maggio 21, 2015 | by Emilia Filocamo
Si è sempre registi dei film che si fanno, non di quelli che si vorrebbero fare”. A tu per tu con Volfango De Biasi, regista di Colpi di Fortuna, Un Natale stupefacente, Come tu mi vuoi e del prossimo film con Lillo e Greg, Natale a Gomorra: Pallottole e Champagne

Credo, ma potrei anche tranquillamente sbagliarmi, che esistano due tipi di interviste. Entrambe belle nel loro proporsi e poi dipanarsi. Quelle in cui tutto arriva subito, in cui tutto è “svelato” e facilmente acquisibile ed in cui le domande sono come un solletico che fa sbocciare immediatamente la risata. E poi ci sono quelle interviste in cui il “solletico” non basta, in cui le domande sono solo le lenti di un binocolo che permette di arrivare a rintracciare qualcosa in lontananza ed in anticipo, prima che quel qualcosa decida di avvicinarsi e conquistare. L’intervista al noto regista Volfango De Biasi appartiene al secondo gruppo: entrambe le tipologie rientrano sicuramente  nell’ambito della “scoperta” di qualcosa, di un mondo che affascina, coinvolge, ma è come se nel primo caso ci fosse un nudo e nel secondo caso, invece, un abito che lascia, attraverso sapienti trasparenze, arrivare a quella nudità con maggiore difficoltà e dunque attrazione.  Volfango De Biasi è il suo modo di raccontarsi in maniera discreta e poco a poco più svelata, è il suo sogno cominciato a 10 anni, è il sorriso che avverto quando gli chiedo se sia figlio d’arte e quel sorriso, impacciato, forse, garbato ed invisibile perché nascosto dall’altra parte del telefono, è un modo per dire che il sogno era tutto suo e che quando si crede davvero in qualcosa, allora bisogna difenderlo  a qualsiasi costo. E mi è sembrato quasi di vederlo illuminarsi nel momento in cui mi ha parlato del suo film Come tu mi vuoi e dell’emozione che si prova a sapere che la propria “creatura” è al cinema. Emozioni che sono arrivate poco alla volta, senza fretta, come alzando un velo.

Signor De Biasi, lei è un regista molto apprezzato dai giovani, ma c’è una storia legata ai giovani che le piacerebbe raccontare e che non ha ancora raccontato? Beh, francamente non so se sono un regista apprezzato dai giovani, sicuramente ho fatto dei film che vanno nella direzione del satirico e del sociale, con un contenuto intelligente che credo abbracci tutti, che possa dunque intendersi popolare. Sicuramente per ogni storia raccontata o realizzata ce ne sono altre 5 ancora nel cassetto, anche di tipo più sperimentale o politico. E poi si sa, si è registi dei film che si fanno, non di quelli che non si fanno o che si vorrebbero fare.

Adesso a cosa sta lavorando? Proprio ieri è uscita un’Ansa: faremo Natale a Gomorra: Pallottole e Champagne, con Lillo e Greg.

Che tipo di spettatore è Volfango De Biasi? Cosa le piace guardare e cosa proprio non sopporta?   Sono onnivoro, vengo da una gioventù cinefila. Sicuramente seguo molto la commedia per motivi professionali, ma spazio tranquillamente da David Lynch a Billy Wilder. Non mi piacciono e non guardo i film brutti o pretestuosi, o quelli pseudo intellettuali o il trash; mi piacciono le idee nuove ed intelligenti, ma non disdegno i film in bianco e nero o quelli introvabili.

Il suo rapporto con i documentari. Come nasce questo tipo di passione? Ne ho fatti 3, Matti per il calcio, Hermanos De Italia, Solo amore: il primo è di ambientazione psichiatrica, uno è sulla politica italiana all’estero, l’altro sull’amore analizzato sotto vari aspetti. Il documentario è pur sempre uno sguardo sul sociale, ma costa poco ed è forse lo spazio giusto per raccontare storie emozionanti stando ad osservarle come se si fosse un occhio esterno. E poi si raccontano cose che altrove non si possono dire, i film commerciali hanno regole, paletti chiari, e poi non è sempre facile fare un prodotto che funzioni.

C’è un lavoro o un momento sul set a cui è più legato? Sicuramente “Come tu mi vuoi” ha sorpreso anche me ed è un lavoro al quale sono molto legato perché, nel momento in cui vedi il tuo film al cinema, ti rendi conto di essere diventato un regista, di aver raggiunto il tuo obiettivo. Ma darò forse una risposta banale: il film che mi emoziona devo ancora farlo. In fondo in questo mestiere si è sempre alla ricerca, specie ora, bisogna tentare di sopravvivere alla pirateria e alla multi offerta di prodotti variegati. Bisogna capire cosa interessi davvero al pubblico, dare cose nuove, non già viste, è non è semplice perché spesso la varietà delle offerte disorienta.

Il nostro magazine è legato al Ravello Festival, qual è il suo rapporto con la musica? Direi che è di bulimica e meravigliosa ignoranza, nel senso che non conosco tutto alla perfezione ma nei miei film  la musica ha una grande importanza. Cinema e musica vanno di pari passo e anche in questo campo sono onnivoro: essendo un ragazzo del ’72, ho delle preferenze musicali ma nel lavoro cerco di creare delle fusioni, mi piace essere sempre un passo avanti. Per il resto sono onnivoro, passo dalla musica classica a quella moderna.

Un suo pregio ed un suo difetto? Non dovrei dirli io i miei pregi: sicuramente sono serio, cerco di essere professionale anche se spesso in questo lavoro non si è nella condizione di farlo. Forse il mio pregio è anche il mio difetto, questa mia precisione. A volte mi è stato detto di essere troppo severo.

Se potesse tornare indietro, c’è qualcosa che vorrebbe dire a qualcuno e che non ha fatto in tempo a dire? Penso che in generale non mi sono mai trovato nelle ambasce per non aver detto qualcosa a qualcuno, tranne ovviamente parlando di morte. Non ho rimpianti, sono una persona che guarda sempre avanti. Forse, ecco, questo è il mio difetto, quando ho qualcosa che mi uggia, tendo ad esternarla subito, all’istante. Cerco di vivere nella realtà e credo che sia necessario essere sinceri, ma spesso questa sincerità in me non è stata accompagnata dalla giusta dose di diplomazia, specialmente in passato. Adesso, crescendo, forse ho acquisito una maggiore capacità di mediazione e di diplomazia, ma resto dell’avviso che sia meglio non avere rimpianti.  

Forse, con qualche minuto in più, questa intervista si sarebbe completamente “svestita”, scoperta. Ma il “tempo” è una condizione che influenza tante cose. E tuttavia parlare con Volfango De Biasi di cinema e di fare cinema non è stato come guardare attraverso una serratura un  gioco sottile di trasparenze: è stato piuttosto spalancare una porta e trovarsi davanti a ciò che prima avrei potuto solo spiare.

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