luglio 24, 2014 | by Emilia Filocamo
Visionaria e appassionata. La scrittrice Kate Laity racconta il suo mondo

Dietro un grande scrittore c’è quasi sempre un bambino con un’immaginazione furente, vivace, un bambino che usa le parole con la stessa abilità con cui altri usano i mattoncini colorati o le bambole. Kate Laity, che divide il suo tempo fra New York e Dundee, autrice di rubriche su quotidiani importanti come The Spectator, scrittrice pluripremiata e conosciuta per vari successi, fra i quali White Rabbit, insegnante di letteratura medievale, autrice di un blog e madre, insieme alla disegnatrice Elena Steiner, della detective Jane Quite, era una bambina piena di fantasia, come lei stessa racconta con disinvoltura, parlando di un mondo di personaggi che non la lasciavano mai in pace.

Kate, quando hai capito che saresti diventata una scrittrice? «Mi è sempre piaciuto inventarmi delle storie. Da bambina, creavo storie come fossero canzoni e ricordo che me le raccontavo incamminandomi verso la scuola. Scrivevo anche storie per i miei amici. Quando avevo dieci anni io e la mia migliore amica, lavorammo ad un libro illustrato, intitolato The Fat Pony, suo padre provò anche a farcelo pubblicare. Non ho idea di cosa parlasse esattamente, ma di certo l’ossessione per la scrittura non mi ha mai abbandonata, era già tutta là».

La prima persona che ha creduto in te? «Ho scritto storie per anni, le accumulavo tutte nella mia scrivania. Poi, finalmente, mi decisi a sottoporre un mio lavoro ad un concorso letterario in cui era giudice Clive Barker, e così ho vinto.  Ricordo che mi scrisse una lettera bellissima, definendo la mia piccola storia piena di uno stile fluido e di dialoghi poetici. Così la incorniciai e la appesi sul muro, era quello il premio vero! Mi ha aiutato a sopportare una marea di rifiuti».

Che cosa, secondo te, rende uno scrittore valido e cosa lo rende invece eccezionale? «Uno scrittore valido deve tenerti incollato alle pagine con la solita, antica domanda: e adesso, cosa succede? Uno scrittore eccezionale ti tiene ugualmente incollato alle pagine, ma ci mette la poesia. Alla fine ti metti a sottolineare le sue frasi, le condividi con i tuoi amici, in verità adesso più che altro le frasi si twittano con il resto del mondo!».

Esiste una formula per diventare un autore di bestseller? «Se esiste, io di certo non la conosco! Mi è sempre stato detto che sono un tipo eccentrico. Mi piace scavalcare le regole, oltrepassare i confini fra i generi. E’ forse la ricetta per l’oscurità, ma è il modo in cui la mia mente lavora. Il successo, il grande successo è nel destino. È imprevedibile».

In genere tutti gli esordi sono complicati per gli scrittori, con tantissimi rifiuti da parte delle case editrici: è successo anche a te? «Assolutamente si. Ecco perché credo che Octavia Butler avesse ragione quando sosteneva che l’ostinazione è molto più importante del talento. Molte persone di talento si convincono che stanno sprecando tempo, molti altri lavorano sodo e sviluppano il talento con il tempo ma è la perseveranza che poi li porta al successo».

Tu attraversi generi letterari molto diversi fra loro, ma qual è quello dominante? «In questo momento il noir è quello che tiene in pugno la mia immaginazione. E’ la combinazione perfetta di una storia interessante con la possibilità di creare tuttavia un ambiente piuttosto vario, quasi lunatico. E’ affascinante vedere la facilità con cui le cose si dividono. Tutti i personaggi sembra che facciano solo decisioni sbagliate, ma non sempre sono consapevoli dell’esistenza di altre possibilità. Vedono solo limiti e difficoltà».

Fra tutti i libri che hai scritto, ne hai uno preferito? «In questo momento White Rabbit è molto presente nella mia mente, forse perché sto pensando a due libri che sono correlati a questo. Non si tratta di sequel, piuttosto di due prequel, relativi ai due personaggi che giocano il ruolo principale, ma senza rivelarne tutti i segreti, sebbene i personaggi non dovrebbero mai rivelare i propri segreti».

Da cosa trai ispirazione quando inizi a scrivere un libero? Sei guidata da un’emozione, da un incontro o da un ricordo? «Mi piace pensare che i libri vengano da tutte le direzioni. Io sono conosciuta per il fatto che spesso utilizzo i titoli delle canzoni o addirittura i testi come punti di partenza per le mie storie. I miei due romanzi attuali. Extricate e Throw The Bones, che ho firmato con il nome di Graham Wind, traggono i titoli dalle canzoni di una band di Manchester, The Fall. Un nuovo romanzo a cui sto lavorando, prende invece il titolo da una canzone di Robyn Hitchcock. White Rabbit comincia con la frase “etere luminoso” che io scrissi di getto mentre ero ad una presentazione a Hackney in cui si parlava dei treni fantasma. Io trovo che siano assolutamente ispiranti anche le favole».

Quali sono i tuoi scrittori di riferimento, anche del passato? «Ce ne sono tantissimi, alcuni includono i poeti di Beowulf, poi Marie de France, Aphra Behn, Christopher Marlowe, Jane Austen, Charlotte Brontë, Elizabeth Gaskell, George Eliot, Dorothy Parker, Dorothy Hughes, Patricia Highsmith, PG Wodehouse, Winifred Watson, Shirley Jackson and of course Clive Barker. C’è una festa selvaggia nella mia testa».

Quali sono i problem principali del mercato dell’editoria oggi? Ritieni che sia più complicato trovare una propria strada nel mondo della letteratura per un giovane scrittore sconosciuto? «Abbiamo attraversato un periodo caratterizzato da tanti successi per un piccolo numero di scrittori, ma non c’è dubbio che le cose siano cambiate. C’è tanta competizione e c’è tanto da leggere ed è assolutamente complicato riuscire a farsi notare».

Cosa pensi degli ebook? Credi che un libro vero sia ancora quello “in carne ed ossa”? «Sai non credo che il problema siano la distribuzoine o il formato. Poiché viaggio molto, adoro gli ebook perché posso mettere in valigia un’intera biblioteca ma amo i libri come oggetti da sentire, toccare, sono opere d’arte. Tuttavia, alla fine, è la storia che fa durare per sempre un libro, pensa a Beowulf!».

Puoi parlarci dei tuoi prossimi progetti? «Sto lavorando ad una storia di fantasmi, e sto anche scrivendo un altro noir di cui non so ancora se sarà un romanzo o una novella».

Sei mai stata in Italia e hai un autore italiano preferito? «Io adoro l’Italia, ci sono stata e la trovo straordinaria in tutto: dal clima alla storia, dall’arte al cibo. Il mio alter ego, C. Margery Kempe, vive un’avventura erotica nel romanzo One Night in Rome che è uscito martedì 22 luglio edito da Tirgearr Publishing ed ha una scena importantissima proprio a Villa Borghese e un particolare riferimento ai carciofi. La mia scrittrice italiana preferita è Alessandra Bava che mi ha fatto da guida a Roma. Mi ha fatto scoprire lei tutta la magia della città eterna».

Esiste una parola guida che porta nei tuoi romanzi tutte le altre? Voglio dire, esiste una sorta di parolina magica quando cominci a scrivere, una specie di “c’era una volta”? «Poppy Brite definiva la scrittura una caduta nel buco della pagina. Io credo che scrivere sia esattamente questo: diventiamo un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie e i mondi che inventiamo ci appaiono molto più reali di quello che ci sta intorno».

Cosa suggeriresti ad un aspirante scrittore? «Gli consiglierei di scrivere ma solo perché sente la necessità di raccontare delle storie, e non di certo per i soldi, per il successo o nella speranza che qualcuno si accorga di lui. Spesso penso a William Blake, un genio che era apprezzato da pochissimi. E’ morto con la paura che nessuno avrebbe mai capito il suo mondo interiore. C’è voluto un bel po’ di tempo perché il mondo si accorgesse di lui. Un aspirante scrittore deve provare piacere nello scrivere perché quello potrebbe essere l’unico successo di cui godrà».

Sei anche un’insegnante. Quanto c’è dell’insegnante nei tuoi libri? «Imparo tantissimo dall’insegnamento, la mia scrittura migliora di volta in volta. Spesso ci esercitiamo insieme e questo li aiuta a comprendere che anche uno scrittore noto e pubblicato, deve lavorare sodo».

Il libro sul tuo comodino in questi giorni? «Sto leggendo delle biografie, ma ho anche una pila di romanzi che dovrei leggere. Solo che, quando scrivo, evito di leggere e in questo periodo sto scrivendo molto».

Un’ultima domanda Kate: se non fossi diventata una scrittrice saresti? «Sarei perduta».

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