aprile 14, 2015 | by Emilia Filocamo
“Tutto comincia con un’immagine che mi suscita un’emozione” storia di una sceneggiatrice e regista di talento, Manuela Tempesta

Una donna forte, e di talento. Sono le prime impressioni che mi arrivano schiette, senza filtri e dirette non appena dall’altro capo del telefono mi risponde Manuela Tempesta, sceneggiatrice e regista, la cui “attitudine” al cinema, anzi all’immagine come confermeranno le sue stesse parole, è stata giustamente “ricompensata” da riconoscimenti e premi vari, fra gli altri il Premio Troisi 2014, sotto la direzione artistica di Antonio Parciasepe. Lo si avverte dal modo in cui parla di se, del proprio percorso di studi e di suggestioni o commistioni stilistiche, di contaminazioni, direbbe meglio lei, lo si avverte dall’entusiasmo e da quel modo di creare, snocciolare storie, personaggi, tutti come se fossero contenuti in un orcio gigantesco in cui fantasia, estro, osservazione, immagine e parola fanno parte della stessa annata e della stessa ottima spillatura. La ascolto, interrompendola solo per intercalare le sue risposte con altre mie curiosità, e la mia attenzione si trasforma in ammirazione, perché mi viene spontaneo ammirare e quasi invidiare benevolmente gli artisti che sanno associare alla parola un’immagine ma non solo in senso teorico, anzi, soprattutto in senso pratico, trasformandola e traducendola in cinema, in sogno.

Manuela, sei sceneggiatrice e regista, ma quanto secondo te è più difficile per una donna imporsi nel tuo mondo? È qualcosa che tu hai riscontrato, oppure il tuo percorso è stato diverso? Io ho seguito un mio percorso personale, direi classico: mi sono laureata in cinema all’università e poi mi sono specializzata per approfondire alcuni aspetti come la sceneggiatura.  Sono stata finalista a vari concorsi, mi sono trovata davanti a giurie di tutto rispetto presiedute da grandi come Marco Muller o Bellocchio, ho cercato di formarmi su tutto, sia sul lato della scrittura che sull’aspetto pratico, tecnico, per quanto riguarda le riprese e la regia. Volevo un percorso formativo completo. Per quanto riguarda il mio essere donna, ti dirò che non ho trovato e non vedo tutti questi pregiudizi, forse noi donne fatichiamo di più a livello di regia perché sai magari quando arrivi su un set, in un ambiente prevalentemente maschile, tutti si aspettano un uomo e quindi rappresento un attimo così di buona destabilizzazione. Poi sono soprattutto un’autrice che ama collaborare anche con altri autori, che ama vedere realizzate le cose che scrive, ho nelle mie corde dei temi preferenziali, come la commedia sociale, ma amo anche le contaminazioni. Ora sto lavorando ad esempio ad un corto che è un thriller con influenze da cartone animato. Esclusisi l’horror, lo splatter e la fantascienza, mi piace sperimentare, lanciarmi in nuove sfide.

E come nasce l’ispirazione per una sceneggiatura? Cosa solletica la tua attenzione, la tua sensibilità? Bella domanda, anzi ti ringrazio per avermela fatta. A volte me lo chiedo anche io, nel senso che non è facile dare una risposta. Spesso è un’immagine oppure è una musica, quando questi due elementi mi scuotono dentro, ed aprono un filo diretto con una mia emozione, allora sento che sta per nascere qualcosa di nuovo, quando viene appunto solleticata una mia riflessione emotiva. Spesso sono anche le condizioni storiche o sociali, adesso ad esempio ho in progetto di un ciclo di storie che hanno come tema l’Apocalisse ma non nel senso religioso, quanto piuttosto in quello psicologico. L’Apocalisse vista come spartiacque, come fine di un percorso storico, come termine di una fase umana.

Sicuramente è la tua sensibilità che ti permette di afferrare aspetti che ad altre persone sfuggono. Come autrice sono una spugna, assorbo tutto quello che c’è intorno e traduco in parole ed immagini le mie emozioni.

C’è un lavoro a cui sei più legata? Si, il documentario “Non tacere”, che racconta la storia di un prete, Don Roberto Sardelli, che, alla fine degli anni ‘60,  fece scuola all’acquedotto Felice di Roma a ragazzi emarginati che attraverso la cultura, sono riusciti ad emergere e a diventare professionisti: alcuni sono diventati insegnanti, altri professori, addirittura uno di loro arriverà al Parlamento Europeo. È la testimonianza che la cultura può salvare le persone, persone condannate alla malavita o a lavori umili. E poi ovviamente il documentario su Pietro Germi del 2009, frutto di 3 anni di duro lavoro.

C’è una storia che vorresti ancora raccontare e che resta un po’ il tuo sogno nel cassetto? Ce ne sono tante, una è quella che ti anticipavo sull’Apocalisse, sul ciclo di storie di cui ti parlavo e un’altra è un progetto ambientato a Trieste sull’estremizzarsi ossessivo di alcuni rapporti, quello fra fratello e sorella e quello fra madre e figli. C’è la storia di un incesto e quella di un rapporto ossessivo di una madre ex insegnante che, dopo aver perso i propri figli in un incendio di cui è responsabile in parte, si perché voleva salvarli da un padre gerarca, si affeziona in maniera morbosa ai figli di una ex allieva. La storia è ambientata fra Trieste e la Russia ed è anche una storia di denuncia, di confine.

In questo momento a cosa stai lavorando? Lavoro tantissimo come sempre, attualmente mi sto dedicando ad una commedia come sceneggiatrice e forse anche come regista e poi ad un lavoro in costume di cui non posso anticipare molto, posso solo dirti che è ambientato negli anni di piombo visti dall’ottica di una banda che operava in quel periodo efferati omicidi.

Qual è la caratteristica fondamentale della tua scrittura che ti fanno notare più spesso? Che sono molto visiva e che le mie didascalie sono estremamente descrittive. Mi ispiro alla tecnica di Furio Scarpelli che scriveva tutto, anche i pensieri dei personaggi, i famosi sottotesti. Diciamo che in fase di montaggio c’è un processo di sedimentazione, e tutto si livella e si compone. La lavorazione è spesso lunga e si dilata nell’arco di un anno, un anno e mezzo. Poi, venendo dal documentario, faccio molta ricerca, altro aspetto fondamentale. Studio la fotografia, l’abbigliamento, l’arredamento delle case, la postura, come erano vestiti i personaggi, ogni cosa.

C’è un film che ami particolarmente e di cui vorresti aver scritto la sceneggiatura o essere stata la regista? Ce ne sono tanti, scontato dirti Otto e mezzo o de La Dolce Vita di Fellini. Più vicino ai nostri giorni ti dirò che amo il Gus Van Sant di Elephant, o Magnolia e Vizio di Forma di Paul Thomas Anderson. Adoro i registi russi e la scuola coreana, ad esempio amo molto In the mood for Love o Happy Together. In genere amo tutto ciò che mi ispira emozioni, che mi smuove qualcosa dentro. Le azioni sono importanti in un film, ma le emozioni, quelle sono fondamentali.

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