luglio 5, 2015 | by Emilia Filocamo
“Voglio fare di questo mestiere il mio destino” l’attore Alexander Stuart si racconta

Quando penso ad Alexander Stuart, attore anglo-italiano, con il quale, grazie ad una passione che abbiamo in comune, lui come artista, io come semplice scrittrice di storie ed avventure di talenti che animano il cinema, penso a Roma. Alla Roma non solo della storia, la Roma vittoriosa ed invincibile per usare due aggettivi con la stessa radice, penso alla Roma dei grandi artisti, della dolce vita, dei flash, non quelli hitech degli smartphone di ultimo conio, ma alla Roma delle giornate di sole, a Cinecittà e alle controfigure in pausa, agli attori beccati in un momento di relax  privato, inseguiti magari in una delle tante vie del centro o all’angolo con una via dal pedigree meno nobile. E questo pensiero mi viene spontaneo, mi rima in mente con il suo nome e cognome non solo perché ho incontrato personalmente Alexander Stuart ed il suo entusiasmo, oltre che il suo talento, in una delle vie più importanti di Roma, la lingua sacra di Via della Conciliazione che si insinua come una vena nel ventre più importante ed eterno della città, ma anche perché tutto nella vita di Alexander Stuart, dalle coincidenze alla famiglia, dalla passione ai segni del destino, fa rima con Roma, mi si perdoni questo gioco di parole, questa assonanza e poi, soprattutto con cinema. Intervistarlo non è stato semplice, attenzione, non perché lui non fosse disponibile, anzi, Alexander Stuart è un artista generoso che si predispone curiosamente ed in controtendenza a tutti gli altri. Non è stato semplice perché il grande rispetto e l’ammirazione che ho maturato per questo artista mi hanno messa quasi a disagio, per un istante, un disagio dal quale i suoi racconti, mi hanno sollevata agevolmente. Abbiamo scelto una domenica pomeriggio per questa intervista, giorno insolito, anche quello.

Alexander, mi hai detto che ti sei sempre occupato di comunicazione in qualche modo. Dunque ti chiedo: il cinema perché? Perché è il tuo modo di comunicare appunto, un’esigenza di fondo del tuo essere che ti spingeva in questa direzione? La prima volta in cui ho capito che volevo fare l’attore, è avvenuta piuttosto presto, a 7 anni. Avevo appena fatto una recita a scuola, ero con mia madre con la quale, subito dopo, siamo andati dal parrucchiere. Io avevo interpretato un contadino nella recita scolastica quando la parrucchiera mi vide con il viso ancora sporco per la parte interpretata, me lo fece notare, premesso che a me non importava, anzi! Io le spiegai il motivo di quel trucco ed in quel momento mi resi conto che ero orgoglioso di quella parte come se avessi avuto addosso delle mostrine, o dei gradi da ufficiale. Poi il resto appartiene alle storie, tante, della mia famiglia. Mia nonna era amica di Marcello Mastroianni, Rossella Falk aveva fatto teatro con la grande Giulietta Masina e fu proprio la Masina a dirle di continuare, conobbe Alberto Sordi, Aldo Fabrizi e Garinei. Poi scelse di fare la farmacista, lasciando ogni velleità artistica, compreso il pianoforte. Forse ho mutuato proprio da lei questa grande passione per la commedia all’italiana dei grandi quali De Sica o Walter Chiari, o il grande Mario Monicelli, che ho avuto la fortuna di conoscere. Anche mio padre ha avuto un trascorso, seppur breve nell’ambito del cinema. Mio nonno che per me è stato una guida stimolante, frequentava il Centro Sperimentale di Cinematografia, oltre ad essere un pittore ed un appassionato di scrittura. Ma tutti si sono fermati un attimo prima, o hanno dirottato le loro esistenze verso altri interessi. Io ho deciso di andare avanti, per loro, per me. I loro racconti mi hanno spinto a continuare, voglio fare di questo mestiere il mio destino anche se, essendo un sensibile per natura, questo spesso mi costa fatica. Ma fortunatamente a differenza di molti attori non sono un timido. Anzi. Mi piace osservare gli altri, imitare.

E poi ci sono stati dei segni inequivocabili del destino, giusto? Già, direi di sì. A 21 anni ho scoperto di avere un fratellastro, incontrato poi quando ne avevo 25, Jonas Daniel Irvall, attore scandinavo molto conosciuto nel suo paese. Ecco, siamo cresciuti a distanza, per poi incontrarci da adulti e scoprire di aver coltivato la stessa passione, si vede che è nel DNA! È stato mio padre a dirmi della scuola di Giulio Scarpati, intanto avevo anche fatto un corto a 23 anni per Uno Mattina, grazie a Laura Chimenti, mia collega di università, insieme ai miei due migliori amici. Poi è stata la volta appunto della scuola di Giulio Scarpati e Nora Venturini, dove sono entrato ovviamente con un provino e da lì ho fatto dei stage con Diana Dei, Giancarlo Giannini, Ennio Coltorti, Anna Strasberg, Silvia Luzzi e Mauro Pini. La mia prima fiction “Ferrari”, l’ho girata con il regista Carlo Carlei.

Hai un curriculum corposo, ma c’è un’esperienza a cui sei legato maggiormente? Sicuramente quella che mi è stata data da Michele Abatantuono, sceneggiatore delle “Le Tre Rose di Eva 3” che mi ha permesso di interpretare l’avvocato Alfa, un ruolo assolutamente nuovo per me, serio. Tra i vari personaggi che ho interpretato ci sono, un ufficiale di Marina mercantile, un magnaccia delinquente, un giornalista gay, l’assistente di un produttore in Orgoglio, un medico, eccetera. Ma con Le Tre Rose di Eva 3 ho scoperto un altro me anche perché il personaggio dell’avvocato Alfa è molto ben scritto. Ho perfino imparato un nuovo modo di muovermi. Ecco a tal proposito il mio sogno sarebbe quello di interpretare un delinquente/buono, mi si perdoni l’ossimoro, un malandrino di borgata oppure un soldato italiano in Afghanistan. E fra i miei sogni c’è anche un film in costume medioevale girato nella bellissime foreste abruzzesi.

Da artista secondo te il cinema è ancora Roma? Sicuramente non è più la Roma di prima, da questo punto di vista, ma comunque Roma ed il cinema sono in un rapporto di osmosi costante.

Quindi la tua famiglia non ti ha mai osteggiato in questa scelta artistica? No, assolutamente, mio zio Andrea mi fece le prime foto e mia madre e mio zio Piero che mi pagarono la scuola di recitazione, mi chiesero solo di laurearmi e infatti l’ho accontentati laureandomi in Scienze della Comunicazione con un master in geopolitica, poi ho fatto anche l’assistente universitario, oggi sono un giornalista pubblicista.

Sei una persona estremamente energica, piena di voglia di fare e di entusiasmo. Questo lo trasferisci anche nel tuo lavoro? Non amo stare con le mani in mano, oggi un attore rischia di rimanere anni senza recitare, ecco perché secondo me bisogna avere due lavori, ad esempio come Vinicio Marchioni , lui è anche un ristoratore. Io come primo lavoro mi occupo di comunicazione e pubbliche relazioni. Una delle cose più belle che mi ha detto il produttore Giannandrea Pecorelli quando mi scelse per Bar Sport fu che la mia forza non era il fatto che ero studioso o preparato ma che mi divertivo nel recitare! D’altronde lo stesso Giannini ha sempre detto “cosa c’è di più bello che divertirsi ed essere pagati”. Prendo molto professionalmente tutto quello che caratterizza il set, anche i tempi morti in camerino li sfrutto, per studiare, osservare, leggere. Tutto questo me lo ha trasmesso la casting Rita Forzano dandomi dei consigli importanti!

Qualche progetto puoi anticiparlo o resta top secret? Sono in attea di una notizia, è un progetto, una sfida, una scommessa. Intanto creo serie sul web con un collega.

Un tuo pregio ed un tuo difetto? Diciamo che coincidono. La mia ansia è sicuramente un difetto quando mi sorprende magari sul set ma nel contempo è anche un pregio perché la trasformo in benzina, in adrenalina che mi carica sul lavoro.

Con chi vorrebbe lavorare Alexander Stuart? Mi piacerebbe lavorare al fianco di Pierfrancesco Favino che considero il mio modello, diretti da Michele Placido o Stefano Sollima.

Chi senti di ringraziare oggi? Ringrazio la mia amata famiglia non avrei fatto tanto senza di loro, poi Luigi Gallone, Rita Forzano, Stefano Pica, Giannandrea Pecorelli, Michele Abatantuono, Nicoletta Fattibene,  Mauro Pini, Claudio Gregori, Daniele Falleri, Tommaso Busiello, Fabrizio Bucci e Stefano Rabbolini per il rispetto che dimostra verso la strana razza degli “attori”. Tutti quelli da cui ho imparato e che mi hanno dato opportunità e possibilità di dare prova della mia passione.

Alexander cambieresti qualcosa del tuo percorso artistico? Non cambierei nulla, sin da bambino ho scelto cose che in quel momento mi sembravano giuste e tutto quello che ho fatto, passo dopo passo, mi ha portato dove sono adesso, all’avvocato Alfa e a tante altre esperienze importanti. Sono stati tutti i mattoni del mio percorso. Io non aspetto l’occasione, cerco di crearla con entusiasmo, di fare ciò che mi fa stare bene, ho avuto la grande occasione di chiacchierare con, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli (il regista del mio film preferito Romeo e Giulietta), Meryl Streep, Virna Lisi, Al Pacino, Giancarlo Giannini, Viggo Mortensen, Sylvester Stallone, Willy Smith e il mitico Richard Gere.

Come ti vedi fra 20 anni? Mi darò sempre da fare, non so se continuerò a fare quello che faccio, ma sono certo che non smetterò di crederci e di metterci entusiasmo. Sono convinto che ci siano tanti treni, per tutti, che passano  e bisogna solo saperli prendere.

L’intervista con l’attore Alexander Stuart si chiude qui, me lo immagino ad aspettare uno di quei treni e me lo immagino mentre cede ad un altro quel treno, con la generosità che lo contraddistingue. E questo è il finale per l’Alexander Stuart attore. Per l’Alexander Stuart amico, dico che la nostra chiacchierata è finita alle 14.55 di una domenica pomeriggio, giorno insolito per un’intervista, e che Alexander mi ha confessato di essersi emozionato. Poi sono seguiti dei messaggi in cui mi ha precisato il nome di suo fratello, attore scandinavo, la sua preferenza per i film western. Come se avesse ancora da dire. Da raccontare. Deve essere questa la passione per ciò che si fa, quella autentica. Una storia d’amore senza fine, un ti voglio bene che continui a ripetere e che ti sembra di non aver mai detto nel modo giusto.

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