settembre 14, 2014 | by Emilia Filocamo
Storia di un poeta mediatico. Lo scrittore Francesco Aprile si racconta

Sono quasi convinta che un poeta esprima il suo essere appunto poeta quando ti trascina dentro le parole al punto tale da oscurare le parole stesse e da far avvertire, sentire, solo quello che le parole volevano suggerire, evocare. Leggo di un blog di poesia  intitolato “Il Deliro del poeta” che, ogni mese, ha più di 20.000 visitatori e resto stupita: caspita non parliamo di un blog di moda, di outfit da mostrare orgogliosi, di selfie con celebrità ai party più cool. Parliamo di poesia, di quel qualcosa di detto, scritto, imparato a memoria, letto e non letto e che di certo non fa sempre notizia e non è un must. Così mi addentro in questo blog dai grandi numeri e leggo di primo acchito “ Antica Fabbrica del buco al centro”, una fra le tante poesie, tutte bellissime. E, improvvisamente, vedo materializzati davanti al mio martedì mattina la finestra senza bordo e la pioggia di Milano, il letto bagnato e quel cane che abbaia pur non essendo in forma. Fino alla chiusa finale che mi pare talmente potente da farmi sentire addosso la temperatura, quei venti gradi ed il “tutto asciutto”, appunto così come una fine, magra, incisiva, secca. Eccolo il poeta che trascina, che incanta! E’ Francesco Aprile l’autore di questo blog. Opinionista tv, oltre che scrittore di talento e con Ragusa nel cuore; Ragusa con il suo ponte, la Ragusa del caciocavallo quadrato e di alcune vie strette quanto un capillare. Sarà Ragusa la fonte incandescente della sua ispirazione? Si intuisce già che non vedo l’ora di chiedergli del Sud.

Francesco tu sei di Ragusa ed il tema del Ravello Festival 2014 è il Sud: se ti dico Sud a cosa pensi? «Sono nato e cresciuto in Sicilia, anche se vivo ormai da anni a Milano, che considero la mia città. Il Sud rappresenta per me qualcosa di magico, forse può davvero amarlo a fondo soltanto chi ci ha vissuto. È una terra talmente densa di tradizioni, di storia, di cultura che non può essere apprezzata e basta, o la si ama o la si odia. Tutto inizia e tutto finisce al Sud. Sarò anche di parte, da buon siciliano, ma non credo possano esserci altri posti così meravigliosi e non mi riferisco soltanto al clima e alle bellezze naturali».

Si può essere poeti oggi? Voglio dire, non è forse una figura un po’ fuori moda? «Onestamente è una domanda che non mi pongo mai. Non ci si sveglia un giorno e si decide di fare i poeti. Si nasce poeti, è un istinto, prima che una vocazione. È una figura fuori moda se la si immagina con la corona di alloro, in jeans e sneakers è molto più affascinante di quello che si possa pensare».

Come è nata la tua passione per la scrittura? Ci racconti i tuoi esordi? «Ho sempre amato scrivere, sin da piccolo, ma ho iniziato a farlo in maniera più concreta una volta finita l’Università. Spesso la scuola ci aiuta a prendere forma ma ci allontana dalle nostre vere passioni. Per me è stato così, un po’ per abitudine e un po’ per caso. Non avevo certo l’idea di pubblicare libri, è successo senza che avessi programmato nulla e poi non mi sono più fermato».

L’incontro che ti ha cambiato la vita? «Due, in realtà. Quello con il mio amico Enzo, a ventiquattro anni, poi quello con la mia ex compagna, Lara».

Hai un blog visitatissimo: in questo modo rendi molto fruibile la poesia. Quanto credi si faccia oggi ad esempio nelle scuole per la poesia? «Oggi per la poesia si fa poco e niente dappertutto. La colpa non è degli editori, che seguono le richieste del mercato. I libri di poesia interessano a pochi e, dunque, non è un genere sul quale si è pronti a investire e scommettere. La colpa è all’origine, della scuola innanzi tutto, che ci dà un’idea sbagliata della poesia e non educa i ragazzi alla bellezza. Finché nelle scuole si studierà il Carducci, come si potrà pretendere che la gente abbia un approccio diverso da quello attuale con la poesia?».

La poesia per te più bella di tutti i tempi? «Odi et amo di Catullo».

Cosa pensi del panorama editoriale italiano? Non credi ci siano molte difficoltà per chi tenta di pubblicare e di esordire?«Le difficoltà ci sono sempre state, non sono certo una prerogativa di questi tempi. Moravia, prima di diventare famoso, aveva dovuto penare non poco. E la lista dei grandi che hanno avuto esordi difficili è lunghissima. Anzi, un tempo era forse molto più complicato persino farsi conoscere e farsi leggere, visto che non c’era internet. C’è anche da dire che oggi quelli che scrivono (e che vorrebbero pubblicare) sono sempre di più e questo è un dato preoccupante. Per cui penso che sia sempre quel mix giusto di fattori a determinare il successo di un autore: talento, determinazione, umiltà e fortuna».

I tuoi prossimi progetti? «Sto scrivendo un romanzo. Poi vorrei fare una lunga vacanza».

Sei ospite in diversi programmi televisivi, come nasce questo rapporto con la tv? «Anni fa ho iniziato a collaborare con una tv a carattere regionale come autore e opinionista. Da lì mi hanno invitato in varie trasmissioni e talk show. Amo dire quello che penso e non ho certo peli sulla lingua, pertanto credo che cerchino proprio questo, quando mi invitano in tv a parlare di attualità e politica».

A chi vuoi dire grazie oggi? «Ai miei genitori, per tutto quello che hanno fatto o non fatto per me».

Hai una parola guida o un elemento che ti ispira particolarmente quando cominci a comporre una poesia? «Ogni volta è sempre diverso. Molto spesso è proprio una parola che mi dà il tormento per giorni, prima di capire se sarà il titolo di una nuova poesia o sarà rinchiusa in un verso».

Il tuo ultimo pensiero prima di andare a dormire? «Penso a quando mi deciderò a cambiare un po’ di cose e a dove ho parcheggiato l’auto. Non sai quante volte non ricordo più dove l’ho parcheggiata, la sera prima!».

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