maggio 21, 2014 | by Emilia Filocamo
Storia di Kevin Durkin, un poeta a Los Angeles

Ma i poeti esistono ancora? Si, quelle strane, complesse creature capaci di giocare con le parole come con le carte a ramino, con il cavallo e la regina su di una scacchiera, quelle figure per cliché votate alla sofferenza, ad avere un animo risonante quanto una cassa armonica, quanto una corda sfiorata dal plettro della minima suggestione, sia essa fisica o solo psicologica. E che aspetto dovrebbero avere i poeti di oggi? Le antologie, i libri, le scuole ci hanno forse abituati ad immaginarli tristi o con la testa fra le nuvole, imbranati o perennemente imbronciati, noiosi, altezzosi, distanti o semplicemente diversi. E, soprattutto, non so perché, quasi sempre accostati ad una vecchia città romantica, ritagliati in panorami fatti di storia e vicissitudini così come delle mannequin a bordo palco dopo una 1sfilata. Ma quando Kevin Durkin, professore, editore capo della casa editrice Light e, soprattutto, poeta, decide di spiegarmi come si fa ad essere poeti oggi a Santa Monica, nella soleggiata California, improvvisamente l’immagine che avevo si sfalda, anche perché non incarna esattamente il prototipo del poeta tutto sofferenza e metrica. Così scopro un uomo che ama Catullo ed Orazio, che ha girato il mondo insegnando inglese, dopo aver studiato infatti in West Virginia, Pennsylvania e Germania ed essersi laureato a Princeton, porta la sua amata lingua addirittura dal Giappone a Singapore, da New York a Washington. Ha recitato opere di Shakespeare in tutta l’America e adesso si gode la sua Santa Monica con moglie e due figlie e, a dispetto di qualsiasi stereotipo, si fa fotografare con la sua ultima fatica tra le mani, la raccolta poetica intitolata Los Angeles in Fog”, davanti ad un monumento simbolo della città: la torre della Los Angeles City Hall alle spalle. Eppure, nonostante i segnali di “modernità”, non sono ancora soddisfatta: ho bisogno di capire cosa ci fa un poeta a Santa Monica, location più adatta all’ennesima serie tv su psicopatici serial killer ricercati da investigatori belli quanto modelli, su salvataggi in mare ad opera di donne da copertina.

Kevin, qual è la prima cosa a cui pensi quando stai per comporre una poesia? Bella domanda, ma non è semplice rispondere, anche perché il tutto varia da poesia a poesia. Diciamo che per poter descrivere bene il mio modo di comporre poesie, potrei usare il termine derivante dal wrestling del catch as catch can. Come molti scrittori, infatti, porto sempre con me una penna ed un foglio di carta e li metto in tasca ed annoto subito ogni idea, magari anche solo un verso che mi salta alla mente. Poi ricopio tutto su un taccuino. I miei quaderni sono pieni di versi che non mi hanno portato da nessuna parte, ma se sono fortunato, sono in grado anche di tirarne fuori un’intera stanza, nei momenti migliori anche due ed è a quel punto che mi rendo conto che sta per venire al mondo una poesia, così come una persona può accorgersi da alcuni segnali precisi se sta per prendersi un raffreddore o un’influenza. A quel punto inizio ad entrare in panico, perché sento urgente il bisogno di terminare quello che ho iniziato e devo trovare del tempo per farlo, a volte sono costretto davvero a rubare degli attimi per scrivere. Una delle mie poesie pubblicate nella mia ultima raccolta, “Los Angeles in Fog”, si intitola “Lives of Apartment Dwellers” era solo un titolo, che non avevo idea di come mi fosse venuto in mente, ma mi piaceva come suonava e volevo subito trovare un testo da adattare a questo titolo. Così ho immaginato che la poesia si basasse sulla comparazione di due stili di vita diversi, uno tipico di un appartamento nel sud della California e l’altro di un antico villaggio del Sud ovest americano. Così mi sono reso conto che forse alla mia mente era passata la poesia “Chaco Canyon” del poeta americano Edgar Bowers, che ammiro molto, e che parla appunto in una poesia di uno di questi antichi villaggi del New Mexico. In realtà la poesia “Lives of The Apartment Dwellers” è stata ispirata da un party che si è tenuto a tarda notte proprio nell’appartamento sopra di noi e che era a base di birra e musica rap a tutto volume. Così ho contrapposto il mio appartamento e la serenità del nostro nucleo familiare a quel gruppo di ragazzi di venti anni e più presi nel momento della sbornia alle prime luci dell’alba di un weekend. È una sorta di poesia sociologica animata da sentimenti di rabbia, di noia, di fastidio anche se poi finisco con il riarmonizzarmi al tutto. Alla fine è diventata tutta un’altra cosa rispetto a ciò che volevo scrivere all’inizio.

Puoi darci la tua definizione di poesia? Prima di dare una definizione di poesia, vorrei dare una definizione del verso perché per me la poesia migliore comincia con la versificazione. Parafrasando un mio amico e poeta, Timothy Steele, dirò anche se con parole mie, quello che lui è solito dire e cioè che tutta la scrittura, si tratti sia di prosa che di versi, è ritmica ma i versi in metrica hanno una ritmicità organizzata, cioè si muovono secondo uno schema ed in un sentiero preciso, e sollevano problemi che vanno incontrati e risolti. In poesia non è una novità ma è fondamentale, io ad esempio preferisco la metrica ai versi liberi perché credo che diano anche informazioni importanti ai lettori, perché sono versi più facili da memorizzare rispetto a quelli liberi e anche da leggere ad alta o a bassa voce, come in una partitura musicale. Detto questo non voglio certo sostenere che tutto ciò che è scritto in metrica sia poesia: servono temi interessanti, immagini che catturino, un linguaggio efficace e figurativo che permetta al lettore di trovare la materia trattata corrispondente a ciò che noi oggi definiamo poesia. Ma la metrica serve. Per me la poesia è un modo di comporre immaginativo e metrico capace di suscitare emozioni se eseguito in maniera accurata, intelligente.

Tu sei un anche un professore: ritieni che la poesia sia qualcosa che si può insegnare, o la poesia è qualcosa che alcuni hanno già dentro ed altri semplicemente no? È molto bello che tu mi consideri ancora un insegnante, perché l’ho fatto con passione per ben 6 anni. Ho insegnato inglese da Singapore al Giappone e poi in una scuola a Washington DC. Ma ormai sono circa 20 anni che non insegno più, anche se mi manca da morire e potrei pensare a riprendere seriamente. Relativamente alla tua domanda, posso dirti che per rispondere se si può insegnare la poesia, devo tornare alla mia definizione di poesia. Si possono insegnare la metrica, a scrivere dei versi, a scandirli e a leggerli con gli accenti giusti, eventualmente e dopo tanti esercizi, si potrà scriverne di belli. È come insegnare ad un bambino a suonare uno strumento musicale. Ma conoscere tutti questi dettagli tecnici, non significa certamente fare di una persona un poeta, così come iniziare a studiare il violoncello non ci trasformerà tutti in Yo Yo Ma. Di sicuro si possono fornire agli studenti degli strumenti preziosi per saper leggere la poesia nella maniera corretta o anche per scrivere dei versi decenti, ma la capacità di sintetizzare le proprie emozioni e le esperienze e quanto si è imparato e di trasformare il tutto in versi, beh, solo questa può stabilire se si è dei veri poeti.

Non pensi che oggi la poesia sia un po’ fuori moda? I libri che vendono di più sono quelli di genere fantasy, le storie Young Adult, in che modo la poesia può esercitare ancora attrazione sui lettori o incontrare i gusti della gente? Considera che anche io adoro scrivere poesie… Diciamoci la verità: la poesia è mai stata di moda o redditizia? La forma forse più popolare di poesia è la canzone lirica anche se, ovviamente, non tutte le canzoni ad esempio pop, raggiungono dei vertici che possiamo definire poesia, e se questo avviene, è perché rispettano, guarda caso, i dettami metrici e stilistici della poesia. Molte delle mie poesie sono vere e proprie liriche, recentemente sono stato contattato da una cantautrice che mi ha riferito che stava leggendo il mio libro e mi chiedeva se mi sarebbe dispiaciuto se qualche mia poesia fosse accompagnata da musica. Certo che no! Io stesso scrivevo canzoni per band sconosciute quando avevo circa vent’anni e mi sono cimentato nello studio di diversi strumenti, ma sono più bravo a scrivere poesie. Trovo che la musica sia un’ottima compagna della poesia, adoro le canzoni per liuto di John Dowland e i brani di Franz Shubert che hanno come base ovviamente per le liriche delle poesie. Adoro ogni genere di musica contemporanea, dal jazz al rock al punk e trovo che possano armonizzarsi perfettamente con la poesia purchè sia in metrica.

Qual è stata la parte più difficile del tuo lavoro e quale la più bella? La parte più complessa nel lavoro di un poeta è sicuramente la revisione: il 90 per cento del mio tempo lo impiego a rivedere quel 10 per cento che ho impiegato nella stesura di una nuova poesia, in ogni poesia ci sono sempre dei nodi da risolvere. Ma molto spesso questo lavoro richiede anche mesi, o addirittura anni. Ci sono poesie che lascio da parte, sperando che il passare del tempo mi aiuti a risolvere quel determinato problema che non riesco a superare. La parte più soddisfacente di questo lavoro è vedere la reazione delle persone dopo che hanno ascoltato o letto una mia poesia, sapere che li ha commossi e che la condivideranno con altri lettori o con degli amici. Uno dei sonetti della mia ultima raccolta, che si intitola “Elegy for a Preeschool Teacher” ha scatenato questo tipo di reazioni, ovviamente negli insegnanti, i quali si sono riconosciuti nella poesia e soprattutto hanno visto apprezzato il loro lavoro, che molto spesso non lo è affatto.

Quali sono stati e sono i tuoi modelli come poeti? Qui la lista è davvero lunga, anche perché corrisponde a vari periodi della mia vita: da quando da bambino mia madre mi leggeva le poesie di Robert Louis Stevenson tratte da “A Child’s Garden of Verses” fino a mio padre che mi recitava Shakespeare, ma anche Frost ed Arlington Robinson. Poi, crescendo, ho imparato ad apprezzare Emily Dickinson, Richard Wilbur; all’Università, Thom Gunn e Philip Larkin, in Giappone il poeta Basho e poi gli autori che definisco i Los Angeles Metrical Quartet, cioè Leslie Monsour, Frank Osen e Timothy Steele, a cui devo tanto e che considero un po’ il mio mentore.

Sei mai stato in Italia e quali sono i tuoi poeti italiani preferiti? Mi imbarazza ammetterlo, perché ho visitato molti paesi europei, ma non conosco l’Italia e so quanta bellezza c’è nel vostro Paese, da ogni punto di vista. Per quanto riguarda i poeti, adoro Catullo, Orazio, Ovidio, Virgilio, ammiro Dante, ma non posso dire di amarlo. Ho amato molto le traduzioni fatte da Catherine Tufariello dei sonetti di Petrarca e come Geoffrey Brock ha tradotto in inglese la splendida poesia di Giovanni Pascoli “Nella nebbia”. So che sto tralasciando i nomi di tanti poeti italiani e chiedo venia, ma questi sono quelli che conosco ed ammiro di più.

Cosa rende una poesia indimenticabile ed immortale? E quali sono gli errori da evitare? Credo che nessuna poesia sia davvero immortale, perché la lingua subisce mutamenti e talvolta alcune lingue muoiono. Richard Wilbur paragonava i versi dei poeti etruschi alle impronte lasciate nella neve, che svaniscono o vengono distrutte. Tuttavia ci sono degli escamotage che possono dare ad un poeta, come dice Orazio “la possibilità di far durare i suoi versi quanto dei monumenti in bronzo” ed uno di questi è l’impatto emozionale che una poesia può generare in un lettore. L’errore classico da evitare, è quello di scrivere versi che siano cool, insomma alla moda, perché quelli, non dureranno più di una stagione.

C’è qualche giovane poeta che attira la tua attenzione e che è destinato a venire presto alla ribalta? Dipende da cosa intendi per attirare l’attenzione: ci sono tanti poeti che mi colpiscono, da Catherine Tufariello a Stallings, a Smith. Poi ce ne sono alcuni, addirittura più giovani di questi, che mostrano già un talento notevole, ma avranno bisogno ancora di un po’ di tempo per venire alla luce. Ed in genere i giovani poeti possono essere rovinati dall’attenzione eccessiva.

Ti capita di affrontare lo spettro da pagina bianca e quando succede cosa fai? In verità non mi capita mai di sedermi alla scrivania col proposito di scrivere una poesia, quindi non ho momenti da pagina bianca perché non programmo. Aspetto piuttosto che sia l’ispirazione a folgorarmi e questo, purtroppo, non capita sempre. Per il resto del tempo cerco soprattutto di leggere, quando gli impegni di lavoro e di famiglia, me lo permettono ovviamente.

Il tema del Ravello Festival di quest’anno è il Sud, inteso non solo come posto geografico, ma anche come modo di vivere e pensare. Puoi darci la tua definizione di Sud? Interessante come leitmotiv. Pensando al sud le prime parole che mi vengono in mente sono i versi di Keats “O per un calice colmo del caldo Sud”. Si, il Sud è davvero il luogo del caldo inteso come passionalità. È la culla della creatività, ma può essere anche un luogo pieno di provincialismo e di incuria. Io sono cresciuto proprio a sud della linea Mason Dixon e mi sono laureato a Princeton che è senza dubbio l’avamposto più “nordico” della cultura del sud, ho visitato posti permeati da questa cultura mediterranea, dalla Malesia a Singapore quindi sono un ragazzo del sud per tanti aspetti ma, nello stesso tempo, la mia mente è anche rigidamente ancorata al nord, avendo studiato in Germania e a New York e conosco perfettamente le false dicotomie esistenti fra nord e sud. Io credo che il sud sia il regno dei sensi e della passione e bisogna legare e tenere a freno la mentalità “tutta affari” tipica del nord per poter capire e godere del sud.

Quando mi capita di scrivere poesie, considero estremamente poetiche alcune parole che, infatti utilizzo spesso, come croce, ossa, sangue. Anche tu hai delle parole diciamo così feticcio? No, non ho delle parole preferite perché credo che tutte le parole siano potenzialmente poetiche se usate nella maniera giusta. Se poi sono lette nella maniera giusta, riescono a convogliare il messaggio e le emozioni. Inoltre cerco di usare parole semplici perché voglio che la mia poesia non sia intricata, ma facile da ricordare. Le mie poesie sono adatte ad un bambino così come ad un adulto.

Ci parli dei tuoi prossimi progetti? Finishing Line ha pubblicato nel novembre del 2013 la mia ultima raccolta di poesie “Los Angeles in Fog”, il libro contiene 18 poesie pubblicate nel corso di 18 anni. Tre poesie di questa raccolta American Pylons, Far From Pedestrian and Los Angeles in Fog, sono apparse in varie riviste ed antologie, oltre che nei quotidiani. Non c’è un percorso interno nelle poesie, ciascuna sta in piedi da sola ed esprime un senso della vita critico ma anche umoristico a tratti . Sto anche lavorando alla mia prossima raccolta, che si intitolerà i Segreti di Santa Monica, non so se il titolo sia adatto a ciò che sto scrivendo, ma mi piace come suona.

Se potessi tornare indietro nel tempo, quale poesia ti piacerebbe aver scritto? Voglio dire, esiste una poesia di cui dici: avrei voluto scriverla io! Non ho dubbi, “Vides ut alta” di Orazio, la più bella poesia che sia mai stata scritta secondo me. Sto tentando di tradurla in inglese.

Il titolo del libro che hai sul comodino in questi giorni. In verità non mi piace leggere mentre sono a letto, ma fra i libri che ho in giro in questi giorni c’è il primo volume delle lettere di Robert Frost. Inoltre parteciperò ad una conferenza sulla poesia di Edwin Arlington Robinson che si terrà alla  West Chester University Poetry Conference in West Chester, il dibattito prevede la presenza anche dei poeti Dick Davis, di Joshua Mehigan e Timothy Steele. Spero di scrivere una buona analisi della sua opera e della sua vita anche perché Robinson, oltre ad essere il primo poeta americano moderno, ha condotto quasi una vita da santo, dedicandosi totalmente alla poesia. Lui mi ha insegnato come scrivere un sonetto e come catturare gli aspetti straordinari del quotidiano e delle persone comuni. Lo definisco un eroe letterario. Spero di riuscire a rendere giustizia alla sua vita e alle sue opere.

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