novembre 8, 2014 | by Emilia Filocamo
“Un artista che vuole definirsi tale deve essere generoso”. La testimonianza di Stefano Trizzino, cantante divenuto conduttore

Probabilmente esistono due tipi di interviste, il primo, che definirei quello canonico, può essere cordiale, piacevole, interessante, illuminante, ma quasi sempre “costretto” o ben recintato in una sorta di box fatto di reciproci non detti o di reticenze dovute ovviamente alla riservatezza, ad una sorta di timore quasi reverenziale, in questo caso il mio, nei confronti del personaggio intervistato. Il secondo modo è quello in cui le domande annotate sul foglio (preferisco sempre scrivere, registrare mi sa di mediazione fredda e non mi permette di trasferire le sensazioni che un discorso traghetta dall’udito alle dita), non sono più paletti necessari, guard rail per non uscire fuori traccia o, peggio, infastidire l’intervistato. Le domande sono accessori inutili, perché parlare, anzi intervistare, diventa flusso, discorso, chiacchierata, intrattenimento gioioso con chi dall’altra parte, pur ancora estraneo, appare improvvisamente vicinissimo e disposto a dirsi, a raccontarsi. Con l’artista, e nell’accezione artista includo cantante lirico, attore e conduttore agrigentino Stefano Trizzino è accaduto questo, in un pomeriggio di fine Ottobre. Abbiamo chiacchierato per un’ora intera e totalmente scalzato i limiti imposti dalle domande, al punto tale da dimenticare quale fosse la successione stessa delle domande e cosa o chi venisse prima. Così abbiamo parlato di Sicilia, dell’essere siciliani, di una mattonella, gelosamente custodita in casa, sacra ed intoccabile che reca la scritta emblematica “Il denaro fa l’uomo ricco, l’educazione lo fa signore”, abbiamo parlato di confini facili da valicare in una terra, appunto la Sicilia, in cui tutto è più complesso e al tempo stesso facilissimo: emergere, salvarsi, così  come perdersi. Abbiamo parlato di tradizione, di famiglia, di quanto un sogno, se supportato dal giusto talento e dal sacrificio necessario, possa diventare realtà. E alla fine, quando ho chiuso il telefono, ho avuto la sensazione di aver composto un numero che già conoscevo e di aver ascoltato appunto un amico che, a sua volta, voleva ascoltare me, e le mie piccole cose.

Chi è Stefano Trizzino? Puoi raccontarcelo brevemente? Stefano Trizzino è un ragazzo semplice e con la testa sulle spalle, una persona umile e soprattutto fortunata perché fa il lavoro che ama, anzi, fammi correggere, questo non lo considero un lavoro. Ho tutto quello in fondo che si può desiderare: una famiglia splendida e faccio quello che ho sempre desiderato. Vengo dalla provincia, da un piccolo paese non lontano da Agrigento, Bivona, e da lì poi mi sono spostato a Palermo e a Roma. Certo, mi ritengo fortunato nonostante tutte le incertezze correlate a questo mestiere, ma non mi lamento e continuo a studiare, a tenermi aggiornato e a fare ciò che amo.

Come nasce la tua passione non solo per la recitazione ma anche per tutto ciò che è arte, canto e  spettacolo? Nasco come cantante, in realtà non posso dirmi arrivato perché in questo mestiere bisogna essere sempre aggiornati. Tutto è cominciato in maniera semplice, con un’armonica a bocca regalatami da mio padre ed un grande amore per la musica. Ho sempre avuto orecchio, passione e retaggio anche dei miei antenati e dei miei parenti, con un bisnonno, un nonno ed uno zio maestri di banda. Da questa passione, sono passato poi ai musical, ne ho fatti ben quattro che mi hanno portato ad appassionarmi alla lirica, quella che poi è la mia vita, mi sono iscritto al Conservatorio e da lì è stata tutta una escalation di cambiamenti e di eventi. A volte, forse con un po’ di presunzione, amo definirmi una sorta di uno showman ma solo perché mi sono trovato in contesti che esulano dal mio solo essere quello che sono. È il caso della conduzione del Vittorio Veneto Film Festival, quando la direttrice Elisa Marchesini mi ha scelto e voluto come conduttore della serata di gala in cui sono stati premiati fra l’altro, il grande Leo Gullotta, mio conterraneo, che ha ricevuto il premio alla carriera. E poi devo anche ringraziare in questo frangente mio cugino Stefano. Insomma, è inusuale che un cantante lirico faccia anche il conduttore, eppure ho condotto la quarta edizione del Vittorio Veneto Film Festival che mi ha permesso di conoscere tante persone ed artisti e per confermare il fatto che non mi fermo mai, attualmente sto seguendo un corso di musica vocale da Camera al Santa Cecilia di Roma, aggiornarsi è fondamentale.

Tu hai anche lavorato nel docufilm “Trent’anni di mafia, la storia infame”: ci racconti questa esperienza e come è nata? Si mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto, grazie a dei casting che si facevano in Sicilia, ma in realtà ho sempre avuto una grande passione per il cinema, facevo già laboratori teatrali a Palermo con Accursio Di Leo, regista importante e questo è stato illuminante anche se la mia prima compagnia teatrale, nata a livello amatoriale e poi assurta a compagnia vera e propria, è stata quella di mio zio Piero, il fratello di mia madre, che è stato sempre una sorta di vero talent scout. Con lui ho fatto spettacoli e musical fra i quali La Baronessa di Carini, musical di Toni Cucchiara poi “Dalle Origini all’inizio” con le musiche di Jesus Christ superstar. Comunque, tornano al cinema, era un po’ la mia passione. Il docufilm, con la regia di Sabino Taormina, in cui io interpreto il protagonista, un giornalista di cronaca nera, ed in cui sono anche voce narrante e doppiatore, è una storia che guarda alla Mafia non solo attraverso le stragi più infami e note, come quella di Capaci o attraverso le morti più atroci, quella del piccolo Di Matteo, racconta soprattutto le vittime innocenti, inconsapevoli e magari condannate da un banale scambio di persona.

C’è stato un incontro nella tua carriera per te illuminante? Ce ne sono stati diversi, sicuramente quello con Accursio Di Leo e con il baritono Marcello Lippi, oltre che con il pianista palermitano Roberto Moretti che mi ha permesso di fare tante audizioni e di farmi conoscere. Voglio fare però una distinzione necessaria: ci sono incontri che restano limitati al piano professionale, ed altri invece che sfociano in quello umano. L’incontro con Accursio Di Leo è stato soprattutto umano, quello con Lippi è stato più professionale. E poi penso all’incontro con Cristiana Merli di Radio 2 che mi ha permesso di registrare la sigla del programma “A qualcuno piace Gulp” condotto da Sabino Zaba e Massimo Bagnato.

Ed il giorno che proprio non riesci a dimenticare? Anche qui ce ne sono tanti, a cominciare dagli spettacoli e dai musical fatti con mio zio Piero. Ma quello più emozionante è stato di certo “Napoli Milionaria” di Nino Rota, dramma lirico in tre atti, produzione del Teatro del Giglio di Lucca con la direzione artistica di Aldo Tarabella e la regia di Fabio Sparvoli. Un grande successo oltre che in Italia anche al Bartok plusz opera festival di Miskolc in Ungheria, in questo modo quest’opera ha finalmente valicato i confini nazionali. L’esperienza, oltre che emozionante, mi ha permesso di stringere amicizie importanti, sai questo mestiere non è solo competizione o voglia di farcela, ma è anche darsi, confrontarsi, un artista non deve dare solo emozioni deve dare tutto se stesso. E poi, ricordo ancora con emozione, quando nel 2010 ho cantato con l’Orchestra Sinfonica Siciliana ed il coro Ephonia con la direzione di Ennio Morricone. Per un problema il concerto, che doveva essere diretto da suo figlio Andrea, è stato invece diretto interamente da Ennio Morricone e abbiamo dato al Politeama di Palermo 2 repliche dello stesso concerto, una vera maratona, splendida che mi ha permesso di fare tante amicizie che ancora mi porto nel cuore.

Sei un uomo del Sud, in che modo il Sud ha condizionato il tuo essere e la tua carriera? Il sud incide in ogni istante della mia vita, sempre. Io sono legatissimo alla mia terra, alle mie tradizioni, alle mie radici, sono fiero di essere nato e cresciuto in Sicilia. Noi siciliani siamo diversi, siamo isolani ed isolati, quindi siamo particolari. Ovunque ci incontriamo, in qualsiasi parte del mondo, ci identifichiamo e diventiamo subito fratelli, bastano due parole di dialetto, un ricordo, una consonanza ed è fatta. Ma, a parte questo, il Sud è una fonte inesauribile di ispirazione, cultura, talenti ed arte.

I tuoi prossimi progetti? Per scaramanzia non dico nulla, tuttavia c’è in progetto la realizzazione di un cortometraggio con alcuni colleghi attori. Sto anche facendo una figurazione speciale nel film commedia “Io e lei” di Maria Sole Tognazzi con Sabrina Ferilli e Margherita Bui.

A chi vuoi dire grazie, oggi?  Dico grazie innanzitutto ai miei genitori, non è stato facile imporsi e fare scelte coraggiose, ma quando, con la giusta dose di maturità, ho capito che era questo ciò che desideravo più di ogni altra cosa al mondo, ho tranquillizzato e convinto anche loro, perché ero felice. All’inizio i miei genitori erano preoccupati, come tutti miravano e speravano per me in un posto sicuro, poi quando hanno capito che non avrei potuto che fare questo mestiere, mi hanno supportato, sostenuto. Dico grazie anche ai miei due splendidi nipotini Alberto e Gabriele e, ovviamente a mio zio Piero. E poi dico grazie a me stesso perché, da bravo ariete, sono stato tenace e ho creduto fino in fondo alla mia passione.

Hai mai dei rimpianti? No, non credo di averne, perché se ne avessi significherebbe dover mettere in discussione tutto quello che ho realizzato fino ad ora e che ho scelto con le mie mani. O forse li ho, come tutti, ma magari te li racconterò più tardi, via mail.

Ed io ho atteso una mail, che è arrivata effettivamente, ma senza accennare ad alcun rimpianto. Stefano Trizzino è felice. Quella mail è stata l’ultimo pezzo dell’intervista, come un ps di due amici che hanno dimenticato di raccontarsi qualcosa.

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