settembre 29, 2014 | by Emilia Filocamo
Storia di un italiano con l’America nel sangue. A tu per tu col regista Giorgio Serafini

Il nome del protagonista di questa intervista, lo sceneggiatore e regista Giorgio Serafini, sembra essere una sorta di “declinazione” obbligatoria ogni volta che si nomina un successo televisivo, una luminosa costante nelle interviste agli attori già raggiunti dalle mie domande. C’è chi ringrazia Giorgio Serafini, chi accenna al suo splendido lavoro, chi ne parla con riconoscenza e chi lo nomina più volte. Le prime due battute scambiate con questo protagonista della tv ma anche del cinema, soprattutto internazionale, avvengono ancora al di qua dell’Oceano; il giorno successivo alla mia prima richiesta di poter scoprire di più, la risposta arriva, appunto, dalla parte opposta dell’oceano, da Austin, dal Texas. E colgo al volo l’occasione di cominciare in questa sorta di intervista “anfibia”, metà suolo italiano, metà oceano verso gli Usa, da ciò che porta Giorgio Serafini, appunto, dall’altra parte.

La sua vita è fra Italia e Stati Uniti: come nasce questo suo rapporto con l’Estero? E’ stata una scelta lavorativa, dopo i film che ha diretto, oppure è stata motivata da altro? «Sono nato in Belgio dove ho vissuto fino all’età di 25 anni. Sono di cultura italiana e ne sono molto fiero, ma non ho mai veramente vissuto in Italia. I miei genitori erano entrambi di Roma. Si sono trasferiti a Bruxelles un anno prima della mia nascita. Fin da una tenera età ho idealizzato gli USA. Non ricordo le origini di questa storia d’amore eccetto che, a 9 anni chiesi a mia madre una carta da parete di cui due muri erano le strisce e due le stelle. Vivo a Los Angeles dal 1994. Tra il 2002 e il 2009 andavo spesso in Italia per la regia di serie televisive, ma poi ho deciso di dedicarmi ad un cinema più internazionale e sono tornato a Los Angeles. Ora vivo tra Austin, Texas e la California».

Le differenze fra il cinema italiano e quello americano sono molteplici, ma, da addetto ai lavori, cosa ha il cinema di casa nostra che quello americano, nonostante i mezzi, non potrà mai avere e, viceversa, cosa ci manca del cinema americano? «Il cinema italiano è un arte, quello americano un’industria. È evidente che ci sono eccezioni dalle due parti. Certi film americani sono profondamente artistici. Certi film italiani sono profondamente commerciali. Negli USA un regista, sceneggiatore, produttore etc, è giudicato per il suo successo. In poche parole: “ci porti i danari, siamo contenti e ti facciamo lavorare”. Si tratta di un’equazione alquanto criticabile ma è pragmatica, precisa e facile da capire. Io cerco di alternare i due estremi. Tra due film d’azione faccio opere più personali come il film “Johnny’s Gone” o il documentario “Sin Fronteras/Without Borders” sui deportati messicani. “Johnny’s  Gone” è su ITunes mentre “Sin Fronteras” inizia ora la sua vita nei festival».

Quando ha capito che il cinema sarebbe entrato nella sua vita? Ci racconta brevemente i suoi esordi? «Ho sempre amato il cinema da quando mio padre, all’età di 11 anni, mi ha portato a vedere “Il Ponte sul Fiume Kwai”, il film di David Lean. Un regista che apprezzo molto. Fin da giovanissimo ho fatto dei film in Super 8, ma non ricordo il vero preciso inizio di questa passione. Il cinema è sempre stato parte della mia vita. Quando studiavo all’università feci il mio primo cortometraggio e da quel momento non ho più smesso».

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L’incontro che le ha cambiato la vita? «Quello con mia moglie LaDon nel 2002 e quello con Goffredo Lombardo nel 2001. Goffredo era il presidente della Titanus. Una persona dalla quale ho imparato moltissimo. Il bello di questo lavoro sono proprio gli incontri e gli scambi intensi. Ho imparato molto da -quasi- tutte le persone con le quali ho lavorato».

Ha curato la regia di fiction di grande successo, un esempio per tutti, Orgoglio. La fiction, specie, negli ultimi anni, sta godendo di una stagione davvero florida e piena di consensi. Come spiega questo grande riscontro? «Non me lo spiego perché non riesco a seguirla da qui. Non rinnego nulla ma non mi sento vicino agli anni che ho trascorso facendo fiction in Italia. Ho imparato molto e mi sono fatto le ossa, ma è un mondo che non mi appartiene più. Il problema nel fare fiction in Italia è che resta un lavoro locale anche quando il prodotto è bellissimo. Pochissime hanno possibilità di essere esportate».

C’è stato un momento sul set più magico di tutti gli altri? Voglio dire un giorno che ricorda con maggiore affetto? «Mi sono molto divertito a dirigere Gabriella Pession e Franco Castellano in Orgoglio. Sono proprio bei ricordi. Altrimenti, credo che il giorno più bello sia stato quando ho girato tutto il giorno in un fiume nella foresta del Nord Carolina. Era una scena di un ragazzo che annegava per il film “Don’t Let Me Go”. Eravamo tutti in acqua e ci siamo rimasti per ore. Nel mezzo di un decoro splendido. È stata un’avventura divertente anche se difficile. Mi piace stare sul set e mi piace lavorare. Certo, ci sono giorni più belli di altri, ma ogni giorno sul set è un bel giorno».

Allo stesso modo, so che non si fanno preferenze o nomi, ma un cast con cui si è creata una maggiore sintonia, se c’è stata? «Non proprio. MI piace essere in sintonia con il gruppo di lavoro e tento sempre di mantenere un buon rapporto con tutti. Non accade sempre e ho una lista di una ventina di persone con le quali non lavorerò mai più. Considerato il numero di film e serie che ho girato, mi sembra un numero alquanto basso. Sul lavoro apprezzo la gente per la loro professionalità. Le troupe italiane sono spesso molto divertenti e mi sono sempre trovato bene con loro. Negli Stati Uniti lavoro spesso con un bravissimo direttore della fotografia italiano: Marco Cappetta».

Ci racconta le sue esperienze all’estero, ad esempio nel film Game of Death? «Lavoro molto bene negli Stati Uniti. Le giornate di riprese sono più lunghe e più intense. Da quando ho smesso di fare fiction italiana alla fine del 2009 ho diretto 7 lungometraggi in America. “Game Of Death” era una situazione estrema perché i produttori avevano mandato via il regista precedente e mi hanno chiamato per rigirare il tutto in un tempo record. Quell’esperienza mi ha portato a fare tre altri film d’azione con Dolph Lundgren, Billy Zane, Vinnie Jones, Gianni Capaldi e molti altri.I film americani più importanti per me sono: “Johnny’s Gone” che ho girato on-the-road attraversando 5 Stati. Un dramma intenso e molto personale. Il film ha vinto parecchi premi e si può vedere su iTunes. Anche una splendida esperienza è stata “Don’t Let Me Go” che deve ancora uscire. Molto intense sono state le riprese del documentario “Sin Fronteras” girato tra il Messico e la California».

Come giudica i nuovi talenti del cinema, i giovani attori e le attrici che si stanno imponendo dalla tv al cinema. E’ una stagione di talenti interessanti? «Ogni generazione ha i suoi talenti. Credo che si tratti di una generazione spettacolare e molto preparata. Adoro lavorare con gli attori per i quali ho il più grande rispetto. È un lavoro che, se fatto bene, è difficilissimo».

Se non fosse diventato un regista sarebbe stato? «Uno scrittore o un barbone. Probabilmente entrambi. Faccio questo lavoro da 25 anni e non riesco più ad immaginare un’alternativa. Forse avrei comprato un pub o un ristorante. Mi sarebbe piaciuto».

A chi vuole dire grazie oggi? «Lista troppo lunga. A Frank Daniel, il mio primo professore di sceneggiatura. Goffredo Lombardo con eterna riconoscenza. A tutti gli artisti al mondo che continuano ad essere di grande inspirazione».

Cosa augura al cinema italiano? «Tanto, tanto successo».

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