luglio 19, 2014 | by redazione
Villa Rufolo, storia, archeologia e restauro

da Territori della Cultura rivista a cura del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello*

L’ascesa dei Rufolo di Ravello, famiglia di proprietari terrieri, commercianti, banchieri e funzionari regi, iniziata nell’XI e culminata nel XIII secolo, è ben raccontata da quella che fu la loro dimora, edificata all’apice della loro potenza, e che costituisce uno dei massimi esempi di architettura palaziale d’epoca medievale sita nella Costa d’Amalfi. D’altra parte, la fama dei Rufolo «procaccianti in arte di mercatanzia» è stata, com’è risaputo, eternata dalla novella che Giovanni Boccaccio dedicò a Landolfo Rufolo nel suo Decameron, ispirata durante il soggiorno dello scrittore a Napoli presso la corte di Roberto d’Angiò negli anni tra il 1327 e il 1340, in cui visitò anche la «cittadella» di Ravello. Il palazzo-giardino di chiara 1impronta islamica, caratterizzato da un sincretismo stilistico che al classicismo unisce la componente bizantina, normanna e arabeggiante di ceppo moresco, risale, nelle sue fabbriche principali, al XIII secolo, poco prima della rovina della famiglia, avvenuta a seguito dell’accusa di alto tradimento mossale da Carlo d’Angiò, regnante di Napoli, dopo i Vespri Siciliani (1282). L’accesso alla villa, prospiciente la Piazza del Duomo, avviene attraverso l’arcata ogivale della Torre d’ingresso, il cui vestibolo è sormontato da una cupola a ombrello, ornata sul tamburo da archetti acuti in tufo grigio di Nocera intrecciati, sostenuti da colonnine binate. Da qui si accede, attraverso un vialetto ombreggiato da cipressi e rampicanti, al Chiostro moresco. Di pianta rettangolare, esso si sviluppa su tre bracci, in cui nella parte inferiore si susseguono per ogni lato tre archi a sesto acuto, sormontati da un loggiato di colonnine binate, decorate con intrecci di tufo grigio e annodamenti a palmette. Il livello superiore, con tre oculi per lato, è decorato da un fregio di colonnine tortili binate 2in terracotta. Il quarto lato del chiostro è del tutto mancante, a seguito del crollo avvenuto alla fine del XVI secolo, mentre ai primi anni del XVIII secolo risalgono le strutture di rinforzo attualmente esistenti, volute dai nobili D’Afflitto, a quella data proprietari del palazzo. Prossima al chiostro si innalza la Torre Maggiore, o donjon, databile al 1280 circa, alta trenta metri e suddivisa in tre piani. Al secondo livello si aprono due eleganti bifore per lato, mentre in prossimità della sommità si aprono nella muratura tre grandi oculi incorniciati da pietre di tufo grigio sormontati da una fascia orizzontale di colonnine binate in terracotta, che creano un vivace gioco cromatico. Lo stesso modulo architettonico della Torre d’ingresso si ritrova nel padiglione del giardino, la cosiddetta Sala dei Cavalieri, dagli enormi archi a sesto acuto. La sala, molto 3probabilmente collegata originariamente alla Torre Maggiore e alle mura laterali, era forse coperta da una cupola a nervature, recante nella parte sommitale un oculo per ricevere la luce naturale. Ai lori piedi si sviluppa su due livelli il Giardino, esaltazione del romanticismo ottocentesco, che Nevile Reid disegnò avviando una vera e propria scuola, che è arrivata ai giorni nostri attraverso le mani sapienti dei discendenti del gruppo originario di giardinieri. Uomo di grande cultura ed amante dell’arte, fece restaurare completamente il palazzo ed i suoi giardini nel pieno rispetto delle preesistenze, affidandone i lavori alla direzione di Michele Ruggero, architetto e archeologo. Reid, inoltre, raccolse libri, quadri e sculture antiche, medievali e di età moderna, tutt’ora conservate nella Villa, allestendo un piccolo museo Antiquarium all’interno della dimora e disseminando vari marmi nel giardino, il cui gusto pittoresco ispirò Richard Wagner per il suo “giardino incantato di Klingsor”, perfetta scenografia per il suo Parsifal. Il giardino ha subito nel tempo, in particolare nel XX secolo, diversi interventi demolitivi: dalla confisca durante la Seconda guerra mondiale per opera degli inglesi, all’avvento di vari fenomeni naturali, come il nubifragio che si abbatté nel 1954 sul litorale, fino alla costruzione della strada provinciale nel 1955 che ne distrusse la parte alta. Scendendo lungo il lato settentrionale di quest’ultimo, inoltre, si incontrano i resti dei balnea, area destinata alle cure termali e già presente nella costruzione originale della Villa, riemersa grazie agli scavi archeologici degli ultimi venti anni. Ai piedi della scaletta che immette nei giardini inferiori, si incontra la zona dei bagni (hammam), di tradizione islamica, il cui interno coperto con una volta a cupola costolonata conserva ancora perfettamente integri i resti delle canalizzazioni d’acqua. Attraversando i giardini, si arriva alla scala che immette nel livello più basso dell’intero complesso. In fondo al percorso si trovano gli ambienti inferiori della residenza e si può ammirare lo sviluppo del colonnato che sorregge il Chiostro, sul cui lato orientale si estendono gli ambienti oggi adibiti a Teatro e oggetto di recenti scavi e restauri. Risalendo ai giardini, si arriva in un angolo ricco di piante esotiche e secolari su cui si affaccia la Sala da Pranzo, coperta da volte a crociera sostenute da colonne semplici di reimpiego, a gruppi di tre o di quattro. Oltre la Sala, attraverso un sottopassaggio, si ritorna al Chiostro per ripercorrere il viale verso l’uscita. All’esterno delle mura, è possibile ammirare i fregi che adornano la Cappella, un tempo dedicata alla Santa Croce, che originariamente aveva molto probabilmente la funzione di secondo ingresso e di foresteria, caratterizzata da una grande sala a pianta rettangolare coperta con tre crociere a sesto acuto. Si conclude, con il 1892, anno della morte di Reid, il momento di massimo splendore della villa. Il complesso medievale andò in eredità a un nipote di Reid, Sir Charles Charmichael Lacaita, e poi alla sua vedova in seconde nozze, Antonietta Maria Adolfina Haefele in Tallon che la alienò nel 1974, assieme a tutti i beni mobili (urne cinerarie, vasi in bronzo, suppellettili, quadri, libri e mobili) e anche alcuni 4immobili, all’Ente Provinciale per il Turismo di Salerno. L’Ente Provinciale per il Turismo di Salerno e la Soprintendenza BAAS di Salerno e Avellino hanno dato vita ad una serie di campagne di scavi e di restauri negli anni 1988-1999, che mise in luce una serie di ambienti ad ovest del Chiostro, crollati probabilmente nel Cinquecento, e i Balnea, molto probabilmente trecenteschi, ad est dei giardini. Uno degli eventi che ogni anno rafforzano il nome di Villa Rufolo in Italia e nel mondo è stato la riproposizione dei Concerti Wagneriani, che si è prorogata ininterrottamente durante la stagione estiva a partire dal 1953. Il rilancio del sito, infine, è avvenuto con la presa in gestione da parte della Fondazione Ravello nel 2007, grazie alla quale ha preso il via un ambizioso progetto di valorizzazione e restauro del complesso monumentale di Villa Rufolo in cui sono inserite le nuove scoperte archeologiche e i nuovi progetti per il rilancio del monumento simbolo del Medioevo in costa d’Amalfi.

LE NUOVE SCOPERTE

Nell’ambito del progetto portato avanti dalla Fondazione Ravello per la valorizzazione del complesso monumentale di Villa Rufolo sono stati realizzati alcuni lavori di risistemazione all’interno del monumento ravellese. I lavori hanno interessato il giardino–limoneto, adiacente agli ambienti “Teatro”, e i giardini denominati “vigneto”, lungo la rampa di accesso ai terrazzi soprastanti la “Sala dei Cavalieri”. Le operazioni di scavo hanno messo in luce da un lato una struttura probabilmente antica e rimaneggiata nel corso dei secoli, e dall’altro una sepoltura animale di epoca ottocentesca. Il giardino-limoneto, oggetto del primo intervento, si trova al livello inferiore del complesso di Villa Rufolo e confina ad ovest con via Orso Papice, a nord e ad est con le strutture della villa stessa e a sud con un altro giardino adibito precedentemente a serra. Le attività di restauro negli 5anni Novanta avevano già interessato parte dell’area, come si evince da una nota dell’allora Soprintendente BAAAS di Salerno e Avellino architetto Martines e da alcune foto dei lavori eseguiti in quegli anni, in cui viene descritta “una grande cisterna” di epoca precedente all’area occupata dai forni per la panificazione ed immediatamente soprastante. Martines asserisce che «la cisterna, che raccoglieva l’acqua da nord e la scaricava dal troppo pieno verso quella a sud ospitata nel limoneto, era stata oggetto di restauri prima della costruzione dei forni soprastanti, con l’elevazione al suo interno di due pilastri che dovevano rinforzare il solaio. Evidenti sono i rappezzi operati sull’intonaco idraulico a tamponare le lesioni» [Archivio Soprintendenza BAAAS di Salerno e Avellino]. Martines, si riferisce con molta probabilità all’attuale cisterna inglobata all’interno degli ambienti denominati “Teatro”, ma accenna anche ad una ulteriore cisterna ospitata nel Limoneto a sud. Nonostante la limitatezza dell’area interessata allo studio, grazie ai rinvenimenti e alla loro lettura strutturale e stratigrafica, è stato possibile ricavare dati di notevole rilevanza, nonché operare una ricostruzione cronologica dell’attività antropica e dei fenomeni naturali succedutisi nell’area. L’indagine ha messo in luce una struttura a pianta rettangolare (9×5 m ca.) con orientamento nord-ovest e sud-est, svuotata dal materiale di riempimento da cui era completamente obliterata e composto da terreno frammisto di radici, ceramica comune, ceramica smaltata decorata, maioliche di epoca recente oltre a frammenti ossei e un capitello intero ascrivibile ad età tardo-antica. Il capitello è di forma tronco-conica con fogliame che parte dalla base e sale lungo gli angoli ed è sormontato da un abaco di forma rettangolare. La struttura presenta angoli interni arrotondati, e tutte le facce interne dei muri presentano intonaco di tipo idraulico di colore bianco di buona qualità con la presenza all’interno dell’impasto di pomici, elementi quarzosi e mica. L’intonaco ha uno spessore di circa 3,5/4 cm. Oggi la vasca si presenta chiusa su tre lati, mentre il quarto, anch’esso originariamente chiuso a nord-est, e oggi conservato soltanto per circa 80 cm di altezza e doveva funzionare da barriera per altri ambienti: si conserva infatti parte di un piano di calpestio in laterizio di forma pressoché quadrangolare in cattive condizioni, legato da 7malta di buona qualità. Nell’angolo nord-est in una fase successiva all’impianto originario è stata costruita ed addossata alle pareti una vasca di piccole dimensioni (0,60×1,40 m), di cui non si comprende la funzione, collegata ad un canale esterno e ad una bocca dalla quale fuoriusciva l’acqua. Il fondo della vasca di raccolta/cisterna risulta per lo più integro e presenta un canale per lo scolo delle acque reflue. Il canale è stato svuotato e ha restituito il piano originale di sedime su cui poggia la struttura: un paleosuolo argilloso e sterile di colore rossastro. Risulta probabile che con la dismissione dell’ambiente dalla sua funzione originaria, la struttura sia stata adattata alle nuove esigenze abitative. Viceversa,nell’angolo opposto è stata costruita una sorta di nicchia di cui non si conosce la destinazione d’uso. La muratura è spessa (50 cm ca.), costruita secondo la tecnica della muratura a sacco senza nucleo interno mediante pietre vive di diverse dimensioni legate da malta cementizia di buona qualità. La bontà dello stato di conservazione dell’apparecchiatura muraria è dimostrata dal fatto che la struttura è stata utilizzata come base per la costruzione del muro di confine con la strada comunale, presentando ancora in alcuni punti i fori di travicelli dell’originaria impalcatura lignea. Non vi è alcuna traccia né di bocche di approvvigionamento, né di fori sul fondo. Lo studio preliminare della ceramica, rinvenuta nell’unico blocco di terreno di riempimento, si staglia cronologicamente su arco temporale che va dal XIII al XVIII secolo d.C. Si tratta per lo più di ceramica comune, verosimilmente appartenente a forme aperte e a forme chiuse di grosse dimensioni (anfore da derrate alimentari o comunque contenitori per la conservazione di alimenti), ceramica comune da fuoco, smaltata bianca e maioliche decorate di epoca ottocentesca. Alcuni frammenti rinvenuti invece appartengono alla classe ceramica della graffita con decorazioni 8fitomorfe di colore bruno e verde su invetriatura di colore giallo e graffita, ed alcuni appartenenti alla classe ceramica dell’invetriata in bruno e verde con decorazioni a coppie di spirali a S (cd. “spiralware”). Il range cronologico per questo tipo di classe ceramica a Ravello è databile tra il XII e il XIII secolo d.C., quindi coincidente con la fase originaria dell’edificazione del complesso palaziale. La ceramica ottocentesca, di tipo “smaltata decorata”, presenta forme per lo più chiuse e oggetti di arredo, come portacandele e appliques in forma di frutta. In definitiva, le caratteristiche principali del rinvenimento possono essere così riassunte: il volume portato alla luce era una vasca di raccolta/ cisterna, collegata probabilmente al sistema idrico che alimentava tutta la dimora e faceva parte dell’impianto originario dell’intera struttura. La cisterna è stata utilizzata fino ad un periodo imprecisato, forse coincidente con la costruzione dei forni soprastanti e utilizzata con funzioni ambivalenti fino al loro definitivo abbandono. Presumibilmente la funzione non era di captazione delle acque ma solo per il loro deflusso verso sud, il tutto è verosimilmente spiegato con la connessione alla cisterna sottostante i forni. Della copertura, probabilmente crollata in epoca recente, se ne leggono ancora le tracce sulla muratura immediatamente soprastante e sulla quale è stato edificato il quartiere dei forni. I rimaneggiamenti successivi hanno creato notevoli difficoltà nella lettura stratigrafica dell’impianto e la sua possente muratura è servita alla costruzione dei muri di confine della proprietà con la via comunale. La zona a verde destinata oggi a vigneto, accessibile da una scala posta nei giardini superiori e adiacente all’ambiente denominato “grotta” e oggetto del secondo intervento, si trova ad un livello più alto dei giardini superiori. L’area non è accessibile al pubblico e confina a nord con via Episcopio, a est con i giardini di Villa Episcopio, a sud e a ovest con le strutture della villa stessa. L’area è stata interessata nei secoli XVI e XVII da crolli strutturali pertinenti agli ambienti presenti, e successivamente dai lavori di risistemazione eseguiti per Reid che hanno portato alla costruzione di terrazzi per la creazione del giardino di tipo romantico inglese. Durante la ripulitura dell’area sono emersi segmenti murari con accenni di volte e tracce di setti murari. Con la rimozione di un primo strato di terreno vegetativo nell’area della rampa di accesso, è venuta alla luce una struttura muraria di dimensioni 1,15×0,45 m di forma pressoché parallelepipeda, costruita riutilizzando 11il materiale di risulta dei crolli, e legata da malta cementizia di scarsa qualità con copertura in lastre di ardesia. La struttura è addossata per uno dei lati lunghi al muro finemente intonacato di un ambiente di cui resta solo l’imposta della volta a crociera. L’analisi preliminare dei reperti ossei e dello scheletro è stata effettuata su base fotografica da Maria Elva Torino dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli: il manufatto così emerso, ha rilevato una deposizione funeraria di un animale, di sicuro un cane deposto accuratamente in direzione S-E/N-O, le cui zampe posteriori sono orientate verso nord-ovest. La zampa posteriore sinistra si trovava distesa sotto il corpo, mentre l’anteriore sinistra era piegata sotto l’animale. Ciò è spiegabile con la posizione assunta da chi ha deposto l’animale: la mano sinistra abbracciava il fianco sinistro del cane; la mano destra “teneva” la zampa sinistra piegata, forse per bilanciare il peso, mentre la zampa anteriore destra era libera da qualsiasi presa. Da ciò si deduce che è stata appoggiata a terra prima la parte posteriore dell’animale. Il cane è stato deposto addossato alla parete nord-est della tomba che presenta un rilievo inclinato della struttura muraria. Desta qualche perplessità la posizione del cranio dell’animale: l’effetto combinato dei rilievi murari presenti sul lato nord-est e sud-est della tomba spiegherebbe il rotolamento della testa dell’animale che presenta ancora le mascelle serrate grazie anche alla parziale mummificazione dei tessuti 12muscolari, ma lo spazio appare troppo esiguo per l’ampiezza del movimento effettuato. Sono ben visibili residui di peli dell’animale a livello della mandibola. Interessanti le testimonianze vegetali presenti soprattutto nella porzione sud-est della tomba: probabilmente i resti di una cuccia o di un panno che avvolgeva l’animale. Il rinvenimento ha un importante valore culturale per la ricostruzione della storia e del patrimonio materiale e immateriale della Villa e soprattutto per l’eredità lasciata da Reid all’interno del monumento, di cui tutt’oggi non si hanno che labili tracce. Le prime analisi antropologiche così effettuate ci inducono a considerare che la deposizione possa essere attribuibile ai resti di un cane. La sepoltura appariva quasi come una sorta di poggio, nascosto alla vista dei più e alle attività della floricoltura, ed è costruita con attenzione e premurosa cura. Questo elemento lascia supporre l’amore che il padrone deteneva per quel cane, il compagno fedele di passeggiate durante i soggiorni ravellesi tra i giardini e le arcate del chiostro moresco. La tomba presenta le facce interne intonacate e un piano di deposizione costituito da un’altra lastra di ardesia quasi a disporre un comodo giaciglio, testimoniato anche dai resti di una probabile cuccia in cui il cane era stato deposto e di cui restano le tracce nella porzione a sud della sepoltura.

IL NUOVO MUSEO

14La Fondazione Ravello ha avviato un progetto più completo per realizzare un polo museale: dopo le meritorie attività di recupero di parte del fondo Reid, il riordino e la catalogazione dei reperti provenienti dagli scavi e ammassati caoticamente, ha ipotizzato l’utilizzo dell’intero volume della Torre maggiore per la realizzazione di un polo museale. Il recupero, la ristrutturazione e l’allestimento di tale volume consentirà altresì di rendere fruibile per la visita anche la parte sommitale della torre, vero e proprio osservatorio privilegiato e inedito del panorama ravellese, con la vista sulla piazza e sull’intero centro storico, nonché dello scorcio orientale della costiera amalfitana. Nell’ambito del rilancio della Villa si inserisce la realizzazione del nuovo Museo di Villa Rufolo. Il progetto che si intende realizzare è finalizzato a migliorare la visibilità e la fruibilità dell’immenso patrimonio culturale presente all’interno del monumento, attraverso una serie di interventi. Il progetto d’allestimento museale prevede un profondo rinnovamento della Torre/donjon – area destinata al Museo, dalla struttura architettonica esterna a quella interna fino ai servizi al pubblico, dai principi su cui si basa l’allestimento delle sale al numero e alla varietà degli oggetti esposti – per riportare uno dei gioielli dell’offerta culturale italiana in linea con gli standard richiesti ad un museo d’avanguardia. L’intervento è finalizzato alla raccolta, alla custodia dei reperti storici all’interno della Torre Maggiore, un unico corpo di fabbrica a forma paralleleipoidale (di misure 9,20×7,80× h. max. 28,00 m), su quattro livelli complessivi e con coperture voltate. La struttura, nata nel XIII secolo, è costruita su un nucleo portante originario in conci di pietra calcarea e con mura perimetrali di elevato spessore (circa 1 metro) e con orizzontamenti formati da splendide volte a crociera. All’esterno, la Torre non presenta gli elementi tipici del torrione da difesa: al secondo piano vi sono due finestre a sesto acuto (bifore) divise da una colonnina in marmo per lato, esse sono sormontate da tre finestre tonde al di sotto di un filare di mattoni rossi, pezzi di tufo e colonnine in terracotta. All’interno invece, la struttura mostra al primo piano delle monofore tompagnate e alcuni evidenti manomissioni agli elevati. Si notano tracce di coloritura negli stucchi delle volte. Al piano superiore si notano gli interventi di restauri strutturali, poiché parte della struttura è tenuta da catene agganciate a piastre visibili all’esterno sulla facciata. Il Museo sarà ospitato sui due livelli della Torre, in un percorso espositivo ascendente che farà anche leva sull’aspetto emotivo del visitatore, ripercorrendo la storia della Villa dalla sua nascita fino all’era Reid, con l’ausilio e la combinazione di strumenti museali tradizionali e di nuove tecnologie. Oltre alla contestualizzazione dei reperti medievali e alla comprensione delle opere d’arte – esposti al primo livello in vetrine o su elementi di supporto illuminati da luce artificiale fredda, come capitelli di reimpiego, grossi veneziani e ceramiche – il percorso prevedrà che il visitatore venga immerso in un contesto spazio-temporale ricreato virtualmente che evochi al contempo atmosfere sia medievali che romantiche. In questa direzione, grazie all’innovazione tecnologica oggi è possibile un’interattività straordinaria fra il visitatore e il reperto: una ricostruzione virtuale della villa potrebbe essere alla base di una “passeggiata nel tempo” con percorsi e approfondimenti personalizzati, in funzione degli interessi, gusti, nazionalità, sesso, età dei visitatori, il tutto in modo veloce, intuitivo e realistico. Si tratterà di una ricreazione d’ambiente, teatralizzata, in cui far parlare i protagonisti della storia di Villa Rufolo in forma di ologrammi, come Landolfo Rufolo, personaggio principale della novella boccaccesca, Richard Wagner, Francis Nevile Reid, oppure di ricostituire virtualmente, ove possibile, le decorazioni originarie come le tramanda Giovanni Battista Bolvito nella sua descrizione cinquecentesca dell’hospitium domorum. Musiche, voci narranti e illuminazioni dinamiche creeranno effetti suggestivi in funzione del racconto delle varie fasi della storia della Villa dal XIII al XVIII secolo, senza tralasciare il momento dell’abbandono e del degrado nella dimora signorile. Il secondo livello del donjon sarà dedicato alla figura di Reid con la sua collezione di quadri di scuola napoletana, la sua biblioteca resa digitale e sfogliabile attraverso monitor touchscreen o addirittura al touch-wall (parete della struttura stessa, resa interattiva tramite le nuove tecnologie), e i suoi interessi per la botanica emergeranno attraverso le proiezioni mappate e le ricostruzioni virtuali sul pavimento, in un tripudio di colori quasi a dare la sensazione di trovarsi nel giardino incantato sognato da Wagner, le cui sinfonie saranno parte del tutto, con le immagini dei concerti wagneriani attraverso sistemi di videowall o proiettori in Full HD. Le immagini dei giorni nostri potranno scorrere lungo i fianchi della scala per l’accesso al terrazzo. Visitare un museo predisposto su un percorso in ascesa può essere faticoso, per questo si è pensato alla fruibilità del terrazzo sommitale, così da poter riposarsi ammirando lo stupendo paesaggio. Sempre sul terrazzo si potrebbe ipotizzare non solo la descrizione dei luoghi attraverso pannelli scolpiti sul bronzo o comunque sul metallo, ma anche una postazione fotografica per una foto-ricordo dal punto più panoramico della Costiera amalfitana.

L’IDEA – PROGETTO 

L’idea progettuale trova il suo concept nella traduzione in architettura e nel ritmo compositivo degli spazi dell’esperienza musicale wagneriana del leitmotiv; le rampe delle scale si inseguono nello spazio soffermandosi sui piani di sosta nei 16quali si svolgono azioni dai contenuti diversi (mostre temporanee, exhibition design, interazioni digitali, proiezioni, sistemi a luci narranti, ecc.). I piani, in tal modo, oltre che necessari per interrompere lo sforzo della salita diventano elementi ritmici e compositivi che frammentano lo spazio permettendo l’affaccio sia sugli ambienti interni a doppia altezza che sull’esterno. Il tutto per favorire l’impressione di leggerezza e verticalità attraverso superfici a più altezze e per conformare un ambiente che possa diventare un percorso museale intrigante e non ordinario. Il ritmo viene cadenzato oltre che da esigenze funzionali (la sosta) anche dalle caratteristiche architettoniche proprie della struttura esistente. Le bifore panoramiche al primo piano, ad esempio, sono elementi attraverso cui i visitatori possono ammirare lo spazio circostante. Ancora più in alto, lo stesso principio si ripete per le bucature circolari, gli oculi, veri e propri “occhi” rivolti al paesaggio da poter fruire per il tramite di piani spazialmente articolati (tra cui un affaccio ad altezza “bambino”). Al termine, lo smonto della scala sul terrazzo superiore, consente un affaccio a tutto tondo sulla Costiera e sui centri abitati limitrofi, punto di arrivo di una promenade architetturale e completamento di un percorso spaziale arricchito di contenuti di vario tipo. Formalmente la struttura di collegamento verticale è composta da un doppio corpo, ruotato mutuamente di 90°; dal piano rialzato fino al primo solaio a volta e da li fino all’imposta superiore. Le prime tre rampe alternate da piccoli piani conducono all’unico grande spazio di sosta del primo 18livello dal quale affacciarsi sul vuoto sottostante; da questo punto una rampa disarticolata e sospesa conduce fino a quello che sarà l’elemento di snodo che porta alla quota superiore. La prima rampa del secondo blocco del corpo scala conduce ad un livello la cui forma poligonale è racchiusa nei tre lati interni della torre, un camminamento al livello delle bifore. La superficie calpestabile copre solo parzialmente lo spazio inferiore per lasciare libera, formalmente e funzionalmente, la parte centrale ed esaltare il concetto di verticalità di cui si diceva, potendo diventare, un affaccio, un palco o una piccola galleria teatrale. La rampa successiva, sospesa nello spazio centrale, smonta su un’area “esplosa” che si distribuisce, secondo piani poligonali multiformi e regolari, sui due lati della Torre a più altezze in funzione della presenza dei “cannocchiali” visuali costituiti dalle aperture circolari. L’ultima rampa è appoggiata su di un piano sghembo attraverso il quale si guadagna l’accesso per gli ultimi scalini che porteranno al terrazzo superiore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torre Maggiore, come sarà

*I testi sono di: 

Giovanni Coppola, (Professore ordinario di Storia dell’architettura, Presidente del Corso di laurea interfacoltà in Restauro dei Beni culturali (LMR/02) dell’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli
Raffaele Cioffi, Architetto, consulente della Fondazione Ravello
Elettra Civale, Archeologo, consulente della Fondazione Ravello
Massimiliano Muscio, Architetto, Dottore di ricerca in Tecnologia dell’architettura
Leopoldo Repola, Architetto, Assegnista di ricerca presso l’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli

Leave a Reply

— required *

— required *

Ravellomagazine è una testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Lucia Serino - Registrazione del Tribunale di Salerno n°9 del 19 marzo 2014. Editing by Fondazione Ravello | p.iva C.F. 03918610654