novembre 27, 2014 | by Emilia Filocamo
Una vita per il cinema, a tu per tu con Valerio Buccino, direttore del Montemario Film Festival

L’intervista al regista e direttore artistico del Montemario Film Festival è assolutamente spiazzante, non solo per la generosità con la quale l’artista si racconta, generosità condensata al nostro primo contatto in poche brevi battute che, di certo, non mi lasciavano presagire una simile ricchezza di contenuti e di aneddoti, ma anche spiazzante perché, alla mia mente, ha dato l’immagine di un uomo che, come l’ultima risposta di quest’intervista conferma, non sarebbe potuto essere altro che quello che è. Quando la passione è autentica, quando il fuoco che si avverte magari in tenera età con qualche solletico assolutamente diverso da quello che possono avere i propri coetanei è costante, allora nasce qualcosa di straordinario. Il mondo in cui Valerio Buccino mi accompagna lentamente, così come è il suo modo di produrre e realizzare, fatto di attenzioni costanti e di  scrupolosità, somiglia tanto a quello poetico raccontato da Nuovo Cinema Paradiso: solo che qui c’è una produzione che fa richiamo ad una cantina, una sorta di soffitta dei sogni e delle prelibatezze, dei ricordi e della riflessione, ci sono spezzoni di pellicola riutilizzati, una scatola di sardine adibita dal padre a macchina fotografica e tante altre cose che rendono il suo mestiere fascino e poesia. E poi, su tutto, l’entusiasmo inarrestabile, contagioso e la produttività incredibile.

La prima domanda nasce per una mia curiosità. Perché hai scelto il nome Cantina Digitale? Mi piace molto ma mi ha appunto anche incuriosita. Cantina Digitale nasce da un ossimoro, coniugare cioè l’idea di un luogo ristretto, non molto luminoso e polveroso, dove si conservano oggetti antichi ma tangibili, con un concetto intangibile preso in prestito dalla terminologia di Internet “il ciberspazio”: il dominio ormai incontrastato dell’elettronica (“Digitale”) nelle nostre vite. Questo crea anche, per l’appunto uno “spazio concettuale” dove le persone interagiscono tra di loro usando tecnologie per la comunicazione. Con questo nome era mia intenzione rendere un’immagine di un piccolo gruppo di professionisti che hanno abbandonato negli scaffali più alti della cantina le pizze contenenti la vecchia pellicola, e mediante l’uso delle nuove tecnologie, lavorano alacremente, senza soluzione di continuità, al generatore di sogni conosciuto come la settima arte e che risponde al nome di Cinema: insomma l’incontro di esperienze che vengono dal passato, attraversano il presente e guardano al futuro, fondendo e prendendo il meglio di tutto ciò sia a livello di esperienze, capacità, conoscenze, fantasia, cultura, in un luogo da carbonari però, che forse mal si addice alle immagini sfarzose, di megalomania che abbiamo degli Studios di Hollywood. 

Di cantine divenute poi luoghi creativi ce ne sono molte. Tantissime. La cantina per molti identifica ovviamente un locale non “confortevole” dove poter soggiornare, ma a guardare bene, vi possiamo trovare, oltre cose che non servono più, anche piccoli tesori nascosti: la storia ci racconta che tante idee e innovazioni sono nate proprio in questi tipi di locali. Il più noto è sicuramente Steve Jobs, e poi in Italia la cantina è spesso luogo di culto per la nostra cucina tipica, dove si conservano/degustano vini, formaggi, salumi, o vi si praticano, perché no?, attività culturali, un esempio? Andrea Cecchetti ha creato Cantina di Icario di Montepulciano: un luogo in cui far convergere esperienze diverse, in una logica di contaminazione continua e di ricerca multisensoriale, non solo legata al vino: vi si organizzano conferenze, presentazioni di libri, degustazioni, ma anche mostre dedicate alle arti visive e alla creatività italiana in genere, esiste addirittura un festival chiamato “cinema divino” che è organizza proiezioni di film all’interno di cantine sociali. Mancava però qualcosa perché il nome fosse completo, ed ho aggiunto la parola inglese “Entertainment” che può sembrare posticcia, ma è stata messa per rendere il nome internazionale: all’estero infatti Cantina Digitale non significa nulla e devo dire che è una parola ostica da usare per noi Italiani, visto che viene spesso scritta in modo errato.

Cosa vuol dire essere oggi un regista: quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano nel tuo mestiere e quali sono state per te le soddisfazioni che ti hanno permesso di crederci sempre e fino in fondo? Diciamo che c’è una netta differenza tra il regista che lavora per una produzione cinematografica industriale e quello che lavora per il cinema indipendente con budget spesso prossimi allo zero: nelle grandi produzioni il regista fa per l’appunto quello per il quale è stato chiamato a fare, per tutto il resto ci sono altre figure professionali che si incaricano di far girare gli ingranaggi per la realizzazione di un lavoro complesso quale la produzione di un film. Negli altri casi, generalmente, il regista è anche di solito anche il produttore e quindi finanziatore: esso diventa il nodo nevralgico, personalmente, spesso, lo vedo quasi come un amministratore delegato di un’azienda. 

Fare il regista di cinema indipendente oggi è difficile? Altro che. È vero che la tecnologia, ha dato la possibilità di raccontare la propria storia a molti, ma non basta però possedere una macchina da presa e un cavalletto, puoi arrivare a fare un cortometraggio con gli amici, ma avere in testa un’idea è una cosa, trasformarla in un prodotto finito è un’altra. La crisi che attanaglia da troppo tempo il nostro paese ha di fatto quasi fatto morire quella bellissima filosofia del cinema indipendente che univa un gruppo di artisti e li vedeva partecipare vivamente, attivamente alla riuscita di un progetto. Oggi purtroppo, nella maggior parte dei casi il tutto si riduce ad una mera questione economica, incontri spesso non più artisti ma operai che voglio timbrare il cartellino, spogliando così, di fatto, quella magia e unità di intenti che, se ben miscelata riesce a produrre film straordinari. Un esempio su tutti “Real Life” (Film autoprodotto dagli attori stessi e presentato al Festival di Venezia). Questo dovrebbe far riflettere molto. 

Che rischi si corrono? Operando in questo modo il livello dei prodotti è e sarà sempre più basso: chi ha il denaro produce, chi ha l’idea o il contenuto ma non il denaro no. Con questo non voglio dire assolutamente che nessuno si sogna di lavorare gratis ma chi ragiona così spesso non applica il giusto peso o misura: comprendo che esistono produzioni che pur avendo dei buoni budget fanno i furbetti e non pagano nessuno ma sta al singolo valutare con chi si ha a che. Insomma, il concetto che l’unione fa la forza non esiste più da nessuna parte, salvo rare eccezioni. Nel nostro piccolo mondo il contributo di tutti è fondamentale per la riuscita del progetto e nodo cardine è comprendere che tentare di fare cinema con budget limitati significa fatica, stress, sacrifico, sudore, impegno, stanchezza che non tutti riescono a sopportare, per poi magari vedere alla fine unicamente il proprio nome nei titoli di coda. Mi consolo con una citazione di un grande regista quale Martin Scorsese che ha detto “la bellezza, l’originalità della storia, di una pellicola è inversamente proporzionale ai soldi investiti” e se lo ha detto lui, dal momento che noi lo viviamo continuamente questo stato di cose, non possiamo che essere pienamente d’accordo con il maestro.

Perché diventare regista? Sei figlio d’arte, oppure tutto è iniziato con te, con una tua passione? Mio padre era un uomo straordinario e poliedrico, pittore, inventore, falegname e fotografo, nel dopoguerra lavorava alla filiale della Warner Bros di Roma e spesso si procurava spezzoni di pellicola inutilizzati e che usava per fare fotografie incredibili con una macchina fotografica fatta con una scatola di sardine e una lente di un monocolo come obiettivo! Forse aver respirato quell’aria dentro i depositi delle pellicole mi ha trasmesso questa sua passione, quindi, fin da quando ero bambino ho avuto sempre un rapporto continuativo con la fotografia e ho sempre avuto un’attrazione fatale per tutto quello che aveva un mirino, una lente. A  dieci anni riprendevo con una super 8 mio fratello che faceva le gare di ginnastica artistica, al liceo, la professoressa di Italiano mi diceva sempre che sapevo raccontare una cosa ma che non mi impegnavo molto, ma era già evidente che preferivo scrivere di altro anziché del Manzoni o del Leopardi perché intanto avevo già creato due sceneggiature. Frequentando un corso universitario di Graphic Designer ho avuto modo di conoscere dei docenti che ne tenevano uno sulla regia Cinematografica e Televisiva, è stato un colpo di fulmine che mi ha illuminato, alla fine del corso, dopo avere pregato i miei di farmi fare anche il corso di Regia (mi presero per matto), ero di nuovo all’università per frequentare quest’ultimo, la tesi era incentrata su come realizzare un documentario. 

Ci parli dei tuoi esordi, dei tuoi primi lavori? Mi fai parlare di preistoria perché sono fatti accaduti nel secolo scorso! dopo il diploma di regia mi resi conto che, realisticamente parlando, sarebbe stato molto difficile poter esprimere la mia creatività. All’epoca esisteva solo la pellicola ed era anche molto cara, il noleggio delle apparecchiature quasi impossibile, anche per una semplice cinepresa da 16mm ci volevano un sacco di soldi. Rimasi letteralmente estasiato quando, a quell’epoca, uscì “Ecce Bombo” di Nanni Moretti, perché sapevo che era stato realizzato con un piccolo budget, audio in presa diretta, girato con una 16mm. Abbandonai così il lavoro di regista a favore comunque di un altro lavoro creativo: scrivere sceneggiature. Era l’unico tipo di lavoro connesso al cinema che si può fare semplicemente con una penna e dei fogli. Con l’avvento delle prime videocamere analogiche ho iniziato a rispolverare il mio vecchio mestiere, ho girato diversi documentari sui viaggi per un importante tour operator di Roma e uno sull’Apostolato della preghiera dei frati Gesuiti, ma ovviamente il pensiero fisso era sempre quello: il cinema. 

Che cosa ti riporta al tuo amore? Un giorno mi arriva un invito per una manifestazione del Ministero degli affari esteri sul cinema e, visti i contenuti dell’evento, alcuni cortometraggi bellissimi altri non proprio di qualità elevata, decisi di riprovare a creare e produrre qualcosa di mio, aiutato finalmente anche dall’avvento delle videocamere digitali che facilitavano notevolmente i tempi e i costi di produzione. Da allora non mi sono fermato più: cortometraggi, tre lungometraggi (il primo non ha mai visto la luce, il secondo è stato passato diverse volte in televisione, il terzo è arrivato nelle sale cinematografiche), videoclip, showreel, e un documentario sulla storica corsa Millemiglia, ma, da bravo cineasta, ho collezionato anche tanti lavori che non hanno mai visto la luce.

L’incontro che, professionalmente, ti ha segnato o che comunque ha cambiato il tuo modo di vedere questo mestiere? Più che un incontro, dovrei parlare di studi fatti all’università su un mostro sacro, che ho sempre ammirato: Stanley Kubrick. Purtroppo non ho avuto modo di incontrarlo ma per me, rimane la principale fonte di ispirazione e punto di riferimento, una vera divinità. Definirlo un genio è riduttivo: andare a prendere un obiettivo che la NASA aveva usato per fotografare la parte scura della luna, modificarlo e usarlo nel film Barry Lindon con risultati strabilianti mi lascia ancora oggi senza parole. 

Allo stesso modo c’è stato un giorno sul set che ti ha entusiasmato particolarmente e che proprio non riesci a dimenticare? Diciamo che la cosa bella di questo lavoro è, che diversamente da tanti, non sai mai quello che ti aspetta! Di scene più o meno divertenti, ne avrei tante da raccontare: in un cortometraggio ambientato all’interno del comprensorio di Santa Maria della Pietà a Montemario (ndr Ex manicomio di stato a Roma e location di tanti film tra cui uno di Truffaut), c’era un attore di una certa età che indossava una vestaglia. Nelle pause girovagava tra i curiosi e ad alcuni fece credere che lui era l’ultimo malato di mente abbandonato lì dai tempi della chiusura del manicomio ricevendo anche qualche spicciolo che poi devolveva alla troupe in forma di caffè. Per un lungometraggio dovevamo girare una scena con due persone a bordo di una vettura, purtroppo, non avendo a disposizione una camera car attrezzata, abbiamo dovuto utilizzare una vettura scoperta, il problema era che, essendo questa una due posti, dovevamo stare in tre, io, l’operatore e l’assistente al fuoco in un unico sedile, le riprese sono venute benissimo, ma il problema è stato spiegare cosa stessimo facendo ad una pattuglia dei Carabinieri.

Qual è il tratto distintivo della tua regia, della tua tecnica, e se dovessi farti un appunto, trovarti un difetto, quale sarebbe? Dipende molto dal tipo di lavoro, comunque quasi mai mi avventuro a girare senza avere la sceneggiatura e lo storyboard. Non ho una tecnica particolare, per lo meno non sta a me dirlo. Mi piacciono le inquadrature particolari e inedite, inusuali, tutto dipende però, da cosa devo realizzare e il budget. Sono tacciato di essere lento come una lumaca nel produrre, ma questo deriva dal fatto che sono un perfezionista e quindi questo mi porta ad insistere magari su particolari e dettagli che tanti ignorerebbero. A volto risulto zelante e in alcuni casi anche un bel po’ rompiscatole perché cerco sempre di curare al massimo la fotografia, difficilmente sono uno da “buona la prima” e nei montaggi sono capace di assillare il montatore per ogni secondo di creazione del lungometraggio o cortometraggio. 

Il complimento più bello che ti è stato fatto? Ovviamente professionalmente parlando. Non voglio sembrare presuntuoso, ma se sei sicuro di quello che fai, se lavori bene, non hai bisogno dei complimenti, se poi vengono, quando sono sinceri e non di favore, ben vengano, accetto invece volentieri le critiche per cercare di migliorarmi sempre, critiche ovviamente costruttive e non futili, ovvie o banali come spesso capita.

Cosa pensi dei registi esordienti, dei talenti, soprattutto giovani, che spesso si muovono sul terreno del cinema indipendente? Hai qualche preferenza, c’è qualcuno che sta attirando particolarmente la tua attenzione? Ce ne sono diversi, spesso però le loro opere prime sono da “suicidio”: introspettive, personali, drammatiche, psicologiche, alla fine se devo dirla tutta “pesanti”, sfruttano troppo spesso il “facile” (nel senso che fa presa sul pubblico e le giurie) tema sociale, ma questo è un po’ il panorama del Cinema Italiano attuale e comunque non mi sento di dargli torto. In fondo ai festival spesso e volentieri vengono presi in considerazione e premiati solo questi tipi di cortometraggi spesso osannati come capolavori.

Il consiglio che daresti a chi vuole intraprendere questo mestiere? Cosa fare e cosa non fare assolutamente? Avere storie valide, originali ed essere innovativi. Nella valutazione di un lavoro, come direttore artistico del Montemario Film Festival, per me è fondamentale la storia, poi viene il resto, se hai una fotografia bellissima, attori eccellenti ma la storia è povera, il cortometraggio sarà solo una mera esercitazione di arte cinematografica, non lascerà il segno. Poi consiglio di  studiare sempre, non essere mai paghi di quello che si è ottenuto, essere sempre critici con se stessi, confrontarsi con gli altri, guardare all’estero e non pensare che il mercato Italiano sia un punto di arrivo ma di partenza, sperimentare, osservare le regole del linguaggio cinematografico per applicarle e per trovarne di nuove. Cosa non fare? Non essere umili e modesti. 

Qual è il sogno di Valerio Buccino ed è stato realizzato completamente, oppure resta ancora qualcosa nel cassetto? Diciamo che i sogni sono belli perché rimangono tali e si fanno ad occhi chiusi Ad occhi aperti avrei forse piacere di realizzare un lungometraggio con un omaggio al grande maestro della “Commedia all’Italiana”, Mario Monicelli. 

I tuoi prossimi progetti? Come per la domanda precedente, cerco di mettere i miei lavori non nel cassetto che è l’equivalente del “dimenticatoio”, ma nel raccoglitore delle sceneggiature pronte ad essere mostrate a produttori esecutivi eventualmente interessati. Anche qui non vorrei sembrare immodesto, ma diciamo che ho talmente tante idee che ormai sono conscio di aver realizzato che non mi basta questa vita per provare a produrne la metà. Ho in programma un cortometraggio, le puntate pilota di una sitcom e un telefilm d’azione, il completamento della stesura di un libro sul cinema indipendente, e un altro di ucronia (fantastoria) basato su fatti realmente accaduti durante il secondo conflitto mondiale e dal quale poi trarrò un lungometraggio. Continuerò a seguire la continua evoluzione dell’innovativa web community TEKTAG dedicata al cinema indipendente della quale sono uno dei fondatori, inoltre abbiamo già avviato la macchina organizzativa per la seconda edizione del MFF Montemario Film Festival del quale sono il direttore artistico e che si svolgerà il prossimo anno ad ottobre. 

Se non avessi fatto il regista, oggi saresti? Un regista.

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