maggio 11, 2014 | by Emilia Filocamo
Salmaan Peerzada e il suo amore/odio per il Pakistan

Nella preparazione di questa intervista, Salmaan Peerzada, attore, regista e scrittore di origine pakistane, conosciuto per il film The Blood of Hussain, diretto da Jamil Delhavi, uscito nel 1980 e contestato e proibito dal governo pakistano, si scusa con me due volte. La cosa mi imbarazza non poco. La prima volta perché non può concedermi tempo e dunque rispondere alle mie domande in quanto è fuori per girare un’esterna del suo ultimo film, a quanto pare una scena d’azione, e la seconda volta per un calo di tensione elettrica che non gli garantisce la connessione internet sufficiente a sfamare le mie semplici curiosità. “Tutta la corruzione del mondo vive in Pakistan” mi scrive in uno dei messaggi “i tagli del governo all’energia elettrica sono incredibili e vergognosi” continua. Poi, il tutto si appiana agilmente: riusciamo a comunicare ed io ad arricchirmi della storia di un uomo avventuroso e pieno di passione per la vita e le sue ingiustizie, oltre che di un uomo pieno di talento, come dimostra la carriera.

Salmaan, come fai a riconoscere un buon film da uno che non guarderesti mai? Un buon film deve intrattenere, eccitarti, irritarti, farti riflettere anche giorni dopo che l’hai visto oppure terrorizzarti. Se un film non ha nessuno di questi elementi, allora sono certo: non è un buon film.

Come è iniziata la tua folgorante carriera, come hai capito che il mondo del cinema era il tuo mondo? Volevo fare questo sin da quando gattonavo: ho iniziato come aiuto operatore.

Puoi farci il nome del tuo primo fan? Della prima persona che ha creduto in te? Nicole, una donna francese che era assistente alla regia nel mio primo film, avevo diciassette anni.

Quali sono le principali differenze fra il cinema del tuo Paese, il Pakistan, e quello americano? Cosa ha in più l’uno rispetto all’altro e cosa in meno? Il cinema pakistano è una semplice estensione di quello di Bombay: noi non possediamo un cinema autoctono. Quello statunitense, poi, è completamente differente: essendo nato in Pakistan, ma cresciuto negli USA, amo dire che in me sono fuse queste due culture, anzi che danzo fra queste due culture con una certa abilità.

Sei uno scrittore, un attore ed un regista. Come si alternano e compensano questi ruoli all’interno di te. Cerdi che sia un passaggio naturale, diventare regista dopo aver recitato? Sembrerò forse superbo, ma tutto ciò che faccio mi viene naturale.

C’è qualcosa che rende un attore o un regista indimenticabile? Voglio dire, esiste una sorta di formula o ricetta? Nel caso di un attore è la presenza sullo schermo, o meglio il carisma. Alcuni lo possiedono, altri semplicemente no.

Hai dei modelli a cui fai riferimento, anche ovviamente del passato? Non parlo mai di modelli, piuttosto di persone per cui nutro una grandissima ammirazione e qui i nomi si sprecano: Sergio Leone, Federico Fellini, Akira Kurosawa, David Lean, Frank Capra, Howard Hawks.

Raccontaci il tuo esordio. Il mio esordio è stato assolutamente straordinario. A soli 17 anni fui scelto per il ruolo di Marco Antonio nel “Giulio Cesare” di Shakespeare, lo spettacolo fu un successo clamoroso e, nello stesso anno, ho diretto la mia prima opera teatrale, era “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare, con una produzione eccezionale. L’anno successivo ottenni il ruolo principale in un film francese. Lavoravo all’impazzata e al meglio delle mie possibilità. Un paio di anni dopo, quando ho iniziato a lavorare in Inghilterra, il ruolo più importante che ottenni fu quello per “Emergency Ward 10”, una serie televisiva inglese ambientata in ospedale che fu un successo incredibile. Le mie emozioni? Sinceramente ero troppo impegnato per fermarmi e riflettere, tutto ciò che volevo fare era soltanto imparare e questo genere di cose e di lavori realizzati in studio, ti offrono quello che nessun corso di recitazione potrà mai darti. E poi c’erano donne bellissime.

Avrai incontrato tante persone famose nella tua carriera? Chi ti ha lasciato di più? Innanzitutto mio padre, che era autore di opere teatrali e un uomo di teatro nella Berlino degli anni ‘20 e ‘30: è stato il mio maestro e mi ha molto influenzato nella vita. Poi ad Hollywood il regista John Frankenheimer, il regista inglese Roy Boulting, i miei amici Iane Blanchard e la star hollywoodiana Jack Palance.

Sei mai stato in Italia e cosa pensi del cinema italiano o dei registi italiani? C’è qualcuno che ammiri particolarmente? Salmaan tira un sospiro. Vivere e lavorare in Italia era uno dei miei sogni più grandi. Quando ero piccolo guardavo tanti film italiani con mio padre e “Ladri di Biciclette” di Vittorio De Sica era uno dei miei preferiti, con Fellini, ovviamente. E poi le vostre attrici, Silvana Mangano, Gina Lollobrigida, incredibili e bellissime, o Anna Magnani e Marcello Mastroianni. Una delle esperienze che non potrò mai dimenticare è quando ho visto “La Dolce Vita”, fantastico.

Fra tutti i ruoli che hai interpretato, qual è stato quello che hai amato di più? Fatta eccezione per la prima parte della mia carriera, in cui ho accettato un po’ di tutto, sono diventato infatti poi estremamente selettivo col tempo, posso dire di essere soddisfatto dei ruoli interpretati fino ad ora. Se proprio devo però sceglierne uno, sicuramente ho molto amato il personaggio che interpretavo nel film inglese “A Private Enterprise”.

Qual è stata la parte più difficile del tuo lavoro e quella che ti ha dato più soddisfazioni? Tutta la mia vita, e dunque la mia carriera, sono state un’esperienza incredibile, ma questo perché io amo ciò che faccio e, soprattutto, perché non ho mai perso la capacità di stupirmi, un po’ come fanno i bambini e questa capacità l’ho mantenuta sempre, sia nel teatro che nel cinema. Detto questo, si sa che il mondo del cinema è innanzitutto affari, e bisogna essere un po’ folli per farne parte.

Il cinema indipendente sta godendo di un grande successo: cosa ha in più e cosa gli manca? Quello che manca al cinema indipendente è la forza finanziaria ma se non sei già un nome riconosciuto a livello mondiale e vuoi dire la tua nel mondo del cinema, allora questa è la strada giusta, assolutamente.

Parlaci delle tue due straordinarie esperienze sul set di “The Blood of Hussain” e di “I nervi a pezzi”. The Blood of Hussain, in cui interpretato i due ruoli da protagonista, vinse il primo premio al Festival del Cinema di Taormina ma fu osteggiato dal governo dittatoriale pakistano che, ovviamente, non permetteva nessuna riflessione autonoma sul governo attraverso il cinema o qualsiasi altra forma di strumento. In quello stesso periodo stavo lavorando ad un altro film, Maila (Fiesta) che era una critica al mondo degli affari pakistano, fu un momento molto complicato ma non so come lo abbiamo superato ed il film fu completato e prodotto successivamente in Inghilterra. “Twisted Nerves”, (appunto I nervi a pezzi), con la regia di Roy Boulting, uno dei miei mentori, fu un grande film realizzato in studio e fu un’esperienza straordinaria da ogni punto di vista, soprattutto perché mi permise di lavorare con una delle mie attrici preferite, Billie Whitelaw.

Se potessi scegliere un film del passato in cui recitare o a cui fare da regista quale sceglieresti e perché? Questa per me è una domanda difficile perché pensando a quei film, penso ai grandi attori che li hanno interpretati e non riesco ad immaginarmi al loro posto. Comunque, se proprio devo scegliere, direi “L’Asso nella manica” di Billy Wilder e con Kirk Douglas ma non immaginandomi al suo posto ma piuttosto nella realizzazione del film. Il film non fu un successo al botteghino ma fu il capolavoro di Wilder ed una delle migliori interpretazioni di Douglas. Il film parla della libertà di stampa e di come la stampa possa essere pericolosamente manipolata per fini propri. È un tema terribilmente attuale, ed il film è stato una sorta di campanello d’allarme per quello che sarebbe poi successo. Sono convinto che tutte le forme di arte, dal cinema alla pittura, alla musica, siano longeve solo se riescono ad inserirsi nel contesto del proprio tempo, nelle tematiche del periodo in cui sono presenti. Ecco perché “L’Asso nella manica” è un classico senza tempo.

Qual è il genere di film in cui preferisci recitare? Sinceramente non mi interessa il genere di film che mi viene offerto, quanto piuttosto il ruolo che vuole affidarmi il regista per capire se posso lavorarci bene e farne un personaggio autentico.

Come giudichi la crisi che sta investendo anche il mondo del cinema e cosa si potrebbe fare di più per tutelarlo? Il mondo è in una fase di cambiamento drammatica: il potere e la ricerca del potere sono le guide dell’esistenza, nuove forme di lotta stanno cambiando i costumi, le guerre distruggono popoli e tradizioni, la tecnologia viaggia alla velocità della luce, le informazioni proliferano attraverso i social network e la tv e fra poco si dimostrerà che gli UFO sono reali. In tutto ciò il teatro ed il cinema hanno un ruolo importantissimo, il cinema in particolar modo ha un potere che nessuna altra forma di arte possiede, cambia in base all’evoluzione delle tecnologie e questo, in un certo senso, lo renderà immortale. Cosa si può fare per salvarlo? Bisogna salvare il cinema dai registi stessi che sembra non riescano a fare a meno degli effetti speciali. Voglio dire che non ci si focalizza più sulla capacità di raccontare una storia, ma solo sul modo in cui renderla con degli effetti visivi. Detto questo, l’arte ed il cinema possono solo salvare il mondo.

Qual è il risvolto della medaglia nel mondo del cinema? Cosa c’è dietro tanta apparente felicità? Dietro il successo? Bisogna innanzitutto capire che il mondo del cinema è molto competitivo e difficile. La maggior parte delle persone che fa questo lavoro, è estremamente insicura e poi Hollywood è anche tanto corrotta. Amo usare un’immagine, li paragono a dei gatti che sono tutti in attesa spasmodica di trovare il modo per cibarsi, cercando di raggiungere fama e fortuna.

Cosa pensi del successo del cinema di genere fantasy? Come lo spieghi? Sicuramente vampiri, streghe e licantropi hanno un fascino che li rende appetibili per qualsiasi regista e che contribuisce al loro successo. Ma ci sono sicuramente anche ragioni psicologiche e sociali, basta andare indietro e pensare a Nietzsche o a tutta la letteratura in cui sono state date informazioni e nozioni, sia scientifiche che spirituali, circa la possibilità dell’esistenza di mondi paralleli ed abitati da altre creature. Alcune persone sostengono di avere una sensibilità particolare e di poter entrare in comunicazione con tali entità e tutto ciò, portato nel mondo del cinema, non fa che accrescere il potere di sogno ed immaginazione, il cinema in fondo è questo, sogno.

L’ultimo pensiero quando chiudi gli occhi? Ripenso sempre a ciò che ho fatto durante il giorno.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Non ho progetti di recitazione, ma sto per completare il mio libro “Jinn and Magicians”, un romanzo che parla di infanzia, tradizioni, ricordi, folklore e politica, e poi sto completando i miei due film come regista, “The Tell Tale Heart”, (Il Cuore rivelatore) basato sull’omonimo racconto breve di Edgar Allan Poe a cui manca la scena finale e poi il secondo è “Neon City” che racconta di una donna, una giornalista e di un assassino con un coinvolgimento anche di genere fantascientifico, ambientato nella città di Lahore.

A chi diresti grazie oggi? Ci sono nomi nella mia vita che restano delle costanti, a mio padre innanzitutto, a Iane Blanchard, il mio caro amico, al regista John Frankenheimer, a Jack Palance, al regista Roy Boulting e al leggendario cameraman Jack Cardif.

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