giugno 9, 2015 | by Emilia Filocamo
“Sono grata al Ravello Festival perché celebra la bellezza della musica e dell’arte, ricordando il ruolo necessario ed insostituibile degli artisti”. Da New York Anita Hollander, la regina del musical Still Standing

Questa era un’intervista in inglese, le cui domande sono nate in inglese e le cui risposte sono state in inglese, e trattandosi di un’artista, di una grande artista americana, Anita Hollander, per la quale, come attrice, compositrice, ballerina e cantante, i lavori che l’hanno vista protagonista, così come le definizioni non bastano mai, era ovviamente scontato. Ciò che non era scontato, invece, è stato il mio modo di recepirle. Sono stata letteralmente investita da un flusso di tale bellezza ed incanto che, ad un certo punto, non ho più avvertito la barriera naturale delle due lingue, le differenze di espressione, di locuzioni e perifrasi che potevano magari allontanarci per un istante o farmi inciampare in mille difficoltà. No, non è accaduto. Mi sembrava di avere davanti Anita, bella, coraggiosa, un cigno con una sola ala, capace di volare anche più in alto di quelli che di ali ne hanno due: mi è sembrato che parlassimo la stessa lingua, che ogni sua affermazione fosse così speciale ed unica da non necessitare di nessuna traduzione, perché era comprensibile, subito. Lapidaria. Poi ho capito. È accaduta una cosa unica in questa intervista: non ho usato la mente, se non per pochi istanti. Ho ascoltato, sembra assurdo, con il cuore e con l’anima. E queste due parti, non solo di me, ma di ciascuno di noi, non conoscono differenze, disabilità, ostacoli. Ma  intendono tutto. Subito.   

Signora Hollander, la sua vita e la sua carriera sono la prova che la passione ed il talento sono ben più potenti di qualsiasi ostacolo o problema. Ma cosa esattamente le ha dato la forza per essere “ancora in piedi” come il suo musical recita? Io definisco “Still Standing” un musical di sopravvivenza per tutte le catastrofi della vita perché ognuna delle quindici canzoni originali che lo compongono, costituiscono un diverso strumento di sopravvivenza. E sono stati questi strumenti a darmi la forza di perseverare nonostante il cancro che mi ha colpita, la gravidanza affrontata senza una gamba e tutto quello che nella vita ho affrontato. Ci sono tanti di quegli strumenti che ho scoperto ed individuato sin da quando ho scritto lo show, ma fra tutti questi, i due più importanti secondo me, sono il senso dell’humor e una guida interiore che non ti permette mai di lasciarti andare. Gli altri strumenti del mio kit di sopravvivenza sono stati il guardare avanti, l’atteggiamento positivo, il dono del mio talento, una grande famiglia e la gioia di essere ancora in vita e capace di cantare, danzare, recitare, suonare il piano, comporre e insegnare ai miei allievi.

Ma qual era il suo sogno da bambina? Il mio unico sogno era di far parte di uno show di Broadway. L’ho sognato ed espresso ogni volta che soffiavo sulle candele della mia torta di compleanno, ogni volta che vedevo una coccinella, che raccoglievo una ciglia. In verità lo sogno tuttora e anno dopo anno ci sono più vicina. La cosa più straordinaria è che quello a cui giocavo quando ero bambina, sono cresciuta in Ohio ma sognavo New York, è esattamente il modo in cui la mia vita è diventata da adulta. La mia infanzia è stata la risorsa, anzi l’anticipazione di ciò che sarebbe stata la mia vita futura.

La musica occupa una parte importantissima della sua vita, ma quando lei si guarda allo specchio cosa vede: un’attrice, una cantante o uno splendido mix di tutte e due le cose? Ed in quale ruolo si sente perfettamente a suo agio? Sa, mio padre fu nel coro della sinagoga fino all’età di 48 anni, quando morì. Le mie sorelle ed io cantavamo ancora prima di parlare, una cosa che mia sorella faceva altrettanto bene. La mia passione era di diventare un’attrice, ma cantare è sempre stato una parte di questo sogno. Nei ruoli in cui non devo cantare, ci sono comunque una musica ed un ritmo che io rendo nel recitare e in tutti quelli in cui canto, sono un’attrice che vuole esprimere delle emozioni precise, dei messaggi. C’è musica nelle parole e ci sono le parole nella musica. Qualche volta io compongo la musica e anche le parole. Quindi, quando mi guardo allo specchio, vedo un’artista.

La prima volta che si è detta “Anita, ce l’hai fatta, questa è la tua vita, questo è il tuo destino!” All’età di 8 anni, quando ho ottenuto il mio primo ruolo importante, quando ho sostituito Gretl in The Sound of Music, in un teatro estivo professionale e locale. La piccola attrice che aveva la parte fu così gentile a prendersi il morbillo! Io avevo sognato di avere quell’occasione sin da quando avevo 4 anni e quel momento mi confermò che il mio istinto aveva ragione.

Cosa è cambiato secondo lei nel modo di fare tv e cinema negli ultimi anni e cosa non le piace affatto di ciò che vede? La tv, il cinema e il teatro, non ammettono molti disabili, nonostante ci sia una grande quantità di ruoli di disabili nelle commedie, nelle serie televisive e nelle sceneggiature. La pratica di utilizzare attori non disabili per ruoli di disabili è incredibile e molti di questi ricevono anche dei premi per tali interpretazioni. Io lavoro con grandi nomi nell’industria dell’intrattenimento proprio per favorire la presenza di maggiori persone disabili e di talento in tutti i ruoli sia a livello di cinema che di tv. I nostri sforzi stanno già apportando dei piccoli e lenti cambiamenti in tal senso ed abbattendo alcune inutili barriere.

A chi ha dedicato il suo primo lavoro? A mia madre, perché è stata lei ad accompagnarmi alla mia prima audizione e a benedirmi con un grandissimo insegnamento e cioè che sia che prendessi sia che non prendessi il ruolo, sarebbe stata comunque un’esperienza eccezionale. Così quando mia figlia ha cominciato a presentarsi alle audizioni io le ho detto “fino a quando ti divertirai, allora devi continuare, ma quando non ti divertirai più, allora devi abbandonare”. Così come mia madre non è stata una “mamma da palco”, così non lo sono io. Ma come mia madre, incoraggio e supporto mia figlia.

Lei è una donna incredibilmente forte e coraggiosa, ma ha mai dei rimpianti? C’è qualcosa che cambierebbe se tornasse indietro o lascerebbe tutto allo stesso modo? A volte mi chiedo se non sarebbe stato preferibile perfezionarsi in una sola disciplina e per più tempo. Ma poi non avrei potuto lavorare a teatro, nei cabaret, nella danza classica, nei concerti, nella danza, nella musica spirituale, in tv, al cinema, non avrei potuto comporre, arrangiare, dirigere, produrre, fare coreografia, insegnare, viaggiare, disegnare, imparare lingue straniere e tante altre cose incredibili che ho fatto nella mia vita. No, assolutamente! Non ho rimpianti.

Il suo consiglio a quanti, in questo preciso momento, stanno vivendo un periodo difficile o di grande dolore: qual è il modo giusto per non scoraggiarsi e per andare avanti? Gli strumenti di cui parlavo all’inizio sono sempre dentro di noi, solo bisogna prendere un grosso respiro e buttare fuori tutto. Dentro ognuno di noi ci sono talenti meravigliosi come l’immaginazione, la passione, la forza, il desiderio, l’amore, e tanto altro da tirare fuori quando abbiamo davvero toccato il fondo. Sono come delle funi alle quali aggrapparci per uscire dai momenti brutti. Perfino la paura e la rabbia possono essere carburante nei momenti difficili. Con un po’ di pazienza e determinazione possiamo muoverci attraverso il dolore e uscire dal lato opposto, anche se non abbiamo fiducia e siamo scoraggiati. Il dolore è una parte corposa della mia vita e le strategie per conviverci sono diventate una specie di hobby per me! Spesso le mie opere migliori sono venute proprio nel momento in cui stavo combattendo contro il dolore. È il dono che spesso ci offre un grande dolore, quello di creare arte.

I suoi prossimi progetti? Questa estate danzerò con l’Heidi Latsky Dance in un progetto davvero insolito sulla Highline di New York, con dei binari del treno elevati e trasformati in arte e giardini. Sono così eccitata per questo! E poi scriverò il mio nuovo musical, che mi ha impegnata molto. Non vedo l’ora di terminarlo!

Sarei onorata se facesse una dedica al Ravello Festival. Io sono felice che esistano Festival come quello di Ravello che celebrano la bellezza della musica e dell’arte. Dovremmo notare quanto siano importanti e vitali per la nostra esistenza. L’umanità trova nell’arte speranza e conforto e per questo dovremmo essere grati a chi la crea e a chi la promuove.

Questa volta davvero non voglio altre parole per chiudere l’intervista se non due brevi, semplici e dovute. Grazie Anita.

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