luglio 31, 2015 | by redazione
Uri Caine il caos e il metodo

di Olga Chieffi

Convince la rilettura della sintesi gershwiniana da parte del pianista e compositore americano che si è presentato al Ravello Festival con il suo ensemble d’elezione

George Gershwin e il jazz, il jazz e George Gershwin: è una sorta di percorso circolare. Il compositore era convinto che nel sangue del popolo americano vi fosse una radice musicale da non trascurare e l’aveva individuata proprio nel jazz della sua gioventù. “E’ un genere di musica – diceva – vigoroso, forte, prepotente, talvolta volgare. Ma ha contribuito a far sì che lo sforzo compiuto dagli americani per creare una musica capace di esprimere il loro animo raggiungesse lo scopo e non ottenesse soltanto una riuscita momentanea. Sono persuaso – aggiungeva –che sia possibile prenderlo a fondamento di opere sinfoniche e di valore duraturo”. Uri Caine ha presentato alla LXIII edizione del Festival di Ravello il suo colto progetto su George Gershwin, una rilettura particolare della Rhapsody in blue e alcune gemme del suo celebrato song-book, un concerto elegante, svoltosi nella cornice ideale dell’Auditorium Niemeyer, sul cui parquet il pianista si è presentato con il suo ensemble composto dai vocalist Barbara Walker e Theo Bleckmann, Ralph Alessi alla tromba, Joyce Hammann al violino, Chris Speed al sax tenore e clarinetto, Mark Helias al basso e Jim Black alla batteria ed electronics. La musica di Gershwin è jazz? Non lo è? Il codice è jazzistico, manca forse crediamo, “la partecipazione da dentro” al mondo del jazz che Gershwin frequentava, e sapeva osservare con miracoloso acume, ma sempre dall’esterno e con distacco. Uri Caine ha guardato la Rhapsody dall’interno del mondo jazzistico, frammentandola, salvandone i capisaldi, ovvero il solo di violino, il glissando del clarinetto, il tema blues, la cadenza virtuosistica del pianoforte, il grandioso, evocando temi, strumenti, blue notes che noi perfettamente conosciamo e amiamo offrendoci facili e rassicuranti appigli, per poi partire col gioco dell’invenzione lasciando sgorgare da quegli stessi frammenti ritmi e stili rappresentanti di quelle minoranze, creoli, spagnoli, italiani, ebrei, latino-americani, che hanno fatto l’America e il jazz. Una Rhapsody che ha giustamente accolto al suo interno citazioni klezmer, un mambo, quel gioco di mutazioni, il voler a tutti i costi incarnare in uno stilema la concezione propria di ritmo che è parte integrante dell’estetica stessa del jazz. Così come una particolare idea di suono, resta un altro parametro che sollecita parallelismi con la ricerca linguistica del Novecento eurocolto, in cui tanto valore è attribuito al colore, al timbro. Un’idea di suono intesa come la voce personale degli artisti e riflettenti quella dialettica voce-strumento, strumento-voce con Caine alla guida di una formazione dal raffinato interplay, capace di allargare a proprio piacimento la tavolozza sonora, proiettando avanti il linguaggio, senza perdere di vista aspetti essenziali del campo artistico di appartenenza. Anche i songs sono stati giocati allo stesso modo tra la voce nera, calda e avvolgente di Barbara Walker, la quale è sempre riuscita ad imporre ai brani la propria prospettiva armonica e la propria intonazione ritmica, con un talento più da musicista che da interprete, le cui parole, i versi, appaiono con lei il semplice veicolo per una ricerca sonora che trascende dai significati, dalle sottigliezze semantiche, dallo scavo drammatico. Il suo senso profondo, vitale, d’intendere il canto, la reinvenzione del tema, è parso subito tangibile in lei, attraverso un controllo inquieto del materiale, su cui sa muoversi con libertà modulatoria, con fluidità danzante e uno swing peculiarmente rilassato, con aperture sempre calibratissime e giocate con un senso vivo del contrasto, mentre a Theo Bleckmann riconosciamo un grande uso del microfono e dei mezzi elettronici, che gli hanno permesso di spaziare dallo stile classico dei crooners alla trama minuta degli effetti, alternandosi con la Walker in evergreen quali Let’s call the whole thing off, But not for me, Someone to watch over me, J got Rhythm. Applausi scroscianti del pubblico e bis per tutti i musicisti per l’eccellente prestazione dell’intero gruppo, che ha reso possibile a tutti di sfoderare tranquillamente le proprie armi e di lanciare questa indimenticabile sfida.

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