dicembre 24, 2014 | by Emilia Filocamo
“Un attore si accorge se il pubblico sta in silenzio perché è coinvolto o solo per educazione”. A tu per tu con Ilario Carvelli, i suoi progetti e le difficoltà di essere attore

L’attore Ilario Carvelli, non ama molto parlare di se. Me ne accorgo e, per sua ammissione, alla quarta delle domande che compongono questa intervista che io definirei un’intervista garbata  proprio grazie al protagonista. Alla quarta domanda, come dicevo, Ilario spiega che preferisce far parlare il personaggio, il ruolo che interpreta e poi, apprezzare il tentativo del pubblico o dello spettatore, si tratti di teatro o di tv, di scoprire chi c’è infilato con talento in quei panni. Eppure, e lo dico prendendomene tutte le responsabilità, sin dal nostro primo contatto, credo di aver apprezzato di Ilario Carvelli, proprio il suo modo, forse del tutto spontaneo e non preventivato, di raccontarsi mentre raccontava del suo mestiere e della sua passione. E allora potrei usare tantissimi aggettivi, perché Ilario mi ha parlato tanto di se: è umile, di quell’umiltà che non si aspetta dall’altra parte un celebrativo “ma no, dai, sei bravissimo”, di quell’umiltà che hanno le persone consapevoli e serie, di quelle che pur tenendosi addosso un “cappotto” di sogni, sanno perfettamente che non basta ad affrontare il freddo delle delusioni e delle difficoltà. Un artista garbato che, agli esordi, si fa scegliere per l’ilarità, gioco con il suo nome, improvvisando nell’attività di famiglia, mentre serve ai tavoli, che si fa scegliere due volte dagli stessi registi perché ha qualcosa che non passa inosservato, sebbene lui faccia di tutto per non definirsi arrivato. Tutto quello che ricevo di Ilario Carvelli è un esempio di passione condita da fatica quotidiana, di passione che cozza spesso con la realtà ma senza arrendersi: perché questo è il segreto per andare avanti e per fare di un sogno destino, sebbene a piccole mosse, e senza strafare.

Ilario, cosa ti piace e cosa proprio non sopporti del cinema italiano di oggi? Domanda pericolosissima soprattutto per ciò che riguarda la seconda parte… Ciò che mi piace del cinema italiano è indubbiamente la semplicità e la poesia che alcuni nostri registi ancora oggi ricercano, soprattutto quando fanno da cornice a tematiche importanti. Raccontare il quotidiano,storie di gente comune con semplicità e poesia non è cosa semplice. Ciò che invece proprio non sopporto… beh non lo scopro di certo io, sono i pochi investimenti e di conseguenza le sette che si creano attorno ad essi. I criteri adottati per la scelta dei film da produrre etc. ma forse è meglio non addentrarsi in tematiche troppo spesso piene di luoghi comuni e che invece richiedono più tempo per essere approfondite.

Sei protagonista di una web serie, una realtà che sta prendendo piede anche in Italia: come giudichi questo nuovo tipo di prodotto e a quale target di pubblico vuoi rivolgerti e speri di coinvolgere? Non amo particolarmente questo genere poiché credo che spesso chi guarda le web serie lo faccia in maniera superficiale magari intrecciandola con altri mille input che la rete offre. Ma che dire… bisogna stare al passo coi tempi e i vantaggi di una web serie possono essere molti, uno su tutti è quello di riuscire ad arrivare nell’immediato ad un pubblico più vasto e sicuramente ad una buona fetta di adolescenti cosa, quest’ultima, fondamentale per l’argomento trattato nella web di cui sono uno dei protagonisti. E poi indubbiamente l’aspetto economico è importante. I costi e i tempi per produrre una web sono molto più ridimensionati.

Ci racconti un po’ come è nata questa esperienza? La web serie sarà articolata in 7 episodi. Si intitola “Shadowrunners” un progetto di Matteo Fontana e Giovanni Ficetola che nasce circa due anni fa con non poche difficoltà a livello produttivo. Avevo già lavorato con i due registi in questione su altri set, quindi hanno avuto modo di conoscermi a fondo prima di arrivare a propormi questo ruolo. Io sarò uno dei protagonisti e interpreto un commissario atipico (Francesco Estiarte) che si allontana dal clichè del solito sbirro tutto d’un pezzo, con la sigaretta tra le dita etc… Ho accettato di prendere parte a questo progetto per le tematiche trattate. In tutti i lavori che faccio cerco di puntare il dito su problematiche sociali, quali emarginazione, disagio sociale e di conseguenza violenza gratuita. In questo caso il personaggio che interpreto cerca di aiutare giovani adolescenti allo sbaraglio, cresciuti nella periferia milanese, privi di ideali, che fanno della violenza unica ragione di vita e che vivono le loro bande di appartenenza come una vera famiglia. Il mio personaggio incontra molte difficoltà nell’esercitare la sua professione al meglio, ostacolato spesso anche dai suoi superiori. Nello stesso tempo si trova a dover combattere con una situazione affettiva complessa che lo logora dentro giorno dopo giorno. Paradossalmente riesce in qualche modo ad aiutare gli altri ma non riesce ad aiutare se stesso.

Chi è Ilario Carvelli in poche righe e come nasce la sua passione per questo mestiere? Difficile rispondere a questa domanda poiché non amo particolarmente parlare di me anche se un attore dovrebbe farlo il più possibile. Preferisco che siano i miei lavori a descrivere che tipo di persona sono e lascio allo spettatore, che guarda e giudica, esprimere un parere prima sul personaggio che interpreto e poi sull’anima che sta dietro all’interprete. La passione per questo mestiere nasce casualmente. Una passione iniziata molto tardi, a 24 anni, grazie all’incontro con una compagnia teatrale venuta a mangiare nella trattoria di famiglia dove sono cresciuto e ho lavorato per molti anni. Diciamo che è stata la mia vera accademia di recitazione aggirarmi tra i tavoli con i piatti in mano rapportandomi ad ogni cliente in maniera diversa “Un primo o un secondo piatto, questo è il problema…”, una mia parodia Shakespeariana sul dubbio Amletico rivista in chiave culinaria che mi ha accompagnato per tanto tempo tra quei tavoli. Questa mia “dote” è stata apprezzata dal regista della compagnia che mi ha invitato a partecipare ad un suo stage. Da lì in poi sono stato totalmente contagiato da questa “malattia” chiamata recitazione e ho ampliato ovviamente in maniera più seria e tecnica la mia formazione attoriale con scuole private, seminari e stage. I miei primi spettacoli e personaggi li ho creati proprio nelle cantina di quella trattoria, tra bottiglie di vino e salami appesi. Ancora oggi tutto ciò che creo o comunque costruisco, lo faccio in quella stessa cantina. Gli amici più intimi e i collaboratori più stretti hanno avuto modo di respirare la magia di quei mattoni antichi.

Difficoltà e soddisfazioni: nell’arco della tua carriera hai sperimentato uno sbilanciamento nell’una o nell’altra direzione? Lo sbilanciamento per ora è netto! Prevalgono nettamente le difficoltà ma non sono certo queste un ostacolo per me. Anzi “purtroppo” per un carattere come il mio, sono un Ariete, maggiori sono le difficoltà e maggiore è la voglia di andare avanti. Certo non è così semplice a farsi come a dirsi… ma si tiene duro!

Il tuo mestiere è altamente competitivo ma cosa, a parte credo una notevole preparazione, può fare la differenza per un attore e farlo vincere sulla lunga distanza? “Il coraggio”. Non è tanto il coraggio che ci vuole per decidere di intraprendere questo mestiere, ma è il coraggio che ci vuole a portarlo avanti che fa la differenza. Non lasciarsi spaventare dalle piccole rinunce del quotidiano e le grosse rinunce a livello privato che spesso pesano come macigni. Soprattutto quando gli anni iniziano a passare. Ho letto da qualche parte un’intervista di un’attrice famosa che dice “L’Attore è un Gladiatore”, sono assolutamente d’accordo con questa affermazione!

Che bambino era Ilario Carvelli? Cosa sognavi e quale sogno hai ancora nel cassetto e vorresti realizzare? Quello che ero da bambino e ciò che sognavo è molto distante da quello che sono e sogno ora. Diciamo che ero un bambino come tanti altri che metteva il grasso alle scarpetta da calcio per renderle più morbide con la speranza di segnare un gran goal nella partita del giorno dopo. Parlando di oggi: un attore non può che vivere dei propri sogni altrimenti meglio cambiare mestiere. Sogno l’incontro che ti cambia la vita, il “grande” ruolo. Diciamo che si lavora costantemente e seriamente per arrivare a questo. Uno dei mie grandi sogni nel cassetto come attore è quello di portare sul grande schermo un mio progetto teatrale a cui sono molto legato per gli argomenti trattati “Il più lungo giorno” sulla vita di Dino Campana, poeta maledetto a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900. Questo credo sia il personaggio che ho interpretato a cui sono più legato. È come se Dino Campana avesse scelto me come tramite per manifestare, ai giorni d’oggi, tutto il suo malessere, la sua rabbia. Non mi sono innamorato tanto della sua poesia ma quanto della sua vicenda umana. Mentre a livello personale e privato il sogno che vorrei realizzare quanto prima è la paternità!

Prossimi lavori, progetti? Attualmente  sto concretizzando un progetto molto ambizioso e non semplice. Non posso dirti molto a riguardo per ovvi motivi, ma posso accennarti che si tratta di una sit com in stile Camera Caffè dove finalmente tornerò ad indossare i panni di un personaggio molto divertente visto che nasco come attore comico. Poi come ti accennavo a breve uscirà la web serie di cui si parlava in precedenza (gennaio 2015 salvo nuovi imprevisti di distribuzione). Inoltre proprio in questo periodo sta partecipando ad alcuni festival importanti a livello nazionale e internazionali, un corto dove ho partecipato come protagonista. Il corto si intitola “Tempi Morti” ed è diretto da Antonio Faglioni, un giovane regista a mio avviso molto talentuoso e coraggioso proprio per gli argomenti che tratta nei suoi lavori. Il mio ruolo in questo cortometraggio è quello di un casting director viscido che non ama il suo lavoro ma ciò che gli gira attorno, non posso dire altro a riguardo.

C’è mai stato nella tua vita un piano B, se non fossi diventato un attore? Io penso che fare l’attore sia sempre stato un lusso e sempre lo sarà. Per i meno fortunati, e siamo veramente in tanti, il piano B o meglio i piani B sono fondamentali ma non per il futuro, per il presente. Anche gli attori hanno le bollette da pagare, il mutuo, le visite mediche, etc… quindi comprendi benissimo cosa intendo per piani B da attuare nell’immediato presente soprattutto se non hai  ancora fatto quel salto professionale che ti permetterebbe un minimo di serenità.

Conosci il Ravello Festival, ci sei mai stato e che genere di musica preferisci? Quali sono i tuoi hobby quando non lavori e cosa ti fa perdere la pazienza? Al Ravello Festival non ci sono mai stato e spero si presenti presto l’occasione. Ultimamente lo sto apprezzando sempre di più grazie anche alla pagina Ravello Magazine. Spazio dalla musica classica al rock, al pop, ascolto molto la musica italiana e molte volte l’opera lirica mi ha accompagnato in alcuni momenti particolari della mia vita. Insomma mi piace spaziare tra i vari generi a seconda del mio stato d’animo. E gli sbalzi d’umore per un attore sono una costante, quindi tanti genere musicali diversi mi accompagnano. Non mi piace troppo la confusione, forse sono un po’ orso ma non sono un pantofolaio. Amo le cose molto semplici, le serate tra amici con del buon vino. Mi piace organizzare cene  e  di solito vizio parecchio i miei ospiti. Mi piace molto prendermi cura delle persone che amo, sempre se questo può considerarsi un hobby.

Il nome, se possibile, della persona che hai pensato la prima volta in cui sei salito sul palcoscenico o comunque in occasione del tuo primo lavoro? Non c’è un nome in particolare. Diciamo che ero troppo concentrato ad ascoltare il pubblico, le reazioni alle battute, il silenzio in sala. C’è silenzio e silenzio, lo capisci quando il pubblico ti sta seguendo o quando sta zitto per questione di educazione e basta.

L’intervista con Ilario Carvelli termina qui: a gennaio 2015, quando debutterà la web serie di cui è protagonista, mancano ormai pochi giorni, soprattutto di festa. Per tutti i suoi altri progetti, vige un comprensibile silenzio che non è quello del pubblico che sta zitto per educazione, ma quello di chi aspetta perché sa che c’è un tempo necessario per fare le cose nella maniera giusta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654