febbraio 27, 2014 | by Emilia Filocamo
Un amore atranese ed una raccolta poetica dedicata alla Costiera Amalfitana. Frank Messina si racconta

Lo scenario è quello della Chiesa della Maddalena, degli archi, delle abbaglianti case a grappolo accovacciate sulle rocce, dei terrazzini impilati come lego e delle scale che sezionano come bisturi la montagna, delle esplosioni di bouganville e della museruola di reti che fanno di Atrani un perenne presepio. L’anno è il 1990. Un ragazzone americano ha affittato proprio lì una casa con vista sul mare completa di una deliziosa cucina. Passeggia ogni mattina in riva al mare per ammirare i pescatori che prendono il largo ed il sole che allaga il mare. Un giorno si addormenta in spiaggia e complice un sogno che ha tutti i contorni della visione, riceve la visita dei suoi antenati, tutti di origini italiane che gli danno il benvenuto. Immerso in quel salotto onirico, il ragazzo viene piacevolmente svegliato da una voce femminile che lo invita ad alzarsi per non rischiare una pericolosa insolazione. È una ragazza atranese, lui invece, il ragazzone, è Frank Messina, poeta fra i più acclamati al mondo, anzi “Uno dei più grandi giovani poeti” come recita Playboy Magazine ed i cui lavori sono stati recensiti sulle prime pagine dei quotidiani più importanti e nei servizi giornalistici delle maggiori emittenti statunitensi, dal New York Times a Fox News passando per Sports Illustrated. L’incontro si traduce in tre giorni di grande passione al termine dei quali Frank ripartirà per gli Stati Uniti ma, come lui stesso confida con emozione, “lo scenario della Costiera, i suoi colori, i terrazzamenti di limoni, mi hanno segnato”. Le suggestioni e le emozioni infatti, sono confluite in una vera e propria raccolta, in parte pubblicata. Una delle sue più belle poesie, intitolata Lead me not into Temptation, (Non indurmi in tentazione), è proprio stata scritta e dedicata all’esperienza atranese. Frank Messina è sicuramente un artista poliedrico: come spesso avviene per i veri artisti, la definizione, l’accezione stessa di poeta somigliano piuttosto ad un recinto da cui, il “purosangue”, scalpita con energia, forzandolo fino alla fuga. Dunque una limitazione, una definizione riduttiva. Frank è non solo poeta ma anche un talentuoso attore, un notevole musicista, un pittore molto prolifico ed un giocatore di baseball, passione questa che avrà un ulteriore, interessante e curioso risvolto. Difficile pensare che tante doti possano essere racchiuse in un’unica persona, eppure quando Frank si racconta lo fa con umiltà e guardando ad ogni accadimento della sua vita come ad un dono di Dio.

Tutto è cominciato prestissimo – racconta – alle scuole elementari. Allora ero considerato uno studente incorreggibile, una peste, potevo avere 11, forse 12 anni. Ogni volta che arrivava in classe una supplente o una nuova insegnante, sistematicamente, finivo dal preside per qualcosa di cui ero colpevole. E se non c’era il preside, mi spedivano in infermeria. Ma fu proprio in quelle ore di isolamento che sperimentai per la prima volta il mio bisogno di libertà, lì mi sentivo libero e cominciavo, carta e penna alla mano, a scrivere pagine e pagine di riflessioni, sensazioni, addirittura di auto interviste. La mia prima poesia la dedicai ai cerotti ed all’acqua ossigenata visto che ero costretto ad osservarli per tutto il tempo mentre ero in punizione in infermeria. Ma di sicuro sono stati i miei primi insegnanti ad indicarmi la strada da seguire e, fra questi, i miei genitori e, in particolar modo mio padre. Mio padre veniva dal Bronx e, lavorando, decise di frequentare le scuole serali pur di ricevere un’istruzione. Era un grande ammiratore della Guerra Civile Americana, così, io sono praticamente cresciuto in casa circondato da cimeli di quel periodo: baionette, pistole, documenti ufficiali e addirittura lettere originali firmate da Abramo Lincoln o da Ulysse S.Grant. Fu in quel periodo che rimasi affascinato dalla poesia di Walt Whitman, poi al liceo conobbi Lorca e Gibran. Adoravo Sylvia Plath, Ginsberg e Ciardi e così capii che esisteva un mondo diverso, quasi parallelo, a quello fatto solo di ragazze, pizza e video game anche se non ho mai smesso di amare tutte queste cose! Poi, a 18 anni, ebbi la fortuna di assistere ad uno spettacolo di Amiri Baraka che si esibiva a New York con una jazz band e dissi a me stesso: Questa si che è arte! Da allora ho capito che la poesia poteva e doveva essere nel mio destino.

La poesia, generalmente, viene concepita come qualcosa di estremamente personale, intimo. Tu hai abituato i tuoi fan e i tuoi lettori ad un concetto di poesia assolutamente innovativo, a proporla negli stadi, quasi come una partita. È davvero possibile? Ho anche tenuto reading di poesia assolutamente intimi. Comunque, da ragazzo, frequentavo per lo più reading a cui partecipavano altri poeti e ci si scambiava i libri perché nessuno aveva tanto denaro da acquistarne molti. Allora ero solo un ragazzino ed ascoltavo poeti molto più grandi di me e mi affascinavano le loro pipe, le lunghe barbe da saggi, ma alla fine l’esperienza per quanto affascinante era piuttosto noiosa.  Poi un giorno, sul lavoro, allora lavoravo in un negozio di alimentari, iniziai a recitare una mia poesia ai colleghi, il giorno dopo venne anche il titolare ed alcuni clienti, ero ridicolo in effetti, recitavo con un grembiule ed un cappellino di carta sulla testa e mi chiamano “il poeta del prosciutto” – ride – però la mia poesia piaceva e loro mi applaudivano e ringraziavano e mi incoraggiavano a tentare su un vero palcoscenico. Successivamente, durante il college, presi parte ad un gruppo di poesia chiamato Poetic Landscape ed in breve tempo il mio audience si ingrandì. Ed è questo credo il segreto della poesia e dell’essere poeti: non puoi rivolgerti solo ad un pubblico selezionato, ma devi rivolgerti a tutti, il mio motto è che noi non possediamo nulla di ciò che scriviamo ma che deve essere messo a disposizione di tutti. Io adoro esibirmi, sono onorato che i grandi musicisti mi chiedano collaborazioni o di esibirmi con loro ma, diciamoci la verità, nessuno si alza la mattina e va in cerca della poesia o di un reading di poesia. La  gente che viene a vedermi e  ad ascoltarmi cerca soprattutto un modo nuovo di vedere il mondo, e nel contempo, di divertirsi.

Puoi parlarci della tua esperienza come poeta ufficiale dei Mets? Chiariamo subito che  l’espressione poeta ufficiale dei Mets è stata coniata dai mass media, nel 2006 cominciai ad inserire nel mio repertorio poetico alcune poesie diciamo così sportive cioè dedicate al baseball che è una delle mie passioni. In quel periodo mio padre era morto da poco ed avevo rotto con la mia ragazza, il baseball e Dio mi hanno aiutato tanto. In quello stesso anno la SNY-TV l’emittente ufficiale che trasmette i match dei METS, mi intervistò per il loro programma “Meets Weekly” definendomi il Poeta dei Mets ed il New York Times stesso nel 2008 mi definì tale, non avevo scelta. Alcune settimane dopo ho firmato il contratto con la casa editrice Lyons Press che ha pubblicato il mio lavoro dedicato al baseball, la mia raccolta di poesie “Full Count: The book of Mets Poetry”. In quel periodo mi sono esibito davanti ad un pubblico immenso, come allo Shea Stadium di New York City e sono stato il primo poeta in 125 anni di storia a leggere e ad esibirmi al Louisville Slugger Factory & Museum. Non solo, sono stato insignito dal Governo del grado di Colonnello che equivale più o meno all’essere incoronato dalla regina. È stata un’esperienza che mi ha dato una notorietà incredibile e mi ha fatto vendere tantissimi libri, un periodo di cui ringrazierò Dio e i miei fan per sempre.

Poesia e Musica sembrano legate indissolubilmente. Che parte hanno avuto nella tua vita? La musica occupa gran parte della mia vita. Essendo cresciuto negli anni ’80 ho avuto il privilegio di incontrare tanti cantanti, componenti di band punk e jazz oltre che di orchestre. Per me allora non era difficile vedere nella stessa sera gli Iron Maiden e Miles Davis. Mi piaceva il loro modo di interagire sul palco, non solo la loro musica. Nel 1990 incontrai il percussionista Larry Mc Donald della Gil Scott Heron’s band e nel 1993 fondammo il gruppo Spoken Motion con il bassista Joe Isgro, il chitarrista Bob Susko, il batterista Wes Jensen ed il sassofonista Elliott Levin. Abbiamo fatto un tour straordinario ed inciso un album di successo, nel ’94 ci esibimmo a Woodstock e poi a Lollapalooza.

Parlaci della tua grande amicizia con il poeta Ron Whitehead, come vi siete incontrati? Tanti giornalisti mi chiedono come è nata la nostra amicizia speciale. Probabilmente lui sarebbe molto più bravo di me a raccontarne gli inizi – ride – Nel 1994 cercai di mettermi in contatto con Ron visto che stava organizzando il Beat Festival ed Insomniacathion per parteciparvi con la mia band. Continuava a non rispondermi, provai tantissime volte, ero quasi sul punto di arrendermi quando,  poi, un giorno, finalmente, fu lui a chiamarmi e a dirmi che eravamo stati scritturati per il festival. Gli promisi che non l’avremmo deluso. E dopo lo show, lui ed Allen Ginsberg vennero sul palco tutti eccitati a congratularsi con noi. Io e Ron Whitehead abbiamo percorso l’America e l’Europa in lungo e largo con i nostri spettacoli di musica e poesia, abbiamo portato la poesia ovunque. Conosco Ron da tanto e ho vissuto i suoi momenti belli e quelli brutti, ma sono convinto che non potrebbe raggiungere un livello più alto di quello a cui è arrivato. Davvero sta mettendo in pratica il motto del suo amico Dalai Lama ” Adesso meriti di essere felice”.

Sei un attore, reciti in Boardwalk Empire e hai avuto altre esperienze come nel film Hurricane. In che modo la poesia ti ha aiutato a recitare? Ho iniziato a recitare tardi, su suggerimento di Jerry Stiller, il padre del grande Ben Stiller, che aveva visto una mia esibizione a New York. In quel periodo le mie poesie dedicate alla tragedia dell’11 settembre venivano già usate come parte del curriculum per l’Università Drama and Speech di Londra mentre altre rientravano nei monologhi d’esame degli studenti. Credo sia stata una progressione naturale dai reading al recitare ma non è un mondo di solo glamour quello della recitazione, innanzitutto bisogna essere al servizio di chi ha scritto la parte ed onorarne le intenzioni linguistiche ricreando sullo schermo un personaggio vivo, non un manichino. Tuttavia posso definirmi davvero fortunato perché questa esperienza mi ha permesso di conoscere e lavorare con grandi uomini come Steve Buscemi, Chazz Palminteri, Michael Shannon, Tony Spiridakis e John Ventimiglia, la mia parte in Boardwalk Empire mi ha dato una notorietà incredibile.

C’è stato un tema più volte ricorrente nella tua produzione poetica? Si, la mia raccolta Psycho Chick è dedicata a tutte le donne della mia vita, alcune delle quali spesso esibivano un comportamento borderline, quasi totalmente irrazionale, altre sono state dedicate al tradimento, agli amori clandestini e alle conseguenze più disperate e violente.

Hai incontrato tantissimi artisti, chi ti ha influenzato di più? Ringrazio tutti, ma nel mio cuore un posto speciale è per David Amram che mi ha accolto sotto la sua ala protettiva ed è stato il mio mentore. Mi ha insegnato due cose fondamentali: ascoltare e prestare attenzione, due doti incredibili.

Secondo te, cosa  fa di un poeta un grande poeta? Un poeta è come un fotografo: va scelto il soggetto, lo scenario, bisogna mettere a fuoco e poi fare la foto. Ma in realtà l’arte dello scrivere è soprattutto imparare a non scrivere, a cancellare. La poesia perfetta è come una scultura che viene ricavata dalla montagna di parole che fanno il linguaggio. Bisogna eliminare tutta la “pietra” che è di troppo e ciò che resta da questa operazione è una poesia splendida.

Hai origini italiane, in che modo questo ha influenzato la tua poesia e la tua vita artistica? La famiglia di mio padre era originaria di Agrigento, di un piccolo paese che si chiama S. Biagio Platani, la famiglia di mia madre è di Salerno, conservo ancora i diari di mio nonno che racconta il suo viaggio dalla Sicilia a New Orleans, sto raccogliendo tutto questo materiale e spero di riuscire presto a realizzare un film. Ho intenzione anche di comprare casa ad Agrigento, sono stato nel vostro splendido paese tre volte, compreso un semestre presso l’Università di Pavia, il tutto è confluito in due raccolte poetiche, “Non indurmi in tentazione”, molte delle poesie dedicate alla Costiera Amalfitana e “Disorderly Conduct” (Cattiva Condotta). I miei parenti vivono ancora fra Roma, Salerno ed Agrigento e conto di tornarvi presto.

I tuoi prossimi progetti? I miei progetti futuri includono nel 2014 una raccolta di nuove poesie edite da Finishing Line Press, tre film di cui uno con John Aniska di Boardwalk Empire e, poiché dipingo, anche mostre di pittura. Inoltre parteciperò al GonzoFest in Kentucky a Louisville dedicato alla memoria del grande Hunter S. Thompson e leggerò dall’Inferno di Dante giovedì Santo alla Cattedrale di St. John a New York. E poi mi esibirò ancora con David Amram.

Cosa vorresti che la tua poesia lasciasse come messaggio a tutti i tuoi fan? Prima cosa, ai giovani poeti e agli artisti dico: dedicatevi alla vostra arte, divertitevi, trascorrete il tempo solo con persone positive perché questo aiuta tanto e, leggete, tutto e di più, tornate ai vostri libri di scuola, passate ore con i libri che sono sugli scaffali delle vostre biblioteche. La curiosità è l’anima dell’arte. Per quanto riguarda la mia poesia, lo scopo è soprattutto quello di intrattenere e spero di riuscirci ancora, anzi ringrazio tutti i miei fan per questo privilegio e per questa opportunità che mi danno. Il messaggio è semplice, anzi voglio proprio chiudere con queste poche parole: fermatevi, ascoltate, prestate attenzione, lavorate per la pace, celebrate sempre la musica ed il mistero della vita. – Frank Messina sta in silenzio per un istante poi riprende – Dimenticavo: Forza METS! © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654