maggio 26, 2015 | by Emilia Filocamo
“Seguire mio padre sul set era adrenalina pura”. Stefania Lerro, figlia del grande stuntman Rocco Lerro, racconta la dura vita di un cascatore

C’era una volta un cinema. C’era una volta il cinema fatto di odori, di rumori, di cose che scricchiolavano, di mani che si industriavano, di scene che cambiavano con la stessa mobilità di quelle di un teatro, di città che comparivano in luoghi dapprima sgombri o silenziosi. Ora era l’interno di un tempio, ora un’arena, altre volte lo scenario arido per un duello fra polvere e sole, oppure una strada antica di New York, fra carrozze, borseggiatori e signore ben vestite. C’era una volta il cinema fatto da chi arredava ed organizzava, allestiva case, preparava e costruiva, fatto di artigiani e di artisti, di sapori. Un cinema fatto di folle, folle di piedi, di carne e di ossa, che comparivano con il ruolo appunto di comparse. Poi è stata la volta della post produzione grafica, di sofisticate alchimie fra uomo e macchina, cuore e monitor, mente e computer: le grandi battaglie in 3D, la duplicazione, la triplicazione e ancora molto di più di poche decine di persone, anfiteatri e palazzi del potere ricostruiti, faraoni e piramidi, schiavi al lavoro, acque che si separano davanti al passaggio degli Ebrei, di occhi che si sgranano nel buio di una sala dinnanzi all’incredibile potenza della tecnologia, al Mago Merlino degli effetti. Un cinema fatto di sensazioni tattili, olfattive e non solo visive il primo, un cinema, il cinema dei nostri giorni, spettacolare nella sua asetticità, perfetto nella sua meccanicità, sbalorditivo, senza mani, ma con tanti tasti per riprodurre miriadi di sensazioni. Immagino Stefania Lerro infilata a suo agio nella prima definizione di cinema, Stefania e i suoi occhi di bambina, figlia d’arte, coinvolta e trascinata con gioia sul set. Lei, figlia del grande Rocco Lerro, una leggenda nel cinema e nel mondo degli stuntmen, pardon, dei cascatori, degli acrobati, “i termini fighi” come dice bene Stefania Lerro, sono arrivati dopo. Stefania non è solo figlia di un uomo dal coraggio e dall’incoscienza più sbalorditive di un avatar o di un 3D, Stefania è figlia di un grande artista, di un uomo bellissimo, che non si tirava mai indietro, fossero le sfide da accettare i salti da fare da una torre di 30 metri o gli inseguimenti, si trattasse di fare da controfigura ad un buono o ad un cattivo. La nostra chiacchierata telefonica per Ravello Magazine  per me diventa una lezione, un’occasione unica e per la quale non saprò mai dire grazie abbastanza per conoscere il cinema come se gli fossi entrata nel ventre, infilata da qualche strana, imprevista puntura. Cominciamo così a parlare di coraggio, di vita sul set, di sogni e mancanze, di cartoni legati fra loro per attutire i corpi in caduta, di aneddoti rimasti nella storia.

Stefania, nella sua casa si respirava cinema, ma come era vivere tutti i giorni quella condizione privilegiata? Devo innanzitutto precisare che i miei erano separati, io tuttavia vivevo ugualmente molto da vicino il mondo del cinema perché ero spesso sul set con mio padre e poi anche mia madre è un’appassionata di cinema. Non facevo di certo le cose che facevano gli altri bambini della mia età, soprattutto con mio padre, uscivo ed andavo sul set. Questa cosa ha sicuramente influenzato anche le mie scelte successive ed il mio percorso lavorativo: il mio primo ingresso professionale nel cinema è stato come assistente scenografa, poi per il mio carattere, sono arrivata alla produzione e ora alla produzione tv, comunicazione e organizzazione eventi, per lo più perché mi permette di avere più tempo per la famiglia e comunque di riuscire a conciliare la vita privata e quella professionale.

Suo padre, il grande Rocco Lerro, è stato l’antesignano per eccellenza degli stuntmen, un lavoro assolutamente rischioso: lei come affrontava questa continua tensione? Beh, c’erano due condizioni opposte per poterla affrontare, o crescere sviluppando timore, paura, oppure esaltarsi al punto da considerare il proprio padre quasi una sorta di supereroe. Io lo vedevo cadere da altezze incredibili, fare duelli o rocamboleschi inseguimenti, ma ero esaltata, forse per questo di tutte e tre le figlie ero quella che più agevolmente portava sul set, ero coraggiosa, quella che sapeva stargli meglio vicino.

E parliamo di una quantità di film incredibile, giusto? Sì, ce ne sono tantissimi, più di cento, ho potuto ricostruire un piccolo “inventario” ma non sono tutti quelli in cui mio padre ha lavorato: da Cleopatra a Medea, da Cassandra Crossing a Bastardi senza Gloria, da Altrimenti ci arrabbiamo a La Piovra 2, da Continuavano a chiamarlo Trinità a Il cittadino si ribella, Leviathan, i guerrieri del Bronx. E sono davvero un piccolo numero quelli citati.

Ma fra tutti questi set importanti, suo padre aveva un set preferito, un lavoro che si portava nel cuore? Sicuramente alcune “azioni” estreme, che troviamo in diversi film, alcuni diretti da Enzo Girolamo Castellari, al quale era molto legato, con cui ha lavorato, insieme a Franco Nero e Fabio Testi, per tutti i film d’azione degli anni ‘70/80. Ma la sua è una storia lunga. Ha fatto 10 film da attore e tutti gli altri come stuntman, anzi cascatore o acrobata come si diceva allora, prima che comparisse la terminologia americana. Dal 1961, anno in cui esordì con il primo film, Cleopatra con Liz Taylor e Richard Burton, al ’71 si sono succeduti una miriade di lavori. Mio padre era abile un po’ in tutto, non era specializzato in un settore, successivamente sarebbero arrivate le varie specializzazioni, sarebbero arrivati gli esperti negli inseguimenti, nelle cadute, nelle scene a  cavallo. Lui non aveva differenziazioni e per questo era anche molto preparato, incosciente, coraggioso e molto richiesto, anche da produzioni internazionali. Poi con i primi soldi guadagnati ha preso il brevetto di paracadutista a lanci ritardati, uno dei più ambiti, e poi diverse specializzazioni come quella per i duelli con armi bianche. Avrebbe continuato ancora se non si fosse ammalato nel ’92. Una cosa importante da precisare è che quando mio padre lavorava non esistevano i palloni gonfiabili o i materassini sui quali si buttano oggi gli stuntmen e la produzione non poteva pagare i soldi necessari al trasporto per farli arrivare dall’America, dove si usavano già da tempo. Quindi mio padre si lanciava su delle file di scatoloni che venivano uniti fra loro con corde, gli scatoli vuoti, accoglievano il corpo in caduta sprofondando uno sull’altro. Io stessa ricordo che lo aiutavo a sistemarli e a prepararli, questo per precisare in quali condizioni di rischio estremo si lavorava allora. Nel ’71 è poi divenuto coordinatore di scene acrobatiche e maestro d’armi ma non si tirava indietro e faceva ancora lo stuntman anche perché molte nuove leve si rifiutavano di fare le scene più pericolose.

Il consiglio che le dava più spesso suo padre? Beh, in verità più che un consiglio so che indirettamente da lui ho preso una dote importante, la voglia di vivere tutto con pienezza. Mio padre che andava sempre a mille, ecco perché ovviamente ha scelto questo mestiere, prima realizzava disegni per mobili di antiquariato, e veniva come me dal Liceo Artistico, ha sempre avuto sin da bambino, questa voglia di cimentarsi in imprese impossibili, faceva salti, si buttava nel Tevere. Ma non si è mai fatto male, era un salutista, non beveva e non fumava, amava vivere la vita al massimo, con adrenalina. Ed in questo, forse, io gli somiglio, nel voler vivere le emozioni appieno.

Di suo padre mi ha detto tanti pregi, ma un difetto? Diciamo che non era un marito e un padre “tradizionale”… poi è sempre difficile dare un giudizio di un genitore artista, evidenziare le discrasie fra vita professionale e vita familiare. Di sicuro, essendo bellissimo, era un gran seduttore, quando arrivava sui set aveva decine di donne che gli correvano dietro, era bello, brillante, coraggioso, fisicamente prestante. Si può dire che avesse più successo degli attori stessi. Ecco, le occasioni per lui erano all’ordine del giorno, e si buttava, ma ovviamente, non poteva conciliare questo con una vita familiare regolare, è ovvio.

Da spettatrice, da addetta ai lavori e non solo da figlia d’arte, cosa le piace del cinema di oggi e cosa proprio no? Io sono una grande amante del cinema, del cinema vero, sono cresciuta guardando gli attrezzisti che costruivano le scene: penso a Cleopatra, girato a Cinecittà, alla manualità dei tanti operai che hanno lavorato. Poi con l’arrivo della post produzione, dei computer, tutto è cambiato, è iniziata una nuova era ed io, devo confessarlo, ne ho sofferto. Porto sempre come esempio, come discrimine, il film il Gladiatore, che io amo, ma che rappresenta lo spartiacque fra le due fasi. Fino a Il nome della Rosa, C’era una volta in America o Gangs of New York, c’era manualità, le città erano ricostruite, tutto fatto con una metodologia artigianale. Il computer, gli effetti, mettono un po’ di tristezza, ma è iniziato un cinema diverso. Diverso da quello che io ho vissuto e che purtroppo tanti giovani non conosceranno mai. Penso anche ai ciak una volta di lavagna sui quali si scriveva col gessetto e poi si cancellava, adesso sono elettronici, bianchi in PVC e con un display. Il cinema per me è arte, artigianato, avendoci lavorato anche come arredatrice di interni, so cosa voglia dire e quanto significhi la manualità.

Il suo augurio al cinema italiano? Di ritrovare la propria identità, sono molto delusa perché in Italia c’è la voglia di fare magari film spesso pretestuosi o pseudo intellettuali ma senza sapere se si è davvero in grado. In passato ci siamo distinti per il neo-realismo, i film western o d’azione, era un cinema di livello e riconoscibile. Penso ai film di Sergio Leone o a quelli che oggi ispirano Tarantino come Bastardi Senza Gloria. Adesso, da 20 anni, nelle sale cinematografiche ci sono i cinepanettoni e ogni tanto qualche cometa, come i film di Castellitto, penso a Nessuno si salva da solo, quei film insomma in cui, uscendo dal cinema, mi dico “che bel film”. Fortunatamente da alcuni anni, esiste però una diversa forma di cinema che ha sostituito il film da sala quali fiction e/o serie tv, dove, a volte, riconosco un certo modo di fare cinema con talento e professionalità.

L’intervista con Stefania Lerro sembrerebbe chiusa qui e invece lei ha ancora voglia di raccontare

Mio padre è stato il primo ad aprire una scuola acrobatica a Roma. Ti racconto un aneddoto. Mio padre faceva la controfigura di Alain Delon nel film Zorro di Duccio Tessari. Io in quel periodo avevo 6 anni e mi trovavo a Madrid. C’era uno stuntman straniero che faceva da controfigura al cattivo del film e dopo un duello, Zorro riesce ad uccidere il cattivo ed il cattivo cade da una torre alta 24 metri. Ebbene lo stuntman straniero, salendo sulla torre, si rifiutò di fare il salto e mio padre si offrì di fare anche quella parte. Ma cadendo, era un giorno di vento, il corpo si spostò leggermente e lui cadde metà sui cartoni e metà fuori, facendosi male ad una spalla. Si rialzò, andò da Duccio Tessari e gli chiese se si era visto che il corpo veniva spostato dal vento. Tessari rispose di si e mio padre risalì sulla torre e rifece il lancio. Questo per farti capire quanto fosse professionale. Gli altri aneddoti da leggenda di Rocco Lerro arrivano da alcuni articoli che contengono le sue dichiarazioni in cui, con grande vivacità, racconta di aver seguito Franco Nero per 15 anni e di avergli organizzato tanti inseguimenti. Oppure quando rivela di aver sostituito Kirk Douglas nel film “Un uomo da rispettare” e descrive le sue scazzottate con Giuliano Gemma. Tutto il resto è leggenda.

Saluto Stefania Lerro ringraziandola per la grande opportunità che mi ha dato. E ripenso a quando, qualche mese fa sono stata al cinema a vedere Exodus, Dei e re. Una persona a me cara mi ha invitato il giorno seguente a vedere i Dieci Comandamenti con Charlton Eston, come a notare le differenze. Un paragone che non potevo comprendere prima di questa intervista. Quello che ho rivisto in videocassetta era il cinema di Rocco Lerro, quello amato da Stefania Lerro, il cinema di chi costruiva, delle comparse vere, delle galee e dei carri spinti da mani e non con un comodo, seppur valido, meccanico e quasi robotico pulsante.

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