maggio 27, 2014 | by Emilia Filocamo
Scott Marshall dalla mazza alla penna: “Dopo l’hokey mi sono dedicato all’attività di scrittore, in cui non c’è mai un fischio finale”

Tengo particolarmente a questa intervista, e per due motivi. Il primo, lampante, è perché mi aiuterà a capire che scrivere non è soltanto passione, ma soprattutto dedizione, conforto, compagnia, sostegno e, quindi, ancora una volta, un dono di cui non si può fare a meno e poi l’altra motivazione è che si tratta di un’intervista delicata, fatta di una piccola confessione amichevole che il protagonista, Scott Marshall, noto portiere della squadra di hockey dei Boston Bruins, mi fa senza mezzi termini. Da tempo Scott, ormai totalmente dedicatosi al suo primo amore, quello per la scrittura, anzi, per non fargli torto e utilizzare la sua stessa espressione, ad un amore costante della sua esistenza, soffre di problemi cerebrali degenerativi dovuti proprio alla sua attività come portiere e alle numerose commozioni cerebrali patite durante la sua carriera, causate dai vari colpi e scontri. Quindi, più di una volta, adesso che si sta dedicando con un’apposita associazione alla ricerca e ad una campagna di sensibilizzazione dei giovani per illustrare i rischi dello sport, specie dell’hockey, avvertirò in questa intervista un senso di labilità, di precarietà. Di fine. Scott Marshall è consapevole della delicatezza della sua situazione fisica ed utilizza il tempo, spesso parlerà di tempo che gli rimane, di tempo insufficiente, per dedicarsi anima e corpo al lavoro di scrittore. Una persona eclettica, sensibilissima, di cui centellino le parole poco alla volta, con l’obiettivo di godermi ogni cosa e di apprezzarne ancora di più il coraggio e la vitalità.

Scott tu eri un noto giocatore di hockey, adesso sei uno scrittore. Mi spieghi come hai armonizzato queste due componenti della tua vita così disparate e cosa ti ha dato la carriera sportiva? Giocare ad hockey e scrivere sono due mondi completamente opposti, ma non avrei mai potuto concepire la mia vita senza una delle due. Giocare ad hockey è un’esperienza ormai conclusasi e, purtroppo, ho perso i contatti con molti dei miei compagni di squadra. In seguito mi sono dedicato all’attività di scrittore, in cui non c’è mai un fischio finale; incontro altri scrittori, editori, semplici venditori di libri, la scrittura non ha limiti e non ha confini e continuerò a scrivere senza sosta fino a quando la mia mente me lo permetterà o Dio deciderà che è venuto il momento di smettere. Credo che al mondo non esista un problema o un’angoscia che un buon libro non può aiutare se non a risolvere, quanto meno a mitigare. 

Ma cosa è per te scrivere? Un hobby, una passione, un mestiere, una missione? Puoi spiegarlo ai nostri lettori? Scrivere è la mia passione, la prima, e lo è stata sempre per tutta la mia vita. Già molto giovane, studiando Inglese, mi sono reso conto che la nostra lingua non è così semplice come appare, è molto strutturata e forse una delle più difficili da maneggiare, da dominare. Da studente, ho sempre cercato di dedicarmi con attenzione alla strutturazione dei periodi, alla sintassi, e questo processo si è incrementato con il passare degli anni. Il mio obiettivo è migliorarmi, sempre: ancora oggi cerco di imparare almeno due parole nuove al giorno!

Ma quando scrivi cosa ti ispira maggiormente: un pensiero, un ricordo, un’emozione? Dipende da una serie di fattori e, generalmente, si basa anche su ciò che sto scrivendo al momento. La mia grande fortuna è di avere ancora una memoria sufficientemente abile e potente da riuscire a trattenere gran parte di ciò che imparo, che mi impressiona e gran parte di ciò che sperimento ogni giorno. Ma la velocità dei miei pensieri, spesso, mi crea anche difficoltà, disagi, perché non riesco a tenerle dietro con la penna, a scrivere tutto ciò che vorrei e spesso il pensiero sfuma, il suono stesso di quel pensiero che mi aveva ispirato. Ma ormai, mi sono abituato a vivere con questa sorta di disagio, e lo considero non più un difetto, ma un tratto distintivo del mio carattere.

Sei anche proprietario di una libreria che contiene testi pregiati, addirittura rari. Nell’era degli e-book, cosa pensi che avrà sempre di più un libro in “carne ed ossa” e che non è quindi solo virtuale? Ad essere sincero non ho molta dimestichezza con gli e-book e non mi interessano più di tanto, ma capisco che nell’era di internet siano uno strumento necessario e prezioso e, soprattutto, se vuoi essere popolare, diventano imprescindibili. Io stesso spero che molti dei miei libri vengano venduti anche in formato digitale. Ma da collezionista e commerciante di libri, ne ho alcuni che risalgono al XVII secolo, sono convinto che un libro è un’opera d’arte e che deve basarsi su alcuni elementi fondamentali, dalla rilegatura, alla stampa, alle immagini, parti che concorrono ad un risultato finale che deve essere sempre eccellente. Ho visto, toccato, sfogliato pagine della Bibbia di Gutenberg e del The Book of Hours, quindi, in verità, mi risulta davvero difficile tenere fra le mani un tablet! 

Quando hai deciso di diventare uno scrittore? Come hai capito che questo sarebbe stato il tuo destino? Non sono diventato uno scrittore, scrivo da sempre, dai tempi delle elementari e non ho mai smesso. Tutti scriviamo, prima, dopo, a scuola o fuori: semplicemente alcuni di noi non smettono mai di farlo. Io sono nato scrittore.

Quale è stata la prima persona a credere in te e nel tuo talento? Sicuramente i miei genitori, ma dai sedici ai diciassette anni ero un ragazzo insicuro e per questo ho avuto una vita un po’ turbolenta, un passato legato alla tossicodipendenza e all’alcool e solo quando sono riuscito a disintossicarmi, nel 1986, ho iniziato ad avere finalmente fiducia in me stesso e la mia vita è diventata d’un tratto incredibile. Avrei dovuto ascoltare prima i miei genitori, soprattutto mio padre, invece ho scelto la via più dura.

DM CoverCi parli del tuo primo romanzo? Insomma del tuo lavoro di esordio? Ho scritto tantissimi libri fantastici, soprattutto all’inizio, e poi al college mi sono dedicato ai saggi. Ma il lavoro su cui voglio concentrare tutta l’attenzione dei lettori e che considero la mia “opera prima” è un libro breve intitolato “Damage Manual: a Mistery of Sorts”. È scritto tutto in terza persona e racconta la storia di un uomo costretto a barcamenarsi fra le forze del bene e del male nel tentativo di arrivare al dilemma che tormenta la sua esistenza. È una mia pubblicazione e in tiratura limitata.

Quali sono i tuoi scrittori di riferimento? Anche del passato. Ho sempre amato molto gli scrittori di libri per ragazzi, essendo anche un commerciante di libri erano la mia specialità, insieme alle storie fantasy, quindi Carroll, Stevenson, Irving, Verne, Kipling. Ma sono anche un poeta e sento molto l’influenza di Milton e Tennyson. Ma la maggiore influenza è quella degli scrittori della Beat Generation da Burroughs a Bukowsky, solo per citarne due.

C’è mai stato un momento nella tua carriera di scrittore in cui ti sei arreso e ti sei detto “Basta, non scriverò mai più” Mai, mai, mai.

Le persone che non solo professionalmente, ma anche umanamente, ti hanno dato di più? Uno dei miei più grandi amici, durante la mia permanenza con “I Boston Bruins Alumni”, l’associazione costituita da tutti gli ex giocatori dei Boston Bruins in ritiro, è stata quella con Terry O Reilly: mia figlia Renee ed il figlio minore di Terry, Evan, trascorrevano tantissimo tempo insieme. Terry, che era il primo allenatore, lasciò nel 1988 i Boston Bruins per dedicarsi al figlio Evan, che soffriva di una malattia al fegato. Terry ha lasciato una carriera di successo per dedicarsi solo al figlio e lo ha fatto senza mai cedere, sempre con il sorriso sulle labbra e la speranza. Per ironia della sorte, nel 1996, anche io ho lasciato il mio ruolo di Presidente della Boston Bruins Alumni, l’associazione no profit che è accanto ai giocatori ed ex giocatori e mi sono ritirato dall’hockey per stare accanto a mia figlia Renee, che ha cominciato a soffrire di una forma estremamente rara di epilessia. Quindi io e Terry siamo legati da tantissime cose. Da un punto di vista artistico, invece, la persona che mi ha dato di più è stata Barry Moser, artista ed illustratore che amavo fin da bambino. Ci siamo conosciuti la prima volta nel 1999 e da quel momento non ci siamo più persi di vista, è un amico che non potrei mai sostituire.

Sei mai stato in Italia e hai uno scrittore italiano preferito? Quando giocavo con i Boston Bruins, giravo l’Europa in lungo ed in largo ma non sono mai venuto in Italia. Ma non potrei mai farti un nome, avete scrittori troppo grandi per limitarmi ad elencarne qualcuno.

Adesso stai lavorando ad un progetto in radio, dedicato ad alcuni dj famosi del passato. Ci racconti come è nato questo progetto ed in che modo sei coinvolto? Beh il progetto è frutto della mente di Roger King che ha prodotto il film “I am what I play”, un lungometraggio, una sorta di documentario, dedicato ai DJ che in America hanno rivoluzionato il mondo della musica fra il 1960 ed il 1980, attraverso le ideologie politiche, il rapporto con la gente e con le maggiori radio del tempo. Uno dei dj del documentario è Charles Laquidara della WBCN di Boston. Quando giocavo nei Boston Bruins, sono stato spesso suo ospite in radio, al suo show mattutino ed il materiale di quelle interviste ha incuriosito Roger King che mi ha contattato chiedendomi di visionarlo ed utilizzarlo. Nel giro di 8 mesi, quelle che dovevano essere solo due interviste, sono diventate un paio di dozzine. Il Film sarà presentato quest’anno al Toronto Film Festival e io ne farò parte, sono eccitatissimo e contento per Roger, anche perché una sola, prima, breve proiezione, ha già ottenuto numerosi consensi e critiche lusinghiere.

Le parole, scritte o parlate, sono uno strumento potentissimo. Quando scrivi, hai delle parole – guida? Insomma delle parole preferite? Se parliamo di poesia, spesso nella mia prevale un lato oscuro, fatto di spiritualità bruciante ma anche di anime in difficoltà, dimidiate. Ma sono anche un inguaribile romantico e dunque le parole sono amore, onore e fede.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Letterari o di vita? Attualmente sto lavorando contemporaneamente a due diversi progetti che spero di portare a termine e pubblicare alla fine di quest’anno o al massimo agli inizi del 2015. Uno è la mia autobiografia intitolata “From Bone City to Bliss” e il mio editore sarà proprio il Dj Charles Laquidara, l’altro è una bibliografia e una guida all’identificazione delle prime edizioni dei libri per ragazzi dell’autore e illustratore Richard Scarry. Io sono l’unico ad avere le sue opere pubblicate in America, la collezione completa, che annovera circa duecento titoli, infatti il mio lavoro si estende su un arco di due decadi. Inoltre spero di pubblicare a fine 2015 anche la mia raccolta di poesie, intitolata “Sound is Noisy”. Inoltre, avendo giocato come portiere di hockey per 18 anni, soffro ormai di una malattia degenerativa e progressiva al cervello, dovuta ai continui colpi e traumi cranici, così collaboro con il Centro per gli Studi sull’Encefalopatia Traumatica di Boston nella ricerca sulle cause e l’origine di questi disturbi e soprattutto per sensibilizzare i giovani e la gente sui rischi e i danni dello sport. Una missione che sono onorato di portare avanti.

Il libro che hai sul comodino in questi giorni? Ce ne sono due: “When the Women come out to dance” di Elmore Leonard e la Sacra Bibbia illustrata con 234 xilografie dal mio amico ed artista Barry Moser, l’unica persona al mondo che ha illustrato tutta la Bibbia nel ventesimo secolo.

Ci sarebbero diversi modi per chiudere questa intervista con Scott Marshall, dal grazie ad una battuta finale, magari ironica od originale. Io preferisco solo augurargli un grandissimo, sincero in bocca al lupo e dirgli con tutto il cuore: forza Scott!

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