aprile 26, 2015 | by Emilia Filocamo
“Sognavo di far ridere la gente sin da bambino” in esclusiva a Ravello Magazine Beppe Braida racconta il suo mondo di sorrisi

Ridere è un dono, saper ridere di sé, ironizzare sugli aspetti della vita, è un talento. Ma saper far ridere, abusando forse del cliché solito che vuole la risata più restia al parto rispetto alla lacrima, è un carisma, qualcosa che plana su un destino, su una personalità ed una vita segnandoli per sempre. Saper far ridere è un regalo cucito nelle intercapedini di un’anima, nei tessuti di un’esistenza, è una “luccicanza” insolita e benedetta, speciale che, e credo appositamente, non è omogeneamente distribuita. Come se vi fossero, per destino, per inclinazione e scelta, persone preposte a farlo e a rendere migliore la vita, appunto con una risata. Quando raggiungo al telefono il comico e conduttore Beppe Braida, ho prova di questa introduzione in maniera tangibile. Il sorriso, più che la risata, è una costante dell’intervista, un colore di fondo, come una striscia fatta con un evidenziatore invisibile e percorre le risposte, tutte, dalla prima all’ultima. E comprendo che saper far ridere è innanzitutto saper entrare nel cuore della gente e questo non lo si raggiunge  con un “ariete” di forzature, sovrastrutture, volgarità che facciano facile presa, ma con la semplicità e l’umiltà che hanno i grandi, quegli artisti che ti aprono il cuore senza troppe discussioni e senza ma, coinvolgendoti ed abbracciandoti con la loro anima speciale.

Signor Braida, perché fare il comico? Perché si sceglie di voler far ridere gli altri? Ho sempre voluto fare questo mestiere, con grande soddisfazione dei miei genitori che mi immaginavano impiegato di banca, con la riga a lato, la cravatta, sposato e con figli! Ma io ero già deviato da bambino, alle elementari sognavo di fare questo; non essendoci una scuola specifica che ti insegna a fare il comico, mi sono formato guardando i grandi del passato, da Totò a Walter Chiari, a Sordi. Poi ci sono stati i primi concorsi, le esperienze e alla fine dopo 20 anni ho raggiunto e realizzato il mio sogno.

Scomodando Pirandello, il grande scrittore siciliano diceva che la comicità è l’avvertimento del contrario, l’umorismo il sentimento del contrario, quindi essere umoristi include anche una certa compartecipazione alle miserie umane. In questo senso lei si sente più comico o più umorista? Mi sento un umorista comico, sono varie facce della medaglia anche perché la comicità va vista a 360 gradi ed ha una molteplicità di aspetti e situazioni, e non è dunque soltanto la battuta. Io mi definisco un umorista comico perché credo di comprendere entrambi gli aspetti.

Le piace della comicità che vede in giro? È difficile rispondere, la comicità è un po’ come la canzone, ci sono quelle che mi piacciono di più e quelle che, ascoltandole, mi piacciono meno. Ma chiaramente si rimane sempre in un ambito soggettivo.

E declinando invece la comicità al femminile, c’è qualche collega per cui ha particolare ammirazione?  Declinarla al femminile non è semplice anche perché per diverso tempo la comicità è rimasta appannaggio esclusivo del mondo maschile. Una grande figura comica femminile è Franca Valeri, ma andando ai nostri giorni Luciana Littizzetto e Geppi Cucciari hanno la mia stima.

I suoi prossimi progetti? Cosa la aspetta adesso? Adesso ho un nuovo progetto tv, abbiamo infatti registrato un programma comico, ma non del genere di Zelig o Colorado, lo abbiamo registrato i primi di aprile e aspetto la fine del montaggio perché poi si sappia quando parte. Non ti dico dove andrà in onda per scaramanzia. E poi ricomincerà il tour estivo in tutta Italia: non ho mai dimenticato il contatto con la gente, con le piazze, è una cosa che adoro, che mi fa stare bene, alla fine è il pubblico che ti dà da mangiare.

Cosa fa ridere Beppe Braida e cosa invece no? Non mi fa ridere la comicità demenziale, mentre mi piace molto un artista che era uno dei miei comici a Zelig, Checco Zalone e sono felice che abbia fatto tanta strada ed ottenuto tanto successo. Per il resto rido di un po’ di tutto, tengo a precisare che non sono il tipo di comico malinconico, a volte si dice che i comici tendano ad essere nella  realtà terribilmente malinconici. Ecco, non è il mio caso.

Gli hobby di Beppe Braida? Amo molto viaggiare, se il governo mi lascia dei soldi in tasca, con quello che mi avanza, scelgo di viaggiare. Per il resto mi piace fare sport, quel tanto che mi garantisca di essere il sex symbol che sono e di essere secondo in classifica dopo Raoul Bova.

Un suo pregio ed un suo difetto? Il mio pregio è la mia grande ironia: senza ironia si rischia di essere e diventare persone noiose. Il mio difetto è che spesso sono troppo diretto.

Se Beppe Braida potesse tornare indietro e dire qualcosa a qualcuno a cui non ha fatto in tempo a parlare per vari motivi, chi sarebbe e perché? Sai, non mi è ancora capitata questa circostanza, nel senso che non ho rimpianti in tale direzione, sono una persona che cerca sempre di esprimere tutto, di essere diretta, dico quello che penso subito ed in questo ambiente non è un pregio. Ho la stessa diplomazia di un attaccapanni!

L’intervista con Beppe Braida si chiude qui, con una breve toccata e fuga su Ravello, sul Ravello Festival, sulle preferenze personali dimidiate dall’eterno dilemma, meglio il mare o i monti, il freddo o l’estate cocente. C’era un’ultima domanda che avevo annotato a penna sul mio fedele block notes e che volevo rivolgere a Braida,  ed era sapere se non fosse riuscito a fare il comico, chi sarebbe diventato. Ma credo di aver cancellato il numero che preannunciava quella domanda, seguito da una corposa parentesi tonda, praticamente già alle prime battute. Se si possiede un dono, c’è qualcosa che intorno, in un modo o nell’altro, si impegna perché quel dono diventi destino.

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