ottobre 18, 2014 | by Emilia Filocamo
Sabato mattina con l’attore e conduttore Toni Garrani

C’è una partenza vicina, ed una partenza impone dei limiti di tempo, un velocizzarsi  delle cose da fare, così come una preparazione opportuna. La “ partenza” in questione ,discrimine, metronomo che caratterizza l’intervista all’attore, conduttore e doppiatore Toni Garrani, ha come destinazione l’Africa. Quando lo raggiungo la prima volta al telefono, me lo precisa indicandomi fra gli impegni che gli lasciano frazioni davvero piccole di tempo anche un suo andirivieni dal set. La prima domanda mi viene suggerita proprio dalla partenza. Così, in un sabato mattina, alle nove e mezza, la chiacchierata con Toni Garrani, spazia dall’amore per il continente nero alla tv, passando per la Rai, la radio, il cinema ed i progetti in un susseguirsi di avvenimenti, incontri e progetti assolutamente piacevole da ascoltare.

Signor Garrani, lei mi parlava della sua prossima partenza per l’Africa. C’è la frase di un film, Spiriti nelle Tenebre con Val Kilmer e Michael Douglas, appunto ambientato in Africa, in cui Val Kilmer, alla domanda sul perché si trovi in Africa, risponde: “ Ho sognato questo Paese per tanto tempo”. Lei sognava l’Africa? E come nasce questo amore? «La prima cosa che dirò a tal proposito è che il mal d’Africa è vero, esiste. L’Africa, almeno per chi come me ha provato questa esperienza magnifica, è stata una folgorazione. Io ho scoperto l’Africa già da tempo, da ragazzo ho girato tutta l’Africa del Nord, un po’ come tutti i sessantottini, poi negli anni ’80, la mia ex moglie aveva una sorella a Nairobi e quindi siamo andati lì a trovarla. La mia ex cognata era fidanzata allora con un Kenyota che faceva la guida di caccia, così ci ha caricati un giorno su un furgone senza telo, e così ho fatto il mio primo safari di notte, dormendo in una tenda, con il fuoco acceso ed intorno   i leoni. L’Africa Nera regala una sensazione stranissima, ne parla anche Alberto Moravia in un suo racconto, per farla breve, è come dimenticare i 5 milioni di anni cultura totalmente razionale e far emergere i 5 milioni precedenti, immergendosi in un’atmosfera ancestrale, naturale. Si è cullati dalla natura, ci si fonde con qualcosa che si era dimenticato. Quando dormi di notte, totalmente indifeso, se non da un fuoco, e pensi che intorno ci sono predatori come i leoni, la paura , assolutamente legittima, viene vinta dalla considerazione che è normale, che quello è l’equilibrio giusto, la natura vince, madre natura vince. L’Africa esalta la parte istintuale che è in me e mette a tacere quella razionale».

Lei è figlio d’arte, figlio del grande Ivo Garrani, ma non credo che una questione “ ereditaria” basti a far nascere la passione per il suo mestiere. Lei è stato un po’ instradato al mondo dello spettacolo o era un qualcosa già dentro di lei e dunque è stata una sua scelta personale? «Mio padre non ha mai saputo nulla delle mie velleità artistiche fino a quando non mi ha visto sul palco. Io suonavo la chitarra, da ragazzo, e come tutti i sessantottini, frequentavo un locale romano di cabaret allora molto in voga, il 7X8. Si andava lì, si trascorrevano splendide serate e, soprattutto, in quel locale arrivavano tutti i maggiori protagonisti del cabaret di quel periodo, da Paolo Villaggio a Cochi e Renato. Stando lì con la chitarra tutte le sere, un po’ ci sono stato tirato dentro, in fondo non era nei miei progetti quello di fare l’attore, andavo all’Università. poi sono passato al gruppo di Spadaccino. Durante uno di questi spettacoli, fui notato da Fulvio Fo, il fratello di Dario, e gli sono piaciuto. Così abbiamo messo su un gruppo di attori ed il debutto è avvenuto all’Odeon di Milano. Quella sera, mentre ero in camerino, fui raggiunto da mio padre, totalmente ignaro della cosa, il quale commosso mi disse che 20 anni prima, proprio in quello stesso camerino, lui era là, con me ancora piccolo in un angolo in una cesta. Poi è stata la volta della Compagnia degli Associati con Sbragia, un’esperienza folgorante e da cui ho imparato tanto. Non avendo frequentato nessuna accademia, quella è stata la mia scuola. Ho fatto teatro per 15 anni, poi ho incontrato Mirabella ed è cominciata l’avventura in radio, in questo modo sono tornato al mio primo amore: al cabaret, all’improvvisazione».

(Alcune foto sono di Barbara Ledda)

Lei ha fatto tv, radio, teatro, ma c’è una veste in cui, sinceramente, si sente più a suo agio? «Ho fatto il teatro classico per tanto tempo, poi quasi 20 anni di radio e sono solito dire che, poiché ero molto libero, facevo allora quello che più o meno fa adesso Crozza in tv. Al cinema e in tv, poiché mi hanno sempre detto che ho la faccia da buono, ho quasi sempre interpretato la parte del magistrato o del buono, appunto. Mi piace far riderE, è una cosa bellissima, ma ad una certa età far ridere diventa molto più complicato e credo sia preferibile dedicarsi ad interpretare personaggi più complessi. Due anni fa, ad esempio, ho fatto un film da protagonista, Fuori Gioco, una storia sulla perdita di identità di un uomo che, a 50 anni, perde il lavoro, la propria dignità e deve affrontare un dramma tanto attuale».

Quando l’ho chiamata la prima volta per intervistarla, mi ha accennato ad un suo impegno sul set. Ci può dire qualcosa in proposito? «Come spesso avviene in questo periodo, credo siano una fase ed una frase comune a molti colleghi, sto facendo un “ pilota”, una puntata pilota per una serie, una ipotetica serie in Rai dedicata al mondo dei giovani, al mondo dei giovani che non studiano, non hanno un lavoro e nemmeno si preoccupano di trovarlo. E’ dedicata a quei giovani insomma che sono immersi in una sorta di limbo di immobilità, come se fosse normale.

L’incontro che l’ha segnata professionalmente? «Beh, di incontri ce ne sono stati davvero tanti. Il primo, sicuramente, quello con Silvano Spadaccino, un cultore del popolare e del cabaret. Poi con Giancarlo Sbragia e, ovviamente, quello con Michele Mirabella. Fra noi due, ai tempi della radio, è scoppiata una vera e propria scintilla, c’erano un’alchimia ed una sintonia perfetta. Facevamo 3 ore di diretta telefonica improvvisando tutto ma era tutto così perfetto che sembrava leggessimo un copione. Eravamo un po’ come Totò e Peppino! E ci tengo a dire che ho conosciuto Michele grazie a Silvia Motta, capostruttura di Radio 2 e a Sandro D’Amico. Era quello il periodo in cui in Rai c’era tanta gente preparata e competente che valutava il grado di professionalità delle persone. Un periodo splendido quello della fine degli anni ’80 per la Rai. E poi grazie a Carlo Benso, regista di Fuori gioco: con lui ho vissuto un’esperienza umana e professionale importantissima».

E poi è arrivata la conduzione, giusto? «Si, facendo tanta radio con Michele, era inevitabile che la tv si interessasse a noi. Michele era tentato, anzi è stato lui ad insistere, forse per un suo maggiore narcisismo, io ero un po’ scettico sinceramente, anche perché il passaggio dalla radio alla tv è sempre traumatico. Poi Michele ha proseguito con la Carrà e le nostre strade si sono divise definitivamente. Io sono passato a Rai 3, con Cominciamo Bene: c’era allora un direttore in Rai molto in gamba che però aveva un vice della Lega. Mi affidarono questo programma mattiniero che doveva essere destinato ai pensionati, alle casalinghe, un format che potesse intrattenere questo tipo di audience. In 4 anni ho cambiato 3 diversi direttori e poi, c’è stato uno scontro ideologico con uno dei direttori. Sono stato l’unico ad essere buttato fuori dalla Rai, ai tempi di Berlusconi, per non essere abbastanza di sinistra».

I suoi prossimi progetti? A parte il pilota di cui mi parlava per una serie Rai? «Con Carlo Benso abbiamo scritto tre sceneggiature e stiamo progettando un film per il prossimo anno. Ormai mi rendo conto che l’unica cosa che vale la pena fare è il cinema indipendente, anche il teatro è ormai agonizzante. Idem per la tv».

A chi vuole dire grazie oggi? «Sicuramente a Silvia Motta e a Sandro D’Amico per avermi premesso di fare per 20 anni in radio ciò che volevo ed amavo. Spesso in radio ero anche un po’ irriverente e non mi hanno mai censurato. Loro sono stati davvero dei cattolici illuminati. Poi ringrazio un funzionario Rai, un capostruttura, uno dei grandi, Arnaldo Bagnasco, un intellettuale che ora non c’è più e che ha portato in tv una grande intelligenza, con programmi d’avanguardia. Ricordo il programma Aspettando Grillo: in ogni puntata si aspettava qualcuno, i cosiddetti desaparecidos, una volta era Celentano, poi Gaber o Battisti, insomma uno di quegli artisti che si rifiutavano di apparire. Che poi Gaber venne davvero e Celentano telefonò».

Suo padre le da ancora qualche consiglio? «Mio padre è sempre stato uno spettatore della mia carriera, parco di consigli e senza nessuna intenzione di influenzarmi. L’unico consiglio che mi ha dato è stato: “ Quando in teatro senti una pausa molto lunga, guarda il sipario, se non si chiude, vuol dire che tocca a te!” E’ stato sempre molto rispettoso delle mie scelte e della mia carriera e non ha mai interferito».

Se non avesse fatto questo mestiere, oggi sarebbe? «Mah, probabilmente un etnologo o un antropologo, mi interessa molto l’aspetto delle tribù, l’aspetto primordiale delle civiltà. D’altronde il mio amore per l’Africa nera lo testimonia in pieno. E concordo pensando che questa intervista si è sviluppata un po’ come un cerchio con un unico, fondamentale punto di partenza e di arrivo: l’amore per l’Africa».

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