ottobre 9, 2014 | by Emilia Filocamo
Talento, studio e passione. storia dell’attore Sergio Sivori dal teatro alla produzione del film The Secret Of Joy

D’impatto la bellezza arriva come un urlo, un richiamo a volume elevato. D’altronde, nel caso dell’attore Sergio Sivori, attore conosciuto non solo per il teatro, avendo studiato accanto a mostri sacri come Rena Mirecka, James Slowiak e Jairo Cuesta, storici collaboratori di Jerzy Grotowsky, ma anche per i ruoli tv da Il Maresciallo Rocca a Mio Figlio, da io e mio Figlio Nuove Storie per il Commissario Vivaldi a Provincia Segreta, è tutta là, e non ci si può girare da un’altra parte o fingere di non vederla. Ma il primo messaggio che viene codificato, questo appunto soprattutto estetico, viene poi sostituito e quasi sminuito o comunque non messo sul banco di primo della classe dalla preparazione incredibile, dal suo essere trascinante e coinvolgente in quanto ad esperienze, conoscenza del teatro e dei suoi massimi rappresentanti. In una vita che, almeno dalle prime battute, sembra essere stata appositamente scolpita su una serie necessaria di accadimenti che dovevano appunto, per destino, portarlo dove è, la capacità di comunicazione di Sergio Sivori è straripante ed inarrestabile. Lo raggiungo al telefono, felice, almeno in questo secondo tentativo, di non averlo strappato al sonno come la volta precedente, in cui era rientrato da Barcellona con un volo atterrato in ritardo.

Fra teatro, cinema e televisione, dove ti senti più a tuo agio? «Se ti rispondessi che mi sento a mio agio dovunque, peccherei di un autoreferenzialismo che proprio non mi piace. Io mi sento piuttosto un artigiano, mi piace lavorare bene e mi piace sposare soprattutto l’idea che ogni mezzo ha la propria tecnica. Spesso l’errore è accostare il mestiere dell’attore a qualcosa di poco concreto, invece è un mestiere assolutamente pratico. Poi, ovvio, questi tre ambiti vanno assolutamente distinti. Il teatro si compie nel momento preciso in cui avviene l’unione fra pubblico ed attore, è un luogo dove appunto il contatto diretto con il pubblico è tangibile, e questo è qualcosa che solo il teatro può darti. Relativamente a cinema e tv, mi piace, da attore, e credo questa debba essere un’esigenza naturale per ogni attore, cercare di concentrarmi e di interessarmi di più all’aspetto tecnico del mezzo. D’altronde ho cominciato con il teatro, ma ho fatto anche cinema e tv e non potrei parlarne mai male. Solo che farei molta attenzione a parlare subito di arte, a fare facili equazioni: teatro uguale arte per forza o cinema uguale arte. Il teatro, in passato per una forma purtroppo di ignoranza, intesa come ignoranza delle cose, era considerato un qualcosa di minore, ma il teatro è arte quando appunto contiene al suo interno le possibilità che lo portano a raggiungere un’opera d’arte. Il cinema può appunto accostarsi ad un’opera d’arte, ed ha toccato vertici assimilabili all’arte, per la tv non direi proprio. L’arte è altro».

Ti ho svegliato dopo un volo arrivato in ritardo da Barcellona e ho letto che la tua vita si divide fra Italia e Spagna. Puoi spiegarci come mai: semplice passione oppure una scelta lavorativa? «E’ stata per me una scelta quasi obbligata facendo teatro: avendo un gruppo internazionale, un laboratorio di Teatro fondato a Roma nel 2000, ed essendo questa compagnia caratterizzata da rapporti con l’estero soprattutto, è stata una conseguenza inevitabile. Poi, si, lo ammetto, anche la situazione del nostro Paese non mi ha incoraggiato più di tanto a restare qui, essendo stato ed essendo quasi sempre un momento delicato per la cultura, volevo preservare il nostro lavoro il più a lungo possibile. Ecco, a proposito di cultura e del nostro Paese, mi piace pensare che noi non dobbiamo trovare i mezzi, siano essi spettacoli o altre cose, per fare cultura  . Noi siamo cultura! Quanto al teatro, su cui mi piace tornare spesso, ecco potrebbe sembrare la sede della finzione , del gioco, del travestimento, invece è un veicolo per l’autenticità, arriva alla realtà ed ha lo scopo di cercare la verità. In Spagna mi occupo anche di doppiaggio, sono la voce di spot come quello della Buitoni, della Galbani e della Grimaldi Lines e ho doppiato anche il film di Woody Allen, a Roma con amore. La Spagna è un Paese che mi permette di esprimermi perfettamente».

Sei figlio d’arte o hai cominciato tu questo mestiere? «Assolutamente non sono figlio d’arte. Mio padre era un cantante da giovane, ma non di successo. Ho tuttavia qualche traccia nel mio DNA, perché un mio antenato era un famoso compositore genovese a cui sono stati dedicati diversi teatri. Sono nato a Napoli, una città che per me rimane stimolante sotto ogni punto di vista ed unica al mondo, nonostante tutte le sue contraddizioni, ma, paradossale quasi ammetterlo, non ho mai fatto teatro locale, nella mia città. Tuttavia una mia insegnante di lettere, al liceo, è stata colei che mi ha dato un’opportunità, almeno in termini di curiosità e di conoscenza. Mi ha permesso di strapparmi ad una vita che magari sarebbe stata quella di un ragazzo di strada. E’ stata lei a stimolarmi perché andassi a vedere gli spettacoli messi in scena dalla sua compagnia teatrale, assolutamente senza pretese ed amatoriali. Io non ero interessato allora a queste cose però mi incuriosiva vederli, più che altro avevo già sviluppato un mio innato senso estetico e critico, in quanto capivo che erano esibizioni assolutamente dilettantesche. Ciò che mi colpiva, però, era il modo che avevano di stare insieme, di avvicinarsi agli altri, come strumento per comunicare e per stare insieme. Ho iniziato presto a lavorare con nomi importanti, a cominciare da Patroni Griffi e negli anni ’80 ero già stato scritturato dallo Stabile di Palermo, ma non mi bastava. Ho deciso di studiare seriamente. Fare teatro, recitare è una porta che non si chiude mai, lo reputo un allenamento quotidiano, per essere sempre pronto a farlo e non adagiarsi sugli allori. Anche perché il tempo passa, si cambia, si invecchia e senza la giusta preparazione, lucidità, ci si accorge di non essere più in grado di fare quello che si faceva prima».

C’è stato un incontro per te illuminante? «Assolutamente: quello con Peter Brook. Era la fine degli anni ’80 ed io lavoravo a Palermo, un amico, durante una pausa dalle prove di circa una settimana, mi disse di accompagnarlo a Taormina che c’era Peter Brook che teneva un convegno. Io ci andai, ma senza nessuna pretesa, a quell’epoca ero uno dei tanti attori giovani e spocchiosi. Quando arrivammo lì ci accorgemmo che c’era poca gente, era la fine della stagione estiva a Taormina, delle prime partenze, e quello che doveva essere un convegno diventò quasi un workshop con gli attori. Ecco, quell’episodio mi ha come folgorato, dopo poco lasciai Palermo e mi trasferii a Roma. Sono andato all’origine anche della mia inquietudine per certi versi, arrivando alla fonte della mia passione: ecco perché io dico che ho fatto un percorso da autodidatta, una sorta di teatro – scuola. Poi sempre alla fine degli anni’80, ecco un altro incontro illuminante, quello con il compositore Hans Werner Henze. Ero a Montepulciano per un Pulcinella contemporaneo con le musiche di Matteo D’Amico, tanto per intenderci i cui due nonni erano Pirandello e Silvio D’Amico. Io ero solo un interprete e fra l’altro a margine di quel lavoro, eppure ottenni consensi incredibili e le repliche ebbero servizi televisivi dalla Rai ai giornali. Durante quelle repliche conobbi Henze che allora era direttore artistico e che mi commissionò il libretto di un’opera .Considero Henze il mio mentore, oltre che un grande umanista e un amico. Io non avevo la conoscenza profonda della sua importanza, tuttavia, con lui tutto sembrava facile, dal nostro primo contatto al giorno in cui fui chiamato dal suo segretario, Fausto Moroni, passarono pochissimi giorni».

I tuoi prossimi lavori? «Sto lavorando ad un Hamlet che ho scritto ed interpreto. E’ un lavoro un po’ particolare, una sorta di pastiche linguistica perché sarà fatto in italiano, inglese, spagnolo e catalano, diciamo che si adatterà l’idioma alle zone e ai teatri in cui andremo. Poi sto lavorando ad un Festival del Cinema che si terrà in Campania e di cui sarò direttore artistico. E poi, a dicembre, sarà la volta di Los Angeles per il film a scopo benefico per i bambini affetti da cancro: The Secret of Joy, con la regia di quello che considero mio fratello, il regista Max Bartoli, e con il quale ho già lavorato in Ignotus, un’esperienza meravigliosa grazie alla quale abbiamo vinto ben 25 premi in tutto il mondo. Io recito in The Secret of Joy ma sono anche produttore associato con il mio laboratorio teatrale, il New Laboratorium Teatro. E’ una storia bellissima, con un grande cast ed effetti speciali di tutto rispetto. È la storia del sogno di una bambina, che nei panni di una fata entra nel regno di re Artù, dopo che quest’ ultimo si è recato ad Avalon a curare il suo cuore ferito. È la storia di un’avventura in una terra magica, popolata da cavalieri, dame, folletti e mostri da sconfiggere. Un mondo fatato, visto con gli occhi di una bambina di 10 anni, che incanterà lo spettatore fino a quando non saremo riportati alla dura realtà. Joy è una malata di cancro e sta morendo in ospedale. I medici accorrono per rianimarla, riportandola in vita e donandole una nuova speranza di una vita “normale”. Un lieto fine che però non fa dimenticare la condizione in cui molti bambini si trovano. Il corto è un progetto molto ambizioso perché anche se durerà soltanto 7-8 minuti, avrà una componente di effetti speciali e di computer grafica molto sviluppati e pertanto anche molto costosi. Tra i molti nomi di coloro che hanno già accettato di prendervi parte a titolo gratuito ci sono la vincitrice di 4 Emmy Doris Roberts (Everybody Loves Raimon, Christmas Holiday, Remington Steel), Jack Betts (Spider-Man, One Life to Live, Guiding Light), il production designer e art director Giles Master (Angels and Demons, The Mummy, The Da Vinci Code), Il supervisore degli effetti speciali Michael Grobe (2012, King Kong, Total Recall), il costumista italiano  Andrea Sorrentino e il compositore Gianguido Cucchiara. Nel cast ci sono anche Maria Conchita Alonso, Doris Roberts, Maria Elena Infantino e Silvia Baldassini. Poi ho in programma un laboratorio teatrale fra Napoli e Roma, a Roma saremo in pianta stabile con un calendario di incontri mensili che si terranno in uno spazio ad Ostia. Il mio ritorno a Roma sembra debba essere una costante».

L’intervista sembra chiudersi qui, ma Sergio Sivori accarezza l’idea di fare tappa con il suo workshop teatrale itinerante anche altrove, magari proprio qui, a Ravello.

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