novembre 19, 2014 | by Emilia Filocamo
Valerio Di Benedetto, Dylan Dog accanto a Milena Vukotic e Alessandro Haber, si racconta

La bellezza, da sola, colta come un fiore solitario, non si giustifica e non giustifica niente. Un bel corpo è una vetrina, un viso perfetto, interessante, è una sirena, un suadente richiamo. Ma poi c’è bisogno di altro: servono talento, disciplina, coraggio, tenacia, consapevolezza e quella dose da non trascurare mai di perfetta e non esibita umiltà. Valerio Di Benedetto, l’attore Valerio Di Benedetto, incarna tutti questi aspetti in maniera armonica: la sua bellezza non ha certo bisogno di essere ribadita in uno sterile + infinito a cui, per lavoro e per occasioni, sarà avvezzo, ma la consapevolezza con cui parla di se e della propria passione è piacevolmente disarmante. Intervistarlo è funzionale a questo scopo e mette in guardia subito dai facili cliché, dalle conclusioni scontate che farebbero subito annotare un’equazione di sterile autocelebrazione. Ancora una volta, ho la possibilità di imparare da un artista giovane e di talento e di comprendere quanta fatica ci sia dietro una carriera e quanti sogni che vanno con l’energia e la boria delle onde  più alte verso la meta, spesso rischino di infrangersi, talvolta, se sono tenaci, invece, di accarezzarla e possederla. Valerio Di Benedetto è un convinto sostenitore della necessità di non dover fare subito e per forza, ma di mettere da parte ciò che si è imparato, di presentarsi e di prendere l’occasione solo quando si è veramente pronti. Lui, entrato nell’immaginario con la “divisa”, camicia rossa e giacca nera, del personaggio che ha interpretato, il famoso eroe dei fumetti Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, non si compiace affatto in maniera patinata di questa occasione, ma snocciola il caso e l’avvenimento con la consapevolezza di chi ha guadagnato un traguardo, ma con i tempi necessari. Quando lo raggiungo al telefono, è appena rientrato da Anacapri dove si è tenuta la presentazione appunto di Dylan Dog, vittima degli eventi, film presentato già al Festival di Roma ed in cui il giovane attore dà il volto al celebre personaggio di Tiziano Sclavi, in una storia ambientata a Roma fra leggende e misteri irrisolti. Al suo fianco, il famoso assistente Groucho, interpretato da Luca Vecchi. Il progetto, scritto da Luca Vecchi e diretto da Claudio Di Biagio, è stato finanziato attraverso il crowfounding ed è già stato diffuso sul web da fine Ottobre. Importanti le partecipazioni e le guest di spicco, da Milena Vukotic (Madame Trelkovski) ad Alessandro Haber (l’ispettore Bloch). Cominciamo una chiacchierata sul filo del tempo che non sembra mai abbastanza e che, nel caso di Valerio, è scandito da partenze che si susseguono frenetiche.

Ci racconti chi è Valerio Di Benedetto in poche righe? E come nasce il tuo amore per la recitazione? Sei figlio d’arte? Tutto è iniziato con un corso di teatro che si teneva all’Eur, è stato mio padre a spingermi. Mi fa sorridere quando mi si chiede se sono figlio d’arte perché magari, non è il tuo caso, si pensa subito ad una raccomandazione. In realtà sono figlio d’arte nel senso che nella mia famiglia sono tutti musicisti, mio padre suona il pianoforte e mio fratello suona diversi strumenti. Una volta cominciata la prima esperienza, mi sono reso quasi subito conto che questo mondo mi apparteneva, così sono arrivati i laboratori, Teatro Azione e qualsiasi cosa mi permettesse di avere maggiore spessore e preparazione.

Sentirti parlare di necessità di preparazione e spessore è bello ed interessante e mi fa subito pensare ad un’altra domanda. Quanto conta il teatro nella preparazione di un attore e quanto è stato importante nel tuo caso, nella tua esperienza specifica? Il teatro è assolutamente importante e propedeutico, io uso spesso una metafora, facendo un confronto fra cinema e teatro. Sono due modalità diverse ma con un codice in comune, così come chi guida l’auto o la moto deve tener presente un unico codice stradale. È un passaggio obbligato per vari motivi che vanno dall’impostazione della voce al modo di occupare la scena e gli spazi con il proprio corpo e con i movimenti che ne seguono.

Ci racconti come sei arrivato ad interpretare Dylan Dog e tu eri già un appassionato lettore dei fumetti di Sclavi o hai cominciato in occasione del film? Sarò sincero, non ero un lettore di Dylan Dog e, per prepararmi al film, ho fatto una vera e propria full immersion, l’ho scoperto nel verso senso della parola e mi è piaciuto tantissimo. Tutto è cominciato perché Claudio Di Biagio aveva notato questa somiglianza fisica fra me e Dylan Dog e mi aveva proposto di fare questa cosa. Poi c’è stato un momento di stasi, in cui tutto è rimasto molto sul vago e sull’indefinito, fino a quando non si è deciso di dare una spinta definitiva al progetto. È stato presentato al Festival del Cinema di Roma, è già sul web dalla fine di ottobre, ma adesso stiamo cercando di “traghettarlo” il più possibile verso il pubblico grazie ad incontri con gli spettatori e ad eventi. Siamo stati ad Anacapri, lunedì 10 partiremo per New York, e poi sarà la volta di Teramo. La cosa interessante è che si tratta di appuntamenti che nascono via via, è tutto in fieri, in divenire. 

Cosa pensi delle web series che stanno cominciando a diffondersi con discreto successo anche in Italia? Sicuramente fino ad ora c’è stata molta attenzione per le serie provenienti dall’estero, ma ormai gli spettatori hanno capito che anche in Italia c’è un mercato interessante da questo punto di vista. Considero Dylan Dog – Vittima degli eventi, una sorta di spartiacque importante che permette di valutare quanto un prodotto realizzato con degli standard qualitativi alti, possa fare la differenza. Ecco, io sono un convinto sostenitore del fatto che non bisogna per forza fare, ma fare al momento giusto, quando ci si sente pronti e, soprattutto, bisogna avere l’umiltà di ammettere che si è magari iniziato da poco. Nel mio caso specifico io ho fatto 4 anni di laboratorio e 2 di Teatro Azione, ma mi sono presentato in un’agenzia solo dopo 5 anni perché ritenevo di essere pronto in quel momento, è una forma di rispetto innanzitutto nei confronti degli spettatori, ma poi anche nei miei.

Qual è l’incontro che professionalmente ti ha segnato positivamente? A parte sicuramente lavorare con Claudio Di Biagio, l’emozione più grande è stata quella di avere l’occasione di lavorare in Dylan Dog con la grande Milena Vukotic, una donna che è stata al fianco di grandi come Fellini, non certo l’ultima arrivata. Con lei sul set ho capito cosa significhi davvero la professionalità, è stata sempre a disposizione di tutti, pronta a dare il massimo anche quando era fuori campo nelle inquadrature. Di un’umiltà disarmante e non si è mai risparmiata, mai, con una dedizione ed un impegno encomiabili.

Il consiglio che senti di dare magari ad un giovane come te che vuole intraprendere il tuo stesso percorso? Sai non mi sento di dare consigli in direzione del fare o del non fare, anche perché ciascuno di noi ha il proprio percorso. Posso suggerire certo di non tentare l’impossibile, ma nemmeno di porsi troppi limiti perché, spesso, siamo noi per primi a porci dei paletti. Bisogna affrontare tutto con impegno e grande umiltà, dirsi oggi posso fare 2 passi, non 12 perché farne 12 tutti insieme significherebbe bruciarsi. Questo mestiere è come una palestra, o come la preparazione ad una maratona: non puoi correrla senza la giusta preparazione fisica. 

Cosa ti aspetta dopo Dylan Dog? Fra la fine di novembre e dicembre girerò una serie con Luca di Giovanni e a marzo sarò in scena con Joseph Conrad – Cuore di tenebra. Ci sono anche altri progetti in preparazione ma, al momento, questi sono quelli più vicini e certi.

Se Valerio Di Benedetto non fosse diventato un attore, oggi sarebbe? Hai qualche altra passione? Si, certo: due. Sarei diventato un fumettista, da bambino amavo molto disegnare, poi ho corroborato questa passione partecipando a varie fiere. Quindi, in un certo senso, il fumetto era comunque nel mio destino. Oppure, e non chiedermi il perché, mi sarebbe piaciuto essere un falegname. 

A chi vuoi dire grazie oggi? Sarei scontato nel dire grazie alla mia famiglia o a chi mi ha sostenuto, amici compresi, ovvio che il primo grazie vada a loro. Dico grazie a me stesso in verità e lo dico per la tenacia che ho avuto anche nei momenti catastrofici di questo mestiere, nei fisiologici alti e bassi.

Come ti vedi fra 20 anni? Sai, ho difficoltà a guardare oltre stasera, nel senso che nemmeno so cosa mangerò a cena, tuttavia il mio obiettivo è vivere di questo mestiere e continuare ad avere la stessa capacità di scegliere in base non solo ai miei gusti, ma alla qualità del lavoro. Fino ad ora devo dire che sono molto soddisfatto delle scelte fatte.

Un’ultima curiosità, Valerio: Dylan Dog è l’indagatore dell’incubo. Qual è il tuo peggior incubo o quale la tua paura più ricorrente? Sarò ripetitivo, ma per me l’incubo peggiore sarebbe perdere di vista questo obiettivo, l’angoscia che spesso mi attanaglia, nei momenti di riflessione, è che possa perdere l’entusiasmo e la voglia di portare avanti questo sogno malgrado tutti i problemi e le difficoltà che il percorso ti pone, inevitabilmente, davanti.   

Siamo alle battute finali di questa intervista. Quando, chiudendo, dico a Valerio Di Benedetto, che lo avviserò per la data di pubblicazione dell’intervista, lui si scusa, dicendomi che sarà difficile reperirlo al telefono nei giorni che seguiranno e di avvisare quindi il suo ufficio stampa. Sta procedendo davvero a giri vorticosi e cerca di incastrare tutto, dalle interviste agli impegni, alle presentazioni. Ci lasciamo con un in bocca al lupo, mentre immagino sia pronto a “condensare” i suoi sogni in formato valigia: una valigia in cui magari non mancheranno una camicia rossa, un paio di numeri di Dylan Dog ed un destino che aprirà, fra pochi giorni, la bocca oltreoceano, a New York.

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