novembre 20, 2014 | by Emilia Filocamo
“Sandro Pertini mi trattò malissimo e non so perchè” Mattia Sbragia si mette a nudo

Una delle domande ricorrenti nelle mie interviste, un po’ come ouverture ai “movimenti” che seguiranno un po’ per necessità, un po’ per una sorta di curiosità che vorrebbe scandagliare e scoprire la possibile esistenza di codici genetici, strane corrispondenze di fattori ed eredità che trasferiscono il talento nel sangue di padre in figlio con mille altre caratteristiche, è sapere se appunto gli intervistati sono figli d’arte o se sono stati scottati dalla scintilla artistica senza nessun precedente in famiglia. Le risposte, che sono sempre diversissime, disparate e spesso spiazzanti, illuminano talvolta anche scenari inconsueti. Nel caso di Mattia Sbragia, attore ben noto di teatro, cinema e tv, l’essere figlio d’arte, di Giancarlo Sbragia per l’esattezza, è un terreno che comporta la scoperta di tante particolarità che vanno dal desiderio paterno di non fargli intraprendere la stessa strada a palesi antipatie negli ambienti frequentati e ad un biblico ricadere di colpe dall’adulto al minore. L’intervista si compone poi di dettagli che mi  permettono di scoprire una persona non solo preparata, ma anche di una delicatezza e gentilezza uniche e che mi hanno colpita fin dal primo contatto, da quell’amo “virtuale” a cui ho impiccato l’esca che mi ha portata poi a questa intervista.

Lei è figlio d’arte, ma non credo o suppongo che comunque questo sia sufficiente a trasformare una tendenza in passione e magari la passione in un mestiere ed in una carriera di successo. Perché ha cominciato? È stato instradato da suo padre o è stata una sua vocazione spontanea? Può sembrare buffo ma io mi sono sentito spinto a cominciare perché mio padre non voleva “a tutti costi” che io prendessi la sua strada. Fu un poco per dimostrargli che, non solo, potevo e volevo farlo, ma che lo potevo fare altrettanto bene quanto lui. Competizione? Emulazione? Chissà. Solo molti anni dopo capii perché non voleva che io facessi lo stesso suo mestiere. Ma ci sarebbe voluta la sua esperienza di vita nel mio giovane cervello per capire, allora, che le ragioni erano molto più complesse e che anche questo mestiere, al di là di superficiali apparenze, non è tra i più fantastici al mondo. 

Il teatro ha, almeno sentendo anche le riflessioni dei suoi colleghi, un fascino irripetibile anche e soprattutto rispetto al cinema, è un banco di prova importante e complesso. Consiglia a chi si affaccia a questo mestiere il teatro come esperienza propedeutica per una formazione artistica corretta o non è uno step necessario, un passaggio obbligato? Per me il teatro è stato uno step obbligato. Ho cominciato lì. E l’ho professato a lungo ed in esclusiva per molti anni (14 e rotti). Poi arrivarono cinema e televisione. Il teatro lo ritengo primario e basilare. Ti insegna a parlare e a farlo bene. Ti insegna a fingere ciò che deve sembrare vero. E ne hai immediato riscontro. Se sei bravo ti credono, altrimenti ti fischiano. Soprattutto io lo ho amato perché è il luogo ideale per testare le mie capacità drammaturgiche che più di tutto mi affascinano. Scrivo ed amo farlo. E poi, in quale altro ambito lavorativo puoi essere allo stesso tempo il creatore, il produttore e l’attore in un processo creativo? Solo in teatro. Forse allora, i primi tempi, erano solo crisi di onnipotenza ma poi sono sempre risultate esperienze molto gratificanti. Comunque, il contatto diretto con il pubblico è paragonabile alle montagne russe del luna park. C’è chi non ne può fare a meno e chi non le ama. È un mestiere atipico su cui non si può e non si deve generalizzare. Ognuno ha il suo percorso. I mezzi per espletarlo oramai sono molteplici e molto diversi. Io amavo molto di più il cinema rispetto a mio padre. Ci sono attori di cinema che non sono mai neppure andati a teatro. Ma sta tranquillo che se un attore vuole essere considerato “Ufficilmente Bravo”, vedrai che si fionderà nella buia sala di un teatro.   

Quali sono state le difficoltà dei suoi esordi? C’è stata qualche porta che non si è mai aperta nonostante il talento e magari i sacrifici? Il ricordo più bruciante (un esempio per tutto) che mi rimase sepolto dentro fu di quando mi trovai in uno studio televisivo, primo giorno di lavorazione (non mi ricordo neppure di cosa) entrai e mi si parò davanti un signore che si disse il regista e che mi chiese con tono aggressivo: “Sei tu il figlio di Sbragia (ndr Giancarlo)? Sei tu?” Io annuii un poco imbarazzato. Era la prima volta che venivo scritturato per un qualcosa di televisivo. Non avevo mai visto uno studio. Immagina l’imbarazzo. A mezza voce risposi: “Si, sono io”. E quello sbottò inviperito: “Allora fuori di qua. Sei “protestato” (che nel linguaggio attoriale vuol dire licenziato) Fuori!!”. Non ho mai saputo perché. Né mai lo chiesi a mio padre. Ma non fu uno scherzo. E ancora mi brucia perché pagai, per qualcosa che ancora oggi non so, un prezzo senza appello o remissione. Tra parentesi fu l’unica volta che venni “protestato”. Chiesi invece ragioni a mio padre (molti anni dopo) sul perché Sandro Pertini, presidente del paese a quel tempo (e persona che io molto amavo e stimavo), alla fine di una proiezione di “Gramsci” (Sceneggiato televisivo per RAI2 in cui io interpretavo il politico sardo) mi trattò malissimo e con molto distacco, apparentemente senza ragioni. Il suo essere burbero è rimasto famoso. Ma quella volta mi bruciò molto di più perché era rivolto a me personalmente. Per fartela breve, secondo mio padre, il succo fu che: “Le colpe dei padri ricadono sui figli. Vai a sapere che quel senatore sarebbe mai diventato Presidente!”. Insomma, anche quella volta non seppi perché. 

L’incontro che, professionalmente, le ha cambiato la vita o che le ha lasciato un segno importante? Nella mia fortunata carriera c’è stato più di un incontro che mi ha cambiato la vita. Così come nella vita, anche nel mestiere ci sono vari stadi. Che collimano spesso con la maturazione umana. Per me, incontri fondamentali, sono stati Mario Missiroli, Giorgio Strelher, Nelo Risi, John Frankenheimer, Mel Gibson, Steven Soderbergh, Gigi Proietti, Peter Fonda e molti altri. Registi, autori, produttori. Credo che chiunque io abbia incontrato nella mia carriera, colleghi compresi, fossero tutti incontri importanti per me. Professionalmente. Perché ogni “portatore di arte” è un universo a se ed ogni contatto sarà sempre e comunque un’esperienza professionalmente importante. È l’osservazione quella che mi consente di progredire.   

C’è un lavoro nella sua carriera che la rappresenta più e meglio di altri? Qualcosa a cui è legato particolarmente? “Idillio”. Uno special per RAI3 concepito e diretto da Nelo Risi su una giornata ideale di Giacomo Leopardi. Io recitavo il ruolo di Leopardi. Impersonare un grande poeta diretto da un grande poeta per raccontare la sua visione poetica di un giorno ideale nella vita di un genio… mi è rimasto come un senso di sollucchero.

Ha lavorato anche in film e produzioni straniere di grande rilievo. Ci racconta queste esperienze e le differenze o le mancanze rispetto alle esperienze di casa nostra? Non esistono differenze di rilievo. Esistono livelli. Culturali, economici, politici ed umani. Esistono grandi film insignificanti americani così come esistono piccoli film straordinari Italiani e viceversa. La mia lunga carriera mi ha portato, per mia grandissima fortuna, a poter toccare con mano tutti questi livelli. E ciò mi ha fatto capire che più ci si sforza di avere un livello alto, nella vita come nella professione, più la fatica e l’impegno necessari potranno produrre risultati straordinari. Personalmente poi, io penso che l’arte e la cultura dovrebbero solo essere di alto livello. Ma qui entriamo in un altro specifico. 

Suoi prossimi lavori o progetti? Tanti e multiformi. Teatro, cinema, libri. La curiosità comporta anche questo. Un allargamento di orizzonti.   

Suppongo che molti, intenzionate ad intraprendere la carriera artistica, magari soprattutto giovani, le chiedano di tanto in tanto qualche consiglio. Quello che da sempre e cosa invece sconsiglia vivamente? Il consiglio: imparare l’inglese, leggere tanti libri e non smettere mai di osservare la realtà. (Se è vero che un attore deve riprodurre qualcosa, l’uomo-attore deve conoscere questo qualcosa che vuole riprodurre. Altrimenti è solo uno sciocco egocentrico presuntuoso). Lo “sconsiglio”: evitare scorciatoie e mai reputare più importante il “fare qualcosa” del “fare bene una cosa”.   

Chi è Sbragia fuori dal set o dal palcoscenico? Passioni, hobby, le cose che detesta? Mattia Sbragia è un uomo curioso, entusiasta, sensuale e un simpatico compagnone, fuori dal contesto del lavoro. E le mie passioni vere sono: Le donne (le mie (moglie e figlie)) mio figlio (che, con mia grande gioia ha scelto lo stesso mio mestiere), il concetto stesso di famiglia che tutti abbiamo costruito intorno ai nostri rapporti. E poi, la vela, la moto, i bei quadri, il buon cibo e i libri profondi. Detesto cordialmente invece la maleducazione, la grossolanità e l’ignoranza. Perché sono tre cose a cui ognuno potrebbe apportare miglioramenti e crescite personali e che, invece, se trascurate finiranno per portare in un gorgo buio e medioevale, che non dà merito a nulla e nessuno, chi per pigrizia non le abbia prese in considerazione.

Ha mai dei rimpianti? No. Rimpianti no. Le scelte che ho fatto, mi somigliavano tutte. E hanno finito per essere le cose che volevo fare per me e la mia vita. Anche se sul momento non lo sapevo o non lo capivo e ne soffrivo. Rimpiangere cosa?

A chi dice grazie oggi Mattia Sbragia? Dico grazie, e con grande umiltà, a tutte le persone che mi stanno accanto e che mi amano. Poi a quelle che ci sono state ma non ci sono più. E poi a tutti gli altri. Tutti quelli che sono stati parte del grande affresco della mia esistenza.   

Il suo primo pensiero al mattino? “Chissà che succederà di bello oggi…”

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