dicembre 14, 2014 | by Emilia Filocamo
“Una rassegna di cortometraggi d’autore” la proposta di Pietro De Silva per il Ravello Festival

Gli artisti sono imprevedibili, credo sia un refrain abusato, o comunque già sentito tante volte, gli artisti sono strani, sono imprendibili, sono “particolari”. Molteplici accezioni che rientrano tutte, più o meno di diritto e secondo la logica comune, nella categoria e nella definizione di artista. Gli artisti, ribatto, sono generosi. Una cosa di cui forse spesso, troppo spesso ci si dimentica. La gentilezza e la disponibilità con cui l’attore, commediografo e regista Pietro De Silva, che di certo non ha bisogno della mia presentazione o di una introduzione, mi ha dato attenzione e si è prestato a questa intervista, sono state incredibili. Di imprevedibile, sei di imprevedibilità dobbiamo in qualche modo comunque parlare, c’è stata la sua celerità nel raccontarsi dal momento del nostro primo contatto a qualche sera fa, quando, ha snocciolato e condensato la sua notevole carriera in queste risposte.

Attori si nasce o si diventa? E lei, perché ha cominciato? Qualche precedente nella sua famiglia oppure ha esordito lei seguendo il suo istinto e la sua passione? L’attitudine al mestiere dell’attore è un qualcosa che si possiede inconsapevolmente, è sopita dentro di noi senza che ne abbiamo piena coscienza, può subentrare in qualsiasi momento della propria vita. Nel mio caso ho sentito questa passione, giovanissimo, verso i dodici anni d’età, mi divertivo a recitare per i boy scout, brevi brani tratti da “Napoli Milionaria” di Eduardo (sono di origine napoletana).Vedevo che si divertivano pazzamente e la sensazione di stare su di un palcoscenico mi elettrizzava in maniera incredibile. Poi si è assopita fino ai 19 anni, quando prepotentemente è ritornata a galla: feci un provino nel 1974, leggendo un’inserzione su Paese Sera nel quale cercavano attori per una piece di Peter Weiss dal titolo “Marat Sade”, da allora non mi sono più fermato.

Quali sono state e sono le difficoltà maggiori del suo mestiere e quali le più grandi soddisfazioni? Le difficoltà per chi intraprende questo mestiere sono continue e costanti, tanto per citarne alcune: precarietà, esperienze non gratificanti, relazioni conflittuali, poca professionalità. Una sorta di corsa ad ostacoli durante la quale bisogna destreggiarsi per non cadere in logiche assolutamente irrazionali, in primis ad esempio, quella che colloca il talento fra le peculiarità più inutili per l’affermazione di un artista. Molto surreale e folle, ma,ahimè… tragicamente vero. D’altronde cosa ci si può aspettare da un paese che non conosce il termine “meritocrazia”?

Consiglierebbe oggi ad un giovane di intraprendere il suo mestiere, la sua carriera o, visto il momento, suggerirebbe di dirottare la passione e gli sforzi su altro? Non bisogna mai demotivare le nuove generazioni ma non bisogna, nello stesso tempo, incoraggiarle a palesi illusioni. Se sentono l’impellenza di cimentarsi e confrontarsi col palcoscenico, perché frenarli? Però, per aiutarli, bisogna sicuramente metterli in guardia dalle facili aspettative.

Lei ha una carriera di grande pregio e piena di lavori importanti: c’è fra tutti un lavoro che la rappresenta meglio e al quale è più legato? Nel cinema “La Vita è bella” e “Non ti muovere”, in tv “Il Capo dei Capi”, in teatro sono innumerevoli le rappresentazioni che ho amato.

Il complimento più bello che le è stato fatto? Ovviamente parlo dal punto di vista professionale. Più di uno, ma quelli più spassionati e veri non sono fatti di parole, spesso un silenzio attonito e uno sguardo commosso, valgono più di mille parole.

L’incontro professionale che le è rimasto nel cuore? Quello con Benigni ne “La Vita è bella” e mille altri incontri professionali con giovani registi pieni di entusiasmo e talento.

A cosa sta lavorando adesso? I suoi prossimi progetti? Sto girando un film in Puglia per la regia di Emanuela Piovano dal titolo “L’Age D’Or” che vede fra i protagonisti Laura Morante e Giulio Scarpati. Poi per quest’anno ho tre regie teatrali e la ripresa come attore di una commedia stupenda dal titolo “Nemici come prima”.

Visto il momento, il suo augurio al teatro italiano? Quello di svincolarsi definitivamente dalle stagioni fatte di soliti autori e soliti interpreti.

C’è un ruolo che ancora non ha interpretato e che resta un po’ il suo sogno nel cassetto? Don Chisciotte: mi dicono da una vita che sono la sua fotocopia!

Ha mai dei rimpianti? Forse uno: quello di non aver intrapreso la via cinematografica in notevole anticipo, rispetto a quella teatrale.

A chi vuole dire grazie oggi Pietro De Silva? Vorrei dire grazie alla mia caparbietà che nonostante le piccole e grandi avversità, mi ha consentito di raggiungere il più grande obiettivo ci si possa   augurare, quello della serenità e della felicità interiore. Un grande grazie alla mia ironia, che mi fa vedere tutto roseo, anche se a volte roseo non è. E poi un grandissimo grazie, il “grazie” più importante, a chi mi vuole bene nella vita di tutti i giorni e sono in tanti.

Conosce il Ravello Festival? E le piacerebbe assistere ad una serata? Non solo lo conosco ma avrei una gran voglia di inserire all’interno della vostra prestigiosa programmazione, una rassegna di cortometraggi d’autore per mostrare i nuovi talenti del cinema italiano emergente.

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