aprile 13, 2015 | by Emilia Filocamo
“Sono una persona precisa e un po’ all’antica” a Ravello Magazine Fabrizio Bucci il bel tenebroso Filippo nella fiction Le Tre Rose di Eva

A volte le interviste si aprono con un mood, un’atmosfera precisa, inequivocabile: è un po’ come un sapore, una miscellanea di ingredienti che di primo acchito restano non del tutto definiti ma che poi, nell’insieme, contribuiscono a garantire aroma e consistenza che non sono di altri contesti. In questo caso, nel caso dell’intervista al bellissimo Fabrizio Bucci, protagonista di Le Tre Rose di Eva nel ruolo di Filippo, l’atmosfera, fin dalle prime battute, forse anche solleticata da alcune sue frasi, è quella di un artista dal fascino particolare, quasi misterioso. Lui si definisce retrò, un po’ all’antica, una dote, non artificiosa ma innata, una allure quasi vintage, che tendono  ad armonizzarlo con il personaggio che interpreta. Saranno sguardo, movenze, modi, eppure sono sincera nell’ammettere che Fabrizio Bucci ha qualcosa che percuote non solo lo sguardo, sarebbe troppo riduttivo e scontato, ma che attira nella sua complessità, nella sua indefinita compiutezza, per quanto paradossale e contrastante potrebbe sembrare questa definizione. Poi si scoprono i suoi sogni, perché un’intervista è un po’ come un cane da tartufo, infila il naso a fondo, per quello che è possibile, e scova tesori, qualche fragilità, ma giusto en passant, sacrifici, speranze, caparbietà mai scevra da umiltà. Poi si scoprono i primi passi a teatro, l’amore per la macchina da presa, l’affiatamento con i colleghi di avventura e le risposte cominciano a sgocciolare da una  sorgente generosa, da una “ferita buona” che è quella che fa superare il primo istante di ogni intervista, che definirei di acclimatamento, e che permettono di entrare agevolmente nel mondo a cui appartiene.

Fabrizio, puoi raccontare ai lettori di Ravello Magazine il tuo personaggio ne Le Tre Rose di Eva? E cosa ti piace di lui? Filippo è un personaggio dal passato non chiarissimo, ma nebuloso, è un po’ un uomo in cerca di redenzione. Nella terza serie sarò quello a cui fare riferimento in caso di aiuto, diciamo che è un personaggio di cui fidarsi. Mi piace perché è diverso da tutti quelli che ho interpretato fino ad ora, è una sorta di giustiziere sui generis, non è né buono né cattivo, è passato dal male al bene ed ha una sua morale, assolutamente coerente a se stessa. Ciò che trovo armonizzi perfettamente con me, è il suo essere un po’ all’antica. Forse devo ammettere che quest’aria retrò che mi appartiene, l’ho trasferita  al personaggio in una specie di osmosi.

Le tre Rose di Eva è una serie di successo: se tu dovessi spiegarti questo successo, a quali elementi lo attribuiresti? Sicuramente il ritmo narrativo e filmico: scrittura e regia sono fondamentali, perché è un prodotto ben scritto e che tende a creare un appuntamento preciso con gli spettatori. Anzi l’incalzare dell’attesa e degli eventi tiene prigionieri, in balia quasi della  trama e della narrazione, questo perché le puntate sono ben strutturate e girate, in una sola puntata c’è una vera e propria esplosione di eventi. Questo è il primo elemento vincente. Il secondo è sicuramente il cast di attori, lavoriamo insieme ormai da 4 anni e fra di noi si è creata una bella alchimia, e questo permette di più e fa osare, anche sul set. Essendo quasi cresciuti insieme, e considerando la velocità dei ritmi con cui si gira, è più facile affidarsi a dei colleghi di cui appunto si ha completa fiducia. Anzi questo meccanismo ben oleato, ben rodato, da garanzia anche al pubblico e aggiunge qualità. La stessa Villalba, che è una città immaginaria, pur essendo di fantasia è iper reale e succedono cose che spaziano dalla quotidianità ad aspetti meno logici, più misteriosi. Ci si affeziona ai personaggi e alle loro vicende. Ritengo che il pubblico non faccia sconti, pertanto ci segue perché il prodotto piace davvero.

Tu sei attore di teatro e doppiatore: ma in quale ruolo ti senti più a tuo agio? Dipende sempre dai ruoli, devo ammettere tuttavia che il rapporto con la macchina da presa mi piace molto di più, mi affascina incredibilmente, anche più del teatro con cui ho iniziato. La tv ha dei ritmi diversi, il teatro è una sorta di Itaca a cui tutti prima o poi ritorniamo, come in un cerchio che si congiunge, ci si gravita intorno come se fossimo dei satelliti.

Hai interpretato diversi lavori televisivi a carattere religioso: ma qual è il tuo rapporto con la fede? Si è vero, e ad essere sincero molto spesso anche io ho ironizzato su questa cosa. Sono convinto che ognuno di noi abbia un proprio credo, spiritualmente ho una parte di me sensibile e sviluppata, ma non sono assolutamente un praticante.

Cosa ti aspetta dopo le Tre Rose di Eva? Al momento sto ancora terminando il doppiaggio de Le Tre Rose, poi mi aspetta altra tv, sicuramente fiction, credo entro l’estate.

C’è un ruolo che vorresti interpretare e che resta un po’ il tuo sogno nel cassetto? Ritengo che l’importante è che siano ruoli di qualità. Sicuramente in tv ho una corsia preferenziale per interpretare ruoli ambigui, forse per la mia immagine, interpreto quasi sempre personaggi torbidi, buoni non buoni, assassini. Mi piacerebbe fare commedie, magari quelle italiane ben fatte, o  lavorare con registi come Sorrentino o Sollima, adoro il loro modo di scandagliare la psicologia dei personaggi. E vista la mia cifra stilistica un po’ retrò penso anche ad un bel film in costume, qualcosa magari in bianco e nero, sento quel tipo di cinema molto vicino, un personaggio alla  Humphrey Bogart o alla Clarke Gable per intenderci.

Tornando indietro cosa non rifaresti? Le scelte che ho fatto le ho fatte all’istante, magari qualcuna non è stata proprio felice, ma non rinnego nulla e non ho rimpianti.

Fabrizio Bucci nel tempo libero cosa ama fare? Ascolto musica, un po’ tutta, prediligo l’elettronica, i Radiohead ad esempio o la strumentale. Conosco abbastanza la musica classica e amo i cantautori italiani. Poi amo leggere e frequentando i colleghi anche oltre il lavoro, spesso nascono collaborazioni a scopo didascalico, come i seminari e gli stage di formazione. Direi che al lavoro dedico la maggior parte del mio tempo.

La cosa che proprio ti fa perdere i nervi? Essendo piuttosto preciso, non sopporto tutto ciò che va al contrario, che non risente di questa precisione, detesto la sciatteria, il pressapochismo e la distrazione in generale. La precisione, soprattutto nel lavoro, è qualcosa di fondamentale.

Il complimento più bello che hai ricevuto? Sicuramente il più bello è sapere che ciò che faccio arrivi sempre al pubblico, anche perché non accade sempre ad un attore. Ma se te lo ripetono spesso e se a ripeterlo sono più persone, allora ti viene di chiederti se non sia davvero così. Ecco perché ringrazio il destino per tutto quello che mi è accaduto e che ancora mi sta accadendo. La cura che metto nei miei ruoli, arriva e saperlo mi gratifica. Mi dicono che sono vero nelle cose che faccio e credo che questo sia il complimento più bello che si possa ricevere.

Di retrò, di squisitamente retrò in questa intervista, non conoscendo personalmente Fabrizio Bucci, forse includerei la pacatezza e la gentilezza del suo modo di porsi, di consegnarsi alle mie domande. Non è di tutti una tale cortese predisposizione, si direbbe che “è di altri tempi”. E non credo che Fabrizio Bucci si sorprenderà di queste mie ultime, sincere parole.

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