settembre 6, 2014 | by Emilia Filocamo
«Sono diventato attore per caso». Il cinema attraverso lo sguardo del talentuoso Ivano Marescotti

La prima volta che io ed Ivano Marescotti, il grande attore Ivano Marescotti, entriamo in contatto, abbiamo come sede d’incontro virtuale proprio  il Ravello Festival nel senso che, alla mia richiesta di poter con immenso piacere ed ammirazione fargli un’intervista per Ravello Magazine, magazine  legato al Ravello Festival, appunto, Marescotti risponde notando giustamente di non essere mai intervenuto al Ravello Festival, nemmeno in passato. Gli spiego che il magazine attraversa il mondo della cultura e dello spettacolo tout court, e che non è solo focalizzato sugli eventi in calendario. Un suo si mi riempie di gioia.  Alle dieci del mattino, e mi piace sottolineare l’orario per dimostrare ed essere testimonianza diretta della disponibilità del grande attore, dicevo appunto alle dieci di un fresco martedì di inizio settembre, lo raggiungo telefonicamente. Tutto quello che annoto e che imparo nel giro di una mezzora fa rima con teatro e grande cinema, con riconoscimenti, con casualità e fortuna, con perseveranza e talento .

Lei è un è attore di teatro, cinema, fiction di successo: come si armonizzano queste tre componenti ed in quale contesto si sente più a suo agio? «Sicuramente il cinema è il mio “habitat” naturale, è il posto in cui mi sento a mio agio per varie ragioni. Il lavoro è lo stesso ma, vede, al cinema c’è una sperimentazione delle scene che si risolve sostanzialmente all’ultimo ciak. Per quanto riguarda il teatro, ho ormai smesso di fare tournée di durata eccessiva, adesso sono in giro con un monologo, la Fondazione, diretto da Valerio Binasco, ma si tratta di un lavoro diverso. Ad essere sincero, credo di aver sperimentato sufficientemente il teatro e di aver in fondo esaurito le mie possibilità, anzi le possibilità dei personaggi che ho interpretato. Certo, mi si potrebbe obiettare che, al momento sono appunto impegnato in una tournée teatrale, ma, come anticipavo, si tratta di un monologo in cui tutto cambia, il personaggio che interpreto, infatti,  si rinnova tute le sere. Non c’è ripetizione, ma rinnovamento: lo schema è sempre lo stesso, ma  il personaggio subisce delle variazioni a livello umorale, caratteriale che sono fondamentali e che rendono questo lavoro sperimentale. Diciamo che si potrebbe continuare con questo lavoro all’infinito. Quando, invece, si interpretano lavori  teatrali che vanno avanti magari con un cartellone che conta fino a 150 repliche, è inevitabile avvertire la stanchezza degli interpreti. Al cinema è diverso, il ciak è una sorta di “deus ex machina”, un po’ come nella vita, così su un set si ripetono è vero delle scene, ma poi non si sa effettivamente cosa il montaggio finale eliminerà. Così come nella vita subentra il cambiamento. Quindi nel cinema c’è ricerca, c’è sperimentazione».

Come è nata la sua passione per la recitazione? Ci racconta brevemente i suoi esordi? «In maniera del tutto casuale, io ho cominciato questo mestiere a 35 anni forse perché sostanzialmente ero stanco di essere un impiegato comunale a Ravenna, forse ero sotto sotto insoddisfatto del mio lavoro. Tutto è nato così, quasi per gioco, perché mi sono trovato a sostituire un attore in un lavoro per ragazzi, ma non c’era nessuna vocazione magari che covava sotto la cenere. Certo il talento doveva esserci, perché quello, anche se fai altro, prima o poi viene fuori, non lo puoi nascondere».

Secondo lei, da addetto ai lavori, il teatro diventa uno step necessario per un attore che vuole dirsi tale? Fornisce insomma qualcosa in più ad un attore? «Assolutamente. Io farei in modo che già alle scuole elementari fosse introdotta fra le altre materie anche teatro, e per teatro intendo non quelle cose scimmiottate che si vedono in giro, quella finta teatralità, intendo insegnare a leggere i testi, a conoscere gli autori, le opere, insegnare anche la dizione. Bisognerebbe inserire una materia specifica per educare anche le nuove generazioni al teatro».

C’è stato un incontro che, professionalmente, le ha cambiato la vita? «Di sicuro quello con le due persone che mi hanno convinto ad insistere con il mestiere di attore. Dopo aver sostituito come dicevo quasi per gioco quell’attore, sono state queste due persone a spronarmi, a spingermi a continuare, magari con il senno di poi non l’avrei mai più fatto. Se pensiamo ad esempio alla situazione attuale, chi vuole che lascerebbe, ad esempio, un posto sicuro in banca, magari a 40 anni, per improvvisarsi attore e tentare una strada mai battuta? Certo, ho avuto coraggio, è stato come tuffarsi in mare con la consapevolezza di non saper nuotare. Le traduco un proverbio romagnolo che, non a caso, a proposito di questo mestiere dice che servono “Occhio, stomaco e fortuna”. L’ultima cosa, secondo me, è la più importante fra tutte, senza fortuna non si va da nessuna parte, ma la fortuna bisogna andare a cercarsela, non si può aspettare che ci bussi a casa, ed in questo ecco, subentrano il coraggio, l’intraprendenza».

Il giorno più bello per lei sul set o a teatro? Insomma il giorno che ricorda con più soddisfazione? «Di giorni belli sul set e a teatro ce ne sono stati tantissimi. E di soddisfazioni anche. Proprio sabato scorso, sabato 30 agosto, a Sirolo ho ricevuto il premio Franco Enriques, un premio dato proprio al monologo che sto portando in giro in questi giorni. Di riconoscimenti ne ho avuti tanti, dalle nomination al nastro d’argento, alle targhe e così via, ma un premio come quello Franco Enriques, dove sono stato fra l’altro premiato con tanti validi colleghi, è il vero primo premio teatrale che ricevo a livello nazionale. Diciamo che sono stato sdoganato al teatro dopo 35 anni che faccio questo mestiere! Ride.  Ma anche al cinema ho avuto grandissime soddisfazioni,  anche a livello internazionale, ho lavorato con attori e registi americani di grande calibro e da cui ho avuto ottima considerazione e grande consenso».

Può soddisfare una mia piccola curiosità? Come è strutturata la giornata-tipo di un attore famoso come lei? Mi immagino un perenne andirivieni dai set, una full immersion fra i copioni. E’ proprio così? «Beh,  le dico molto semplicemente come è una mia giornata tipo, adesso sto girando una fiction a Roma e dunque c ‘è una macchina che viene a prendermi e mi porta sul set, io vivo a Bologna, il set è a Roma, quindi rientro una volta che ho girato le scene che mi riguardano: talvolta è una sola, talvolta sono di più. Se non c’è nessun set, allora sono impegnato nella preparazione di spettacoli a teatro, ma non solo di tournée, anche di recital, di serate e poi gestisco una società che si occupa proprio dell’allestimento di spettacoli soprattutto qui, in Emilia, ma anche altrove in tutta Italia».

Quali sono secondo lei i pregi e i difetti del cinema italiano? «Diciamo che la stagione dei pregi è passata, penso ad esempio al periodo durato fino agli anni ’60 in cui eravamo in cima al mondo davvero con attori e registi di primo ordine. Fortunatamente ancora oggi teniamo testa, guardiamo a Venezia ai grandi attori, soprattutto ai giovani, penso ad Elio Germano, un talento straordinario. Il difetto del nostro cinema è sicuramente il provincialismo, il fatto che si facciano pochissimi film all’anno, rispetto alla quantità ad esempio degli anni ’50, adesso se ne fanno una quindicina, se tutto va bene, e per lo più sono commediole. Anche io ho fatto delle commedie,  la collaborazione con Checco Zalone è stata un’esperienza bellissima, perché Zalone è un esempio dopo Sordi, un talento che va oltre ed approfondisce le tematiche in maniera personale».

A proposito, lavorerete ancora insieme lei e Checco Zalone? «Adesso stanno girando il suo nuovo film, probabilmente ci sarà una mia partecipazione perché sono stato contattato».

Mi ha già parlato della sua tournée teatrale con questo monologo, altri progetti in cantiere? «Ho girato Che Dio ci aiuti con Elena Sofia Ricci, fiction di grande successo le cui prime puntate andranno già in onda a fine mese, a fine settembre, 12 puntate che accompagneranno lo spettatore fino a Natale. Poi porterò il mio monologo anche al Teatro Vittoria di Roma e poi continuerò con il cartellone degli eventi del teatro di Conselice, vicino Ravenna, il teatro di cui mi occupo e che gestisco. Apriremo a novembre con la nuova stagione e intanto terrò anche seminari di teatro e di recitazione. Insomma, non mi fermo mai».

A chi vuole dire grazie oggi? «Dico grazie a mia moglie Ifigenia Faye Kanarà, lei è greca, che lavora con me e che mi sostiene ed è indispensabile. Dico grazie al mio amico e collaboratore Giuseppe Mariani della Cronopios: loro due sono le stampelle a cui mi reggo e che mi sostengono in tutto. E poi dico grazie a tutte le persone che mi hanno sostenuto nel passare degli anni e che ancora occupano un posto speciale fra i miei affetti».

Cosa augura al cinema italiano? «Beh, adesso sicuramente di farsi valere e di vincere a Venezia, perché tutti i riflettori adesso sono su Venezia, gli occhi del mondo sono puntati là.  Purtroppo dobbiamo constatare che in Europa siamo battuti da Inghilterra e Francia, la commedia francese sta ottenendo grandi successi e consensi ed è un peccato che proprio noi che negli anni ’50 eravamo conosciuti in tutto il mondo  per la commedia, dobbiamo magari importare o copiare la commedia francese. Arranchiamo, questa è la verità, nonostante i Nanni Moretti e i grandi registi, ma se penso a Sorrentino e alle nuove leve, allora sono ottimista, perché qualche segnale positivo comincia ad intravedersi all’orizzonte». 

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