gennaio 20, 2015 | by Emilia Filocamo
Un pomeriggio a tu per tu con Enrico Ianniello, protagonista di Un Passo dal Cielo e a teatro con Un anno dopo

Venerdì 9 gennaio Napoli è ancora listata a lutto per la morte di Pino Daniele, insospettabilmente silenziosa, come se i rumori fossero involuti; il cielo è rosso di umidità e una pioviggine afosa e fastidiosa inzuppa leggermente le strade. Via Roma, Via Toledo, ho un orario ed un appuntamento e le grandi, colorate vetrine come riferimento per me che sono sempre un po’ fra le nuvole. Sono di spalle ed aspetto con i miei fogli e la mia penna, quando sento chiamare il mio nome. Mi volto ed Enrico Ianniello, si il Vincenzo Nappi, e attenzione a non mettere il suo cognome al singolare, insomma il commissario di Un passo dal Cielo, andato in onda la sera prima con un boom di ascolti, mi viene incontro sorridente, in forma ed il viso coperto da una barba leggera. Percorriamo qualche metro per raggiungere la Feltrinelli, tengo fede al suo passo snello e veloce, mentre mi racconta del Teatro Nuovo, crocevia di tanti interpreti importanti ed antico, più antico del San Carlo e sede dello spettacolo di Enrico Ianniello; nella vetrina della libreria stanno impilate e rosse le copie della sua ultima fatica letteraria “La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin”; dopo aver letto la soddisfazione da scrittore nei suoi occhi, ci dirigiamo in un bar lungo via Roma, quella sarà la sede della nostra intervista. I tavoli all’ingresso sono troppo indiscreti all’occhio attento dei passanti, decidiamo di spostarci al piano superiore, per maggiore riservatezza. Ordino un cappuccino, stordita ed emozionata, siamo a quasi due ore dall’inizio dello spettacolo Un anno dopo che si   terrà appunto al Teatro Nuovo alle 21 ed in cui Enrico Ianniello è protagonista con Tony Laudadio. Ci sediamo, estraggo dalla busta penna e fogli e cominciamo, Enrico Ianniello mi mostra le due pagine di un giornale dove si parla del grande successo di ascolti della puntata di Un Passo dal Cielo. Leggo le prime righe a velocità supersonica, nella prima si accenna al fatto che lui vive a Barcellona e questo spiegherà tante cose nel corso dell’intervista, individuo in neretto le domande fatte dal giornalista, e le immagino più interessanti e penetranti delle mie, tento di sbirciare. Poi lascio perdere. Perché adesso tocca a me.

Enrico ci parli del tuo romanzo: come nasce questa tua passione per la scrittura e da dove è arrivata l’ispirazione per un libro così particolare? Ho sempre scritto, per il teatro, ho scritto testi andati poi in scena, e ho tradotto molto dal catalano e dal castigliano proprio per il teatro. In verità ho sempre amato e curato molto sia la scrittura che la lettura, anzi il passaggio dalla lettura alla scrittura è stato quasi naturale. La trama del mio romanzo è frutto di fantasia, nessuna influenza, nessun contributo di sogni o suggestioni, è la storia di un ragazzino con le corde vocali da uccello che riesce ad inventare un fischiabolario, una sorta di vocabolario dei fischi e quello diventa anche  un modo per difendersi dai prevaricatori ed opererà, convincendo tutti, una sorta di vera e propria rivoluzione. L’ispirazione mi è stata dettata in realtà dalla voglia di restituire un racconto ammantato di incanto in un periodo ed in un’epoca in cui c’è tanto, troppo cinismo e disincanto. Ormai gli scrittori si dividono tutti fra autori di gialli o di erotica, e a proposito di questo ultimo filone, io paragono i romanzi erotici ai libri di ricette, chi li legge lo fa o perché non sa come si fa o perché se lo è dimenticato! E il messaggio del mio romanzo è innanzitutto un messaggio di speranza, è come se il mio protagonista dicesse “ricominciate a fischiare o sarete perduti”.

Parlando di Un passo dal Cielo e del suo successo, cosa ti piace del tuo personaggio, il commissario Vincenzo Nappi e in cosa ti distingui e, soprattutto, com’è lavorare sul set con Terence Hill? Mi diverte molto fare il mio personaggio, il fatto che abbia sempre la battuta pronta per sciogliere situazioni difficili con allegria è interessante, anche perché questa allegria non significa affatto superficialità o mancanza di attenzione, anzi! È proprio lui spesso, da napoletano e da meridionale trapiantato fra le montagne, a ribadire l’ordine e la necessità di affrettare le cose, durante le indagini, e trovo che questo sia un aspetto molto intelligente della sceneggiatura e di come è stato scritto e pensato il mio personaggio. Di certo non condivido la sua ipocondria, il rovescio della medaglia di questa grande simpatia di Nappi è il suo essere un po’ pesante a volte, cosa che non mi corrisponde affatto. Con Terence mi trovo benissimo, non ha solo una grande umanità, ma è soprattutto un grande professionista e vuole che tutti stiano bene sul set. Non a caso la serenità è quella che provano tutti arrivando, anche le new entry del cast.

È quello che infatti trasmettete anche a noi da casa: serenità, affiatamento. Si, infatti, il tutto si traduce in un vero e proprio risultato artistico.

Ci parli dello spettacolo di stasera, Un Anno Nuovo e di cosa ti aspetta dopo l’11, dopo l’ultima replica qui a Napoli al Teatro Nuovo? Lo spettacolo è stato scritto da Tony Laudadio con cui recito, con lui abbiamo un sodalizio innanzitutto affettivo, ci conosciamo dall’80. Abbiamo condiviso tante esperienze e tanti momenti, quindi si può dire che la maturazione del nostro rapporto di amicizia è stata trasposta in questo spettacolo, facendo leva proprio sui nostri cambiamenti. In realtà è come se dessimo agli spettatori un giocattolo smontato che va poi rimontato con l’aiuto degli attori. Il riscontro del pubblico è stato notevole, proprio stamattina leggevo di una bellissima recensione del Mattino, ma alla fine ci sarà una sorpresa un po’ amara, perché lo spettacolo si addentra nelle disillusioni e nei sogni che non si realizzano. Poi riprendo I Giocatori, uno spettacolo di Pau Mirò  che ho tradotto e che nel 2013 ha vinto il premio Ubu come miglior testo straniero, a seguire mi fermerò e mi dedicherò alla promozione del mio libro e poi lavorerò ad un nuovo progetto, Eternapoli, la riduzione teatrale del romanzo Di questa Vita Menzognera di Giuseppe Montesano.

Immagino tu conosca il Ravello Festival, ci sei mai stato? E quali sono i tuoi gusti musicali? Certo, ci sono stato due volte, la prima con lo spettacolo Magic People Show. Per quanto riguarda la musica sono un grande amante della musica classica, dei miei 300 cd, diciamo che un 250 sono di musica classica, ho una grande predilezione per Mahler. Ma ascolto un po’ di tutto, sono onnivoro, ed amo molto Sia.

Enrico Ianniello accenna il motivo di una canzone di Sia, una delle sue preferite, ma le mie conoscenze, lo ammetto, si fermano all’ultima, Chandelier e a My love, inserita nella colonna sonora del film New Moon.

A proposito di musica non posso non farti questa domanda: c’è una canzone di Pino Daniele a cui sei particolarmente legato? Come ho già detto alla Vita in Diretta, Pino è stato colui che ci ha dato le parole giuste per quando stavamo male. Ha dato voce a tutti i nostri stati d’animo, dalla sofferenza, alla voglia di libertà e ribellione.

Chi è Enrico Ianniello fuori dal set? Quali sono i tuoi hobby, le passioni e c’è qualcosa che proprio non sopporti? Le mie passioni sono quasi sempre legate al lavoro e si miscelano a quello, oltre che trascorrere il mio tempo libero con la mia compagna e mio figlio di 10 anni, mi piace rigenerarmi leggendo, andando al cinema o facendo passeggiate vicino al mare. Mi piace rigenerarmi perché altrimenti si corre il rischio di dire sempre le stesse cose. E poi mi piace anche cantare e suonare la chitarra, proprio il 31 dicembre ho cantato Chandelier di Sia con la mia famiglia.

Sai anche suonare la chitarra? Ah, sono il miglior chitarrista del mio appartamento!

E cosa ti fa perdere la pazienza? Ti dirò che sono una persona molto paziente, ma non sopporto negli altri la minima volontà prevaricatoria, la prepotenza.

Hai un figlio, se decidesse di intraprendere la tua stessa carriera ne saresti felice? Di certo non lo ostacolerei, anche perché nella mia famiglia non c’è il mito dell’attore e mio figlio vede bene tutti i giorni la fatica del mio mestiere e i sacrifici che si fanno.

Fai una dedica a Ravello Magazine? Auguro ai lettori di Ravello Magazine, quando aprono la pagina web del giornale, di avvertire la stessa sensazione che si prova affacciandosi su quel mare magari durante il concerto all’alba.

Sei mai stato al concerto all’alba? No, mai, purtroppo.

Ho letto una frase del tuo libro che mi ha molto colpita: chi canticchia, non ha sofferto, chi canta, ha sofferto. Tu hai più canticchiato o cantato? Ti dirò che vorrei che questo libro fosse il mio canto e non il mio canticchiamento, nella vita preferisco sempre e comunque cantare.

Dimenticavo: ci sarà un’altra serie di Un passo dal Cielo dopo questa? Enrico Ianniello, mentre per pura coincidenza nel bar la radio manda Chandelier, mi spiega che tutto dipende dagli ascolti, poi, con estrema spontaneità mi guarda e mi dice: scrivi così, “Foss a Maronn!”

Il tempo a mia disposizione è scaduto, ci alziamo, torniamo fra la gente, nella Via Roma che comincia a spopolarsi, Enrico Ianniello va in teatro per prepararsi, dopo una mezzora entro anche io, in attesa che Un Anno dopo inizi. Sono 75 minuti in cui Tony Laudadio ed Enrico Ianniello, rispettivamente Giacomo e Goffredo, impiegati grigi di provincia, uno sintetico e taciturno, l’altro gioviale, stanco della vita di provincia con il sogno di “andare lontanissimo” come a Roma o a Milano e perennemente su una montagna russa di conquiste femminili, ma con l’unico vero amore naufragato in matrimonio fallito, si raccontano. Trenta anni di vita insieme nello stesso ufficio, ad inserire dati, uno di fronte all’altro, ognuno con i propri sogni e i propri problemi, ogni anno scandito dal buio che precipita improvviso sul palco e da un commento musicale che ricorda la digitazione supersonica a cui si è spesso costretti dal lavoro negli uffici. Poi, ecco la sorpresa amara di cui Enrico Ianniello mi aveva avvertita, sorpresa che per me si è condensata in ammirazione per il talento del protagonista, anzi dei protagonisti e poi in lacrime. Lo spettacolo è la dichiarata riflessione sul modo in cui il tempo passa, spietato, trascinando in quell’enorme buco nero sogni e speranze. Goffredo non andrà mai a Roma, sparirà dalla scena, sciancato da un ictus, con i piedi che convergeranno l’uno contro l’altro per la malattia e sorretto dal compagno di ufficio. Resterà Giacomo a piangerlo, sulla sedia che lo ha imprigionato per 30 anni. Singhiozzante davanti alla luce gelida emanata dallo schermo del computer che, pochi istanti prima dell’applauso, chiuderà per sempre.

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