luglio 12, 2014 | by redazione
«Siate autoironici, siate semplici». La doppia lezione “fusion” di Chick Corea e Stanley Clarke

di Francesco Prisco*

«Fai piano, perché questa musica alla lunga estenua. Troppo ricca, sovrabbondante, iperbolica. Ti toglie il sonno e ti porta la tendinite. E poi non è bravo chi sa fare le scale a 200 all’ora, ma chi suona tre note e ti commuove». Sono parole di Stefano Califano, maestro di basso di riferimento per la generazione che, nei primi anni Novanta, nell’hinterland a sud di Napoli si affacciava alla fusion.
Ci provai pure io (senza grandi risultati) e, come me, tanti che da allora sono cambiati e adesso suonano/ascoltano roba molto diversa, sconfitti da un genere “perfetto” e, per questo, irraggiungibile. Nel mio caso, il “guaio” lo fece Stanley Clarke: avrei voluto suonare come lui in «School Days», ma alla fine quegli spartiti li tiravo puntualmente contro il muro. Giovedì scorso, all’Auditorium Niemeyer di Ravello, me lo sono trovato per la prima di fronte in tutto il suo metro e novanta. È stato molto diverso da come, per tanti anni, me lo sarei immaginato: non aveva con sé il fidato Alembic, ma contrabbasso e archetto, come nei momenti più intimi dei suoi album solisti. E il centro della scena non lo occupava lui: era di Chick Corea con il suo piano a coda, l’uomo che all’inizio degli anni Settanta lo reclutò, poco più che ventenne, nell’avventura dei Return to Forever. Ossia quella “cosa” che la fusion l’ha inventata. «Stasera suoneremo la musica da camera dei Return to Forever», ha detto Chick al pubblico ravellese. E non aveva torto: brani imprescindibili del repertorio della superband come “Sometime ago – La Fiesta” e “After the Cosmic Ray”, riletti in acustico pianoforte-contrabbasso, hanno assunto un’aura di minimalismo classico. E poi il commovente omaggio a Bill Evans, maestro di entrambi, con una sognante versione di “Waltz for Debbie”, Corea che saluta il compianto papà e fa ballare gli spalti su “Armando’s Rhumba”, Clarke che offre alla moglie cilena il fiore de “La Cancion de Sofia”. Un’ora e mezza di concerto e due lezioni buone per chiunque voglia accostarsi alla fusion da parte di chi l’ha inventata. La prima: guai a prendersi troppo sul serio, perché il jazz nasce come musica da ballo e pure le sue evoluzioni più ambiziose hanno il dovere di non lasciare mai fuori dalla porta del teatro l’autoironia. La seconda: questo qui è un genere complesso, ma il suo sublime punto d’arrivo resta la semplicità. Che poi è la stessa cosa che provava a spiegarmi il mio maestro, ma all’epoca ero troppo poco autoironico per capirlo.

*Giornalista e critico musicale del Sole 24 Ore

Il bis del concerto nel quale Chich Corea “dirige” il pubblico del Ravello Festival 

 

 

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