ricordano tutti ed è rimasto emblematico. Io riassumo l’esperienza di Zelig in questo modo: mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto, e sono stato fortunato perché ero pronto. A volte può capitare che hai l’occasione ma non sei pronto, e allora la perdi, irrimediabilmente.

L’incontro o gli incontri emblematici della tua carriera? Sai, tutti gli incontri ti segnano, io dico che le cose belle, ma anche quelle brutte, di segnalano degli argini lungo la vita e ti danno comunque delle emozioni. Uno degli incontri più belli è stato con Pietro Garinei, che mi aveva visto ad uno spettacolo ed il giorno dopo mi ha chiamato, poi quando andai a trovare Gaber in camerino, e ancora l’incontro con Maurizio Costanzo. Poi, prendendo in giro i cantanti, ho avuto modo di diventare loro amico, come quando Venditti mi chiamò sul palco e quell’ospitata mi sa ancora oggi tanto di confronto fra il re ed il giullare, il re che si lascia canzonare amabilmente dal giullare.

Conosci il Ravello Festival e che preferenze musicali hai, dovendo, per lavoro, confrontarti spesso con la musica? Sono stato in Costiera Amalfitana, l’ho girata e ricordo perfettamente le vostre strade tortuose. Ho fatto una serata a Scala, in occasione di Scala Incontra New York con Padre Enzo Fortunato, io mi esibivo con Dario Fo, era un omaggio al teatro canzone e venne a trovarmi e a vedere la serata Riccardo Cassini, fratello di Dario Cassini, che ha una casa proprio in Costiera amalfitana. Ascolto tanti autori italiani, da Guccini a De Gregori, da Lolli a Bertoli e poi molti autori di nicchia, più specialistici. Mi piacciono gli autori impegnati.

Cosa ti fa ridere e cosa proprio non sopporti? Mi fanno ridere i video su youtube dei gatti, quando scivolano o prendono cantonate, o quelli simili con i bambini, sai è una comicità essenziale, è lo scivolone sulla buccia di banana da film muto, è un linguaggio universale, che va bene su tutto ed ovunque. Mi indispettiscono, invece, tutti quelli che quando parlano, dicono cose che non si capiscono, quando usano linguaggi tecnici con chi non è tecnico, come se io con te adesso, alla tua domanda sul genere di musica che preferisco, iniziassi a sciorinarti autori che magari non conosci e solo per fare mostra di me. Detesto quando in aeroporto pur di non dirti che un altro si è preso il tuo biglietto, ti dicono che sono in overbooking e allora magari, per non fare brutta figura, si sta in silenzio e si accetta; così loro vincono, sempre. Ecco, queste cose mi indispettiscono, mi fanno salire la rabbia e risvegliano il militare che è in me, inevitabilmente.

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