maggio 9, 2015 | by Emilia Filocamo
“Un attore deve sempre ricordare che lo spettacolo non è per sé, ma per gli altri”. L’attore Daniele Monachella, si racconta dal palco di Un anno sull’Altipiano

Ammetto di aver trovato qualche difficoltà nell’aprire questa intervista, nel cominciarla. E non per mancanza di idee o argomenti, anzi, semmai per il problema opposto. Per lo più ho provato un certo disagio ad individuare il modo corretto per rendere con le mie parole quello che, nell’arco di una telefonata, l’attore Daniele Monachella è stato in grado di trasmettermi. Tutti gli artisti credo abbiano un denominatore comune di grande capacità di affabulazione, un esibito talento in un’oratoria quasi onirica, fatta di immagini e vite che si moltiplicano in base ai ruoli, agli intrecci, alle storie, una metodologia unica nel rapirti e trasportarti nel loro universo di ciak, pose, apri e chiudi sipario, buona la prima, trucco, sceneggiatura, battuta, set e remake. Ma Daniele Monachella mi ha “virtualmente” rapita anche per qualcosa che ho scoperto essere indefinibile, per il suo modo di raccontarsi e raccontare lo spettacolo di cui è protagonista con una verve, un’emozione autentica ed una passione sincera che mi hanno colpita, direi stordita. L’ho ascoltato con la predisposizione di chi vuole imparare, lasciarsi conquistare dal talento e dall’impegno, l’ho ascoltato con la convinzione che sarei stata, qualche istante dopo la nostra telefonata, più ricca. Dentro. E ciò che colpisce di Daniele Monachella è il suo essere semplicemente profondo, di una profondità che non è esibita, lanciata ed abbagliante, ma discreta ed umile, come un tratto di costa spoglio e poetico,  che, tuttavia, dietro un angolo, d’improvviso, svela una meraviglia capace di metterti in pausa il respiro.

Daniele, puoi raccontare ai lettori di Ravello Magazine lo spettacolo in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 15 al 17 maggio? Sì, lo spettacolo “Un anno sull’Altipiano. Ho tanti ricordi come se avessi Cento Anni”, è un recital musico-teatrale tratto dal memoriale e romanzo di Emilio Lussu, un interventista arruolatosi come ufficiale durante la battaglia sull’altopiano di Asiago. Lo spettacolo ha ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri per la commemorazione del centenario della prima guerra mondiale. È un omaggio per onorare la memoria del popolo sardo che, per mera ambizione di comando e avanzamento di grado di alcuni ufficiali, pagò con tante vite umane. Si trattava un esercito formato da pastori, analfabeti, da artigiani, e lo spettacolo è un racconto poetico degli eventi della trincea e dei Dimonios della Brigata Sassari. Molti di loro venivano fatti addirittura ubriacare con il cognac per poter trovare il coraggio e la follia di lanciarsi in battaglia. Il romanzo non venne edito in Italia perché antibellico ma lo fu in Francia e in Inghilterra. Quel popolo sardo che era stato definito dai dominatori aragonesi “Pocos locos i mal unidos”, come sottolineava Emilio Lussu, per la prima volta mostrò una grande coesione nella sventura che lo portò ad affratellarsi con grande senso civico. Lo spettacolo in cui io sono la voce recitante, Andrea Pisu è alle launeddas ed Andrea Congia alla chitarra classica, vuole essere un omaggio al grande italiano che fu Emilio Lussu. È un lavoro che abbiamo affrontato con umiltà e con passione, in cui anche le musiche ricreano l’ambiente della trincea, il momento della battaglia, la raccolta dei feriti o dei morti, il riposo dei soldati che sono sempre e comunque esseri umani mettendo in luce la follia del conflitto. È uno spettacolo di 50 minuti, godibile e assolutamente commovente .

Ma cosa ti aspetta dopo questo spettacolo? Sono nel cast della nuova fiction diretta da Laura Muscardin, “Casa Dolce Casa”. Per quanto riguarda gli altri progetti, non posso dire di più, un po’ di scaramanzia serve in questo mestiere.

C’è un complimento che ti è stato fatto e che ricordi con affetto? Sì, certo. Ricordo con gioia un signore di circa 80 anni, che dopo lo spettacolo GB o.c.s Barbera oppure Champagne stasera, un tributo a Giorgio Gaber in cui io ero alla voce, mi raggiunse per farmi i complimenti e mi disse che si avvertiva che sentivo quello spettacolo perché ero stato in grado di non snaturare Gaber. Il complimento vero è quando uno spettatore ti dice grazie perché vuol dire che da attore hai fatto il tuo dovere. E devi sempre ricordare che ciò che fai non è uno spettacolo per te, ma per gli altri.

Che tipo di spettatore è Daniele Monachella? Al cinema sono onnivoro, però di solito prediligo i film d’autore, i thriller ed il cinema turco. In tv, quando riesco a vederla, mi piacciono i programmi di approfondimento, tipo Report o Gazebo. La tv consente un grande studio antropologico.

Il nostro magazine è legato al Ravello Festival: che rapporto hai con la musica? E quali sono i tuoi hobby fuori dal palco o dal set? Da buon sardo, amo andare al mare, sia in inverno che in estate, in fondo sono nato vicino al mare. Amo tutta la musica, da Beethoven a Marilyn Manson, adoro la musica popolare ma non mi piace la neomelodica. E poi mi piace il cantautorato italiano visto che ho studiato canto.

C’è qualcosa che vorresti dire a qualcuno, qualcosa che non hai detto? Direi ad un regista che non nominerò “ti sei fermato alle dicerie senza affrontarmi, senza confrontarti con me e guardarmi negli occhi”.

Sulle ultime parole di Daniele Monachella, sento, anzi immagino spirare il vento della sua terra, una terra che non ho ancora avuto la fortuna di visitare. Ma immagino debba essere come lui: fiera, onesta. E pregna di ideali.

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