luglio 6, 2015 | by redazione
Vasco Rossi e Ute Lemper due voci senza regia

di Ugo Leone (da La Repubblica ed. Napoli del 6 luglio 2015)

Eventi in contemporanea in Campania: ma la cultura richiede organizzazione. Non eravamo molti venerdì sera al Belvedere di Villa Rufolo a Ravello al concerto (splendido) della splendida Ute Lemper (The 9 Secrets). Non eravamo molti e il disappunto lo si comprendeva abbastanza chiaramente nelle parole con le quali Stefano Valanzuolo, direttore artistico del Festival di Ravello, ha presentato al pubblico questo importante evento in prima rappresentazione in Italia. Lo ha fatto, Valanzuolo, allargando il discorso e il disappunto dalle partecipazioni agli eventi (molti di straordinaria importanza e di potenziale gran richiamo) di Ravello al più generale contesto del modo in cui viene trattata e promossa la cultura nella nostra regione. Certo sul concetto di cultura e sul modo in cui si può legittimamente intenderne le manifestazioni si può molto discutere e non è facile concordare. Venerdì sera, ad esempio, quasi in contemporanea di orario si svolgeva a Napoli il concerto di Vasco Rossi per partecipare al quale c’era chi, venuto da lontano, dormiva all’addiaccio da lunedì mattina.
Mentre personalmente per Ute Lemper ero arrivato a Ravello, qualche ora prima del concerto, avevo ripassato le meraviglie di questo posto, poi sono entrato tranquillamente in Villa Rufolo.
Mi sono accomodato ai miei posti e ho goduto oltre due ore di musica, suoni e voci eccezionali mentre di fronte, alle spalle del palcoscenico, anche questa in straordinaria contemporaneità, una piena luna rossa, poi sempre più chiara, si alzava in cielo a partecipare.
Sul concetto di cultura, nel caso specifico di cultura musicale, non si può discutere emettendo giudizi su quale musica o voce sia meglio di un’altra. Evidentemente Vasco Rossi non è Ute Lemper e, d’altra parte, se i 56.000 “in delirio” allo stadio San Paolo avessero scelto di delirare per l’artista tedesca, ci sarebbero volute 56 villa Rufolo per accoglierli.
Cultura è quella, cultura è questa. Forse, però, sulle diversità dell’acculturamento ci si potrebbe intendere. E in questo caso mi sembra legittimo chiedere e pretendere un diverso e più attento impegno da parte di chi nelle varie sedi istituzionali è chiamato a guidare le sorti delle manifestazioni culturali veicolando investimenti e messaggi che orientano scelte e deliri in un senso o in un altro.

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