maggio 11, 2016 | by Emilia Filocamo
Ve la ricordate Hillary a Ravello? Andò a un concerto del maestro Vlad

Un pantaloncino chiaro   a righe verticali e sopra uno chemisier scuro, un paio di orecchini in micro perle dal sapore retrò – Magna Grecia: a 17 anni non puoi forse sapere cosa è giusto indossare per una serata evento, ed intendo i 17 anni del 1994 che non sono i 17 anni del 2016,  dei whatsapp e della connessione alleata.  C’è l’ansia dei grandi momenti, un’ansia fiume che ha rotto gli argini, dopo una settimana, proprio nella cruna di Luglio, c’è   una Ravello blindata ma accogliente come un forziere che si lascia sbirciare. Generosa come sempre, Ravello  permette ai grandi della terra   di lasciarsi assaggiare, masticare  e ha questo straordinario talento di  fermarsi  in bocca  con una fame perenne che costringe al ritorno, o addirittura alla permanenza. Ne sapeva qualcosa, anzi più di qualcosa, l’uomo abbarbicato nella roccia della Rondinaia, Gore Vidal, lo scrittore che proprio da Villa Rufolo, da Ravello, scelta come seconda casa, si lasciava andare alla considerazione del panorama visto dai giardini, quando magari in una mattina d’inverno non è più possibile distinguere all’orizzonte il mare dal cielo. Tutti qui, tutti a Ravello, chi prima, chi dopo, chi per   sempre. E’ estate: è musica nei giardini tutti Mediterraneo, dedali escheriani e amori impossibili; a Napoli c’è il G7, ma Ravello è come   l’isola che non c’è, l’Itaca che ha il mare solo ai piedi e preferisce restare asciutta, la meta proibita ed accessibile, il vello d’oro e  la coperta rassicurante.  La Terrazza del Belvedere di Villa Rufolo, prua pergolata,   angolo accogliente come una cuccia  bordata di fiori, con un corrimano di fioriere e balaustre che puntano dritto dritto sul paradiso, l’ 8 luglio del 1994, nella sera dell’ 8 luglio del 1994, è tutta guardie del corpo, abiti da sera, personalità, controlli, eleganza, musica e stupore. Irripetibile, forse. Ma Ravello, Ravello e Villa Rufolo sono abituate ai sogni, sono fatte di sogno e accolgono nel proprio ventre ciò che altrove sembra impossibile: Hillary Clinton, nel suo abito   turchese,  è un’apparizione dosata, calibrata.  Rediviva Jackie Kennedy, (del cui passaggio ci sono reliquie qui e lì nella Ravello che l’altra first lady tanto amò, come testimoniano foto in   bianco e nero che qualche bar e qualche cittadino ancora conservano),    assisterà al concerto di musiche di Shubert diretto dal Maestro Alessio Vlad. Il clima è mite  è l’estate e ancora quella  che si chiama tale,  i ricordi sono soffusi, sfocati ma imperturbabili: folla, polizia, calici e tintinnare di bicchieri, una Babele ordinata ed elegantissima, Domenico Spetrini,  sindaci e  tutori della legge,   il compianto Vito Mirra che mi sprona perché mi avvicini alla First Lady e le porga la mano durante il buffet elegantissimo destinato agli Ospiti. E poi ci sono   il  disagio ed il mio costante  indietreggiare come se fossi fuori posto  e  su tutto Ravello, archi e quell’odore persistente di gelsomini e fiori che schiudono alla sera, adesso come allora. L’8 Luglio del 1994   era una serata di musica, di concerto, di Hillary Clinton e di eccezionale, di incanto, di unico, di qualcosa che  ancora oggi si racconta sgranando gli occhi, mentre altrove,   a distanza di ore e di Oceano, quella stessa donna tuona le proprie ragioni e punta al ritorno alla Casa Bianca, questa volta in un’altra veste, quella che forse le sta meglio. Alle ventidue e trenta circa, se la memoria mi è sufficientemente amica, la magia di quell’8 luglio era ufficialmente finita: Ravello si è struccata con la praticità che le è propria da quell’appuntamento che resterà nella storia.  Tutto rimane non solo nella cronaca, nei ricordi di chi c’era allora, di chi c’era allora ma non oggi, di chi lo ha voluto, di chi lo ha testimoniato: credo sia rimasto   da qualche parte   nascosto  a Villa Rufolo, nonostante il tempo abbia  cambiato  i volti, democraticamente sia  dei grandi che della gente comune.  Ravello è un turibolo, è Villa Rufolo l’aspersorio da   conquistare alla fine del dosso della piazza:  tutta   puntellata di “ alberi maestri” che sussurrano storie e nomi in un incessante Rosario, e  con la chiglia stabile  verso nuovi incanti.

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