settembre 26, 2014 | by Emilia Filocamo
Stefania Rossella Grassi anticipa a Ravello Magazine il suo film con Robert De Niro

Credo che non potrò mai smettere di ringraziare le parole, perché le parole sono come una processione di lenzuola che fanno evadere, una dietro l’altra, annodate, liberando dagli orizzonti più ristretti in cui si può vedere ben poco e limitare il “passeggio” della mente a spazi angusti. Il nome di Stefania Rossella Grassi, sceneggiatrice, regista, bella di quella bellezza che hanno le creature interessanti, piene di talento e di progetti, era annodato più o meno, continuando con la metafora, a metà di questa processione di lenzuola. Ci “veniamo incontro” in una mattina qualunque, nel mezzo della settimana: io con le mie curiosità sul mondo del cinema, sul miracolo che si compie dalla scrittura all’immagine, quasi una Eucaristia laica, e lei con il suo prezioso bagaglio di storie, di progetti, con un film in uscita di grande lirismo e con un protagonista che occhieggia sempiterno dal firmamento delle star. Lei con il cinema nel sangue per Dna e la voce sicura di chi sa dove andare. E la conclusione di questa intervista è un pizzico che stringe il cuore in una morsa.

Stefania, cosa vuol dire fare la sceneggiatrice oggi? Quali sono e sono state le maggiori difficoltà del tuo mestiere ma anche le più grandi soddisfazioni? «Scrivere Cinema, che sia oggi oppure ieri, è sempre stata abnegazione, sconfinato amore per la settima arte e tanta solitudine. I grandi autori di Cinema spesso si nutrono delle loro stesse storie. Le difficoltà oggettive di questo mestiere, sono i capitali molte volte mal gestiti delle imprese cinematografiche. Pochi sono i successi reali del Cinema italiano dei giorni nostri. Ma ancora esistono coraggiosi produttori che consentono di far vedere la luce ad opere bellissime, come “Anime Nere” ed “I nostri Ragazzi”. La soddisfazione nel nostro mestiere sono i lucciconi agli occhi quando rileggi le scene che scrivi, la palpitazione d’amore che provi nell’immaginare i tuoi figli, quelli narrati nelle tue storie, e vederli camminare per un set cinematografico magari interpretati dall’attore che ami artisticamente di più. Io credo che se Pier Francesco Favino accettasse un mio ruolo, scritto per lui, potrei dire di aver vinto il premio cinematografico più importante che esista».

Come nasce questa tua passione per il cinema? Sei figlia d’arte oppure tutto è cominciato con te, dal tuo istinto? «Mio padre era la controfigura di Marcello Mastroianni, ma ho capito di amare visceralmente questo amante chiamato Cinema grazie ad una persona che non dimenticherò mai: Roberto De Laurentiis».

Da addetta ai lavori, cosa distingue una sceneggiatura valida da una sceneggiatura che non lo è? Esiste una sorta di campanello d’allarme, di dettaglio guida, di indizio? «Scrivere Cinema è molto difficile. L’originalità della storia è un buon film. La sceneggiatura è il mezzo per arrivare alla pellicola, ma quel che fa un buon film sono la storia ed   il soggetto. Se manca quello non è una buona sceneggiatura, fatta anche in modo magistrale ma che può far diventare una storia debole in un grande film».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Devo dirti che non è un incontro artistico, ma l’incontro di bellissimi occhi azzurri, visti per la prima volta. In quel momento la mia vita è cambiata. Quegli occhi azzurri sono quelli di mia figlia Francesca».

Ci parli del tuo progetto con Robert De Niro, “L’uomo in frac”: una collaborazione eccezionale e di come è nata questa straordinaria sceneggiatura con Modugno come leitmotiv di sottofondo? «L’uomo in frac è una riflessione sul senso della vita nuda di qualunque illusione. Il continuo riflettere sul significato e lo scopo del perché si nasce e si muore; sullo stordimento di quell’amante così cattivo ed ammaliatore da possedere il nome più sensuale che possa esistere: “arte”; nell’accecante bagliore di quella realtà che non offre appigli e che fa di tutto per sbranare i sogni e che ti fa cadere e rialzare migliaia di volte. Quell’amante bugiardo che ti accarezza negli applausi del pubblico, ma che può anche farti precipitare quando quest’ultimo ti dimentica. Non è più un punto fermo: anche l’arte può distruggere chi la pratica.  Chi ha l’arte nelle viscere e nel sangue non può far altro che apparire, recitare la sua parte sul palcoscenico di questo “cinematografo” che si chiama “Mondo”. E’ così che mi è nata l’esigenza di raccontare questa poesia innestata in un mondo molto reale ma con contaminazioni surreali: struggenti connessioni e sconnessioni temporali tra realtà e immaginario. Il tutto all’ombra di un costante senso catartico di morte. Uno struggimento narrato attraverso il “Meraviglioso” universo di una voce spenta e una voce che non si spegnerà mai, quella di Domenico Modugno. Ho immaginato un ruolo muto di De Niro, struggente e silenzioso. Abbracciato ad un passato di luci e riflettori, ed ancor di più a quell’infanzia della seconda guerra mondiale, rinchiuso in un poetico paesino a strapiombo sul mare, Polignano, che tutto fa per dissuadere il suo solitario saluto alla vita. Ho così scritto un trattamento de L’uomo in Frac, ceduto una parte delle mie quote di utili e contatto una persona vicina al signor De Niro, il suo referente italiano, Danilo Mattei, fatto tutto quello che si doveva fare dal lato “burocratico” l’ho fatto partire alla volta degli USA in giugno, e si è aperta così la trattativa con Robert De Niro in un ruolo poetico e struggente firmato da un’italiana».

Ci parli della tua partecipazione alla 71 esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e se avevi un tuo film preferito? «Ho aiutato una mia amica attrice, di cui preferisco non fare il nome. Mi ha chiamata perché doveva in tempi brevissimi (solo otto giorni) definire il Premio Anna Magnani dell’azienda Trap Art. Mi sono prodigata, ed ho contattato ospiti e produzioni. Dal mio caro amico Giorgio Pasotti alla splendida Maria Grazia Cucinotta, una donna di straordinaria bellezza e classe, ed anche Donatella Finocchiaro, Giancarlo Giannini, gli Attori di Gomorra la Serie, Adriano Giannini, Riccardo Tozzi, Carlotta Calori, Francesca Cima e Carlo Cresto- Dina. Ho ricevuto a mia volta il premio, ma questo è legato alla mia arte. L’azienda continua a decantare su articoli stampa il grande successo della serata, ma ad oggi molti piccoli tasselli non sono stati regolarizzati. Molte ore di lavoro, pertanto questo mi lega alla 71°Mostra del Cinema di Venezia. Il successo di questa Azienda e conseguentemente il cercare di animare le coscienze. Il mio film preferito alla Mostra? Anime Nere ed I Nostri Ragazzi».

Altri progetti? «Entro i prossimi mesi si andrà a costituire una produzione cinematografica denominata Lions Production srl. Il mio sarà un ruolo artistico fondamentale. Mattia Valerio Corvino sarà l’amministratore, ha accettato la sfida impegnativa di coniugare le sue capacità gestionali di conduzione aziendale dovute ai suoi trascorsi come Responsabile Finanziario per aziende prestigiose con la sua innata capacità artistica nell’ambito musicale che lo porta a vivere la sfida come una grande opportunità di successo. Partiremo con un piccolo film, il mio Ladro di Santi e l’organizzazione artistica dei “Lions of Messina” dal 19 al 21 dicembre 2014 nel prestigioso Teatro Vittorio Emanuele. La prima edizione di un premio cinematografico organizzato dalla Messina Film Commission e da Davide Scimone».

Quali sono il più grande difetto ed il più grande pregio del nostro cinema? «Il più grande difetto i nomi da cartellone, utilizzati e sovraesposti troppo nel nostro cinema. La carenza di coraggio, altro grande difetto, ma anche l’oggettiva mancanza di fondi. Il pregio, bravi produttori come Nicola Giuliano, Domenico Procacci e Riccardo Tozzi». 

Cosa auguri al cinema italiano per i prossimi anni? «Il grande lustro mondiale degli anni d’oro del nostro cinema italiano».

A chi vuoi dire grazie oggi? «A chi non mi abbandonerà mai, anche se ne sento solo la carezza nel vento. La mia Mamma».

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