maggio 2, 2015 | by Emilia Filocamo
“Viva il Ravello Festival, viva Ravello, viva il Sud e la vita!” in esclusiva Tony Sperandeo dal set campano del nuovo film di Alfonso Bergamo: il Ragazzo della Giudecca

Ci sono due parole d’ordine per questa intervista, tutte e due cominciano con la lettera s: Sud e silenzio. Il Sud è quasi una deformazione professionale sin dalle prime battute di questa chiacchierata speciale, perché il protagonista è Tony Sperandeo. Con lui il sud diventa leitmotiv, ragione, malinconia, rabbia, anche piuttosto colorita, famiglia, ricchezza, conquista, saccheggio, fiducia mal ripagata. E poi la seconda è silenzio, perché quando raggiungo al telefono il noto attore in un misto fra imbarazzo e gioia, Sperandeo si scusa per il fatto che parlerà con un tono di voce bassissimo, visto che è sul set de Il Ragazzo della Giudecca, il nuovo film di Alfonso Bergamo, girato fra Siracusa e la Campania, a Battipaglia e che racconta la storia di Carmelo Zappulla. L’intervista diventerà quasi una sorta di sussurrato, in cui anche io, per adattarmi al tono, abbasserò la voce, cercando di non farmi sfuggire nulla. Un sussurrato in cui l’accento palermitano del protagonista, accento di arabi, “vucciria”, merlature e predoni, di arance scuoiate dallo scalpo rosso e sanguinoso, di caldo ed afa, di difficoltà e bellezza che non sa arrendersi, di contestazione, di riscatto, di potere e poteri risuonerà come un mantra.

Signor Sperandeo, ci parla del suo ruolo nel film di Alfonso Bergamo e di come si trova sul set, qual è il clima che si respira? Io sono un Pm duro, anzi durissimo che vuole vincere a tutti i costi, anche se poi perderà. Mi piace questo personaggio, e per quanto riguarda il set, il regista è pignolo da paura, ho fatto tanti film, tanta tv, ma Bergamo è di una cura nei dettagli estrema. E va  benissimo così.

Lei ha interpretato tanti bellissimi ruoli da meridionale, ruoli indimenticabili che sono rimasti nell’immaginario collettivo, ma qual è il suo rapporto con la sua terra d’origine, con la Sicilia?  Mi manca, vivendo a Roma, sicuramente mi manca. È un rapporto di amore ed odio, la adoro ma mi fa anche rabbia, di tanto in tanto ricordo ai miei conterranei ed amici siciliani che noi abbiamo tutto, abbiamo l’agricoltura, abbiamo il grano, il petrolio, il clima, eppure dobbiamo sempre faticare il doppio e pagare qualcosa come se avessimo colpa. Noi siamo la culla del Mediterraneo eppure ogni tanto ce lo dimentichiamo, la Sicilia è una grande meretrice, in cui hanno saccheggiato tutti, dagli arabi agli spagnoli. Il nostro problema più grande è che diamo troppa fiducia al prossimo e poi, puntualmente, restiamo fregati.

Una carriera come la sua forse rende inutile la domanda, ma c’è un sogno che Tony Sperandeo non ha ancora realizzato? No, ho realizzato un po’ tutto, forse quello che ancora mi resta è fare una regia importante, ma ormai, tutti quanti fanno i registi. Ecco, io vorrei girare un lavoro capace di restare nella memoria delle persone, qualcosa di emblematico.

Un suo pregio ed un suo difetto? Il pregio è che so chiedere scusa, il difetto forse è che non so contare fino a dieci.

Dunque è un impulsivo? Diciamo che mi guardo intorno, non mi fido facilmente, sto sempre sul chi va là.

Cosa la aspetta una volta terminate le riprese de Il Ragazzo della Giudecca? Mi aspetta un set a Milano, l’opera prima di un regista, il titolo è Amo la tempesta.

Tony Sperandeo ha qualche rimpianto? Ogni tanto pensa che, se potesse tornare indietro, non rifarebbe qualcosa? Assolutamente no, nessun rimpianto.

Le posso chiedere una dedica per il Ravello Festival? Conosco la Costiera Amalfitana, sono stato ad Atrani 15 anni fa per girare un film dei fratelli Vanzina, in realtà il film era ambientato in Sicilia ma le scene erano girate ad Atrani. Al Ravello Festival faccio un grandissimo in bocca al lupo. Viva Ravello, viva il Ravello Festival, viva il Sud e viva la vita!

Alla fine dell’intervista con Sperandeo, mi accorgo che questo è l’unico istante in cui il grande attore ha alzato la voce, senza curarsi del set intorno, del probabile indice sulle labbra che si sarà sollevato da più direzioni. Perché è così per chi nasce con la circoncisione del Sud nell’anima: ci si accalora, che se ne parli bene o male, si fanno tante storie, si notano tante cose che non vanno, ma poi ci si scalda, emoziona, ci si infervora. Sarà colpa del sole, del caldo, dell’afa, saranno le ore di luce più durature, la mitezza del clima. Saranno i predoni ed i saccheggiatori. Sarà che sud e silenzio non vanno proprio d’accordo, come i due estremi, come i poli opposti di una potente, sensuale calamita.

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