dicembre 30, 2014 | by Emilia Filocamo
“Volere è potere, e se si ha un sogno, non bisogna fermarsi davanti agli ostacoli” Mino Sferra racconta i suoi esordi, gli anni all’Actor’s Studio con Al Pacino e quella volta che nella sua Teano gli tolsero il ruolo

È un’intervista che sa di buongiorno quella con l’attore Mino Sferra, ciò è dovuto sicuramente alla solita discrepanza di ritmi esistente fra la mia giornata e quella degli artisti che ho l’onore di intervistare. Sono quasi le 12: Mino Sferra, causa un impegno lavorativo che lo ha tenuto in piedi fino a tardi, si è appena svegliato; ha ancora intorno il profumo della colazione mentre io quasi mi preparo per il pranzo. La nostra chiacchierata spazia dai contorni campani che ci accomunano ai mostri sacri dell’Actor’s Studio e nella mezzora abbondante in cui parleremo, l’attore riuscirà a catapultarmi in una sorta di “universo parallelo” fatto di ruoli importantissimi, prove di talento, nomi altisonanti del cinema d’oltreoceano, formazione, costanza, insistenza e voglia di realizzare il proprio sogno. Un fiume impetuoso che fra dizione, Amleto, assi del palcoscenico, New York e Teano, mi travolgerà nel vero senso della parola, ma accompagnandosi sempre alla calma e alla padronanza di se che la voce di Mino Sferra veicola con grande sicurezza.

Teatro, cinema e tv: ma dove Mino Sferra si sente davvero a casa? Si tratta di tre cose completamente diverse. Il posto in cui sono nato e dove sento di più è sicuramente il teatro, anche come prima formazione, tutti veniamo dal teatro e poi, normalmente, dopo si passa al cinema e  alla tv. Il teatro è sicuramente il mio primo amore, non a caso quando ho bisogno di sentirmi addosso il pubblico, torno al teatro. Al cinema il rapporto con gli spettatori è diverso: è un rapporto visivo, mentre a teatro c’è contatto e, entrando sul palcoscenico, avverti l’energia, riesci a chiamarti l’applauso, coinvolgi il pubblico. È tutta una questione di concentrazione: al cinema è più facile perdere in concentrazione, soprattutto perché non c’è continuità recitativa, un ciak può essere ripetuto tante volte, a teatro, invece, entri in un personaggio e devi sentirtelo addosso per tutto lo spettacolo, se perdi ritmo il pubblico se ne accorge subito.

Visto che siamo in argomento, lei che è anche direttore artistico della Scuola di Teatro Menandro, come giudica la situazione attuale del teatro italiano e cosa si potrebbe fare per sostenerlo di più? Purtroppo in Italia il teatro è in grave disgrazia, perché si ritiene, ed è assurdo, come ha detto un nostro politico, che la cultura non paghi. Io dico invece che è proprio la cultura quella che paga. In Italia non c’è sufficiente competenza e la cultura è sempre stata ritenuta un veicolo di serie B. Molti ragazzi credono che la chiave del successo sia partecipare ad uno dei tanti reality che ci bersagliano, mentre per fare teatro c’è bisogno di formarsi seriamente, di studiare recitazione e, soprattutto, dizione. Io sono un tecnico della dizione italiana, circa dieci anni fa ho anche scritto un libro in proposito: “Parlare Correttamente” un manuale di pronuncia che utilizzo nei corsi universitari in cui insegno. Troppo spesso dimentichiamo che l’italiano è la lingua più musicale e ricca di armonie rispetto ad altre lingue, non a caso il bel canto nasce in Italia, anche se spesso tendiamo ad imbarbarire la nostra lingua, cosa che altri paesi non permettono. Parlare bene non è un vezzo o una forma snob, ma una vera e propria disciplina; parlare bene, significa comunicare in modo chiaro e corretto, conoscere sia la tecnica vocale che la consapevolezza di esprimersi attraverso la parola, nella sua interezza in modo preciso e naturale. Tornando al teatro, purtroppo anche qui a Roma prolificano tante scuole e scuolette che sono rette da persone che non hanno la giusta competenza e che non hanno le qualifiche necessarie, così i risultati sono quasi sempre mediocri. Nel nostro Paese le scuole che danno una formazione giusta si contano sulle dita.

La sua esperienza all’Actor’s Studio cosa le ha permesso di imparare e quali differenze le ha fatto notare? In Inghilterra e negli Usa c’è un’organizzazione precisa, sistematica, e questo l’ho potuto sperimentare appunto negli anni in cui sono stato all’Actor’s Studio di New York. Venivo dall’Accademia di Arte Drammatica Pietro Scharoff, ricordo che nell’82, i direttori dell’Actor’s Studio erano Ellen Burstyn ed Al Pacino, e mi dissi che l’anno successivo sarei andato a studiare lì, e così fu. Allora era presidente Paul Newman ma veniva raramente, mentre sua moglie era spesso presente, la splendida Joanne Woodward, una delle donne più belle che abbia mai visto e conosciuto. Quando arrivai lì con tutti i miei requisiti e la lode in recitazione e regia, credevo di essere preparato; Ellen Burstyn, appena mi vide, mi chiese subito di mettermi alla prova. Avevo preparato un monologo di Pirandello in inglese e poi il famoso monologo di Amleto e la Burstyn si sorprese che un giovane attore italiano si cimentasse con Shakespeare. Ma soprattutto rimase colpita dal mio accento british, che avevo imparato con delle audio-cassette con la voce di Lorenz Olivier che era e rimane il mio attore preferito. Sono stato allievo di Shelley Winters, che fu la seconda moglie di Gassman, con lei ho studiato il teatro americano: O’Neill, Williams, Miller e mi sono reso conto che avevo ancora molto da imparare. Ho studiato e sono un sostenitore del metodo Stanislavskij ma ho imparato che se nel dramma puoi calarti completamente, al 100% in un personaggio, nella commedia, se si pensa troppo, si finisce con il perdere il ritmo del personaggio, perciò bisogna essere più liberi ed immediati. Poi ho frequentato anche la scuola Herbert Berghoff Studio, completamente diversa dall’Actor’s Studio, organizzata con una miriade di corsi diversi. Lì ho studiato recitazione con l’attore William Hickey, che aveva fatto sempre il docente di recitazione, fino a quando non ottenne il ruolo del padre di Angelica Huston ne “L’Onore dei Prizzi” e diventò famoso a 70 anni. Più tardi venne anche scelto per il ruolo dell’eretico ne “Il Nome della Rosa”. New York mi ha dato tanto, anche il ruolo importante di un italoamericano in un film mai uscito in Italia “Fly into a rage”, in cui interpretavo Nick e in cui ho imparato la presa diretta in inglese. Noi italiani all’estero possiamo fare solo ruoli da europei, mai da americani, mentre nel nostro paese spesso gli attori americani fanno la parte di italiani; questo perché il sindacato che tutela gli attori negli USA è molto forte. Appena tornato in Italia ho cominciato a girare film in lingua inglese, come “Buck ai Confini del Cielo” al fianco di John Savage, dove ho dovuto recitare con un accento canadese dell’800 che ho studiato con una speech coach madrelingua. Negli anni a venire ho fatto molti film per il cinema e la televisione tra i quali Il Barbiere di Rio di Giovanni Veronese, Naja, La ragazza del metrò, i Vicerè, solo per citarne alcuni e ancora La Piovra 7, Distretto di Polizia, Un posto al sole, l’Angelo Nero, Il bello delle donne, Camici bianchi, Ris e poi molte pubblicità, radio, doppiaggio etc.

Prossimi lavori? Ho finito da poco di girare un docufilm: “Terra Bruciata” sul nazismo; credo che i lavori termineranno definitivamente in primavera, visto che da poco si è aggiunta un’altra scena alla quale stiamo lavorando. Poi ho appena terminato di girare un corto di un regista emergente sul tema della dolce morte intitolato “Hotel Bellevue”. Interpreto il protagonista, un dirigente caduto in disgrazia che perde tutto (tema di grande attualità) e riceve una strana cartolina che pubblicizza una clinica svizzera dove pagando quindicimila euro, si può morire. Sicuramente il corto andrà ad alcuni festival. Riguardo al teatro, ho iniziato le prove di uno spettacolo che debutterà a Roma a marzo: “Il Dio del massacro”, tratto dall’opera teatrale di Yasmine Reza, grande successo a Broadway, che al cinema è uscito con il titolo: “Carnage” diretto da Polanski, con Jodie Foster. Nella versione teatrale italiana della commedia interpreterò il ruolo del marito.

E poi c’è “Shakespeare in obitorio”. A Milano replicheremo “Shakespeare in obitorio”, una commedia meta-teatrale brillante di grande successo sia di critica che di pubblico (abbiamo registrato ovunque il tutto esaurito). È la storia di un attore inglese protagonista in Italia di Riccardo III di Shakespearere che la sera prima del debutto muore incidentalmente. Il suo corpo viene portato nell’obitorio comunale dove fa servizio Sesto, un becchino napoletano tifoso del Napoli interpretato da Fabian Grutt. Io faccio irruzione nell’obitorio nei panni di Tom Berenger, regista e produttore dello spettacolo, seguito subito dopo da Renata, la protagonista femminile interpretata da Roberta Cataldi. Le conseguenze catastrofiche ed economiche dell’annullamento dello spettacolo fanno balenare nella testa dei teatranti, una soluzione surreale ed esilarante: trasformare il malcapitato becchino nel protagonista del Riccardo III in una sola notte. Fra gag, equivoci, scambi di ruolo, travestimenti e autentici momenti di puro divertimento. Un’ora e venti di spettacolo senza interruzione. Come dicevo, lo spettacolo farà alcune tappe a Milano, ma anche Viterbo, Cassino e altre località da destinarsi il prossimo anno. Per il cinema aspetto notizie per un progetto importante, ma non dico nulla per scaramanzia.

Conosce il Ravello Festival e, in genere, che musica ascolta nel tempo libero? Sono stato in vacanza a Ravello, conosco il Festival che ormai ha una risonanza internazionale, ma non ho mai avuto il piacere di parteciparvi. Adoro la musica classica ma anche quella moderna, mi piace andare da un estremo all’altro, da Mozart ad Eminem. La musica non conosce intolleranze, mette tutti d’accordo, non è né bianca né nera, è una lingua universale. L’altra mia passione è la lettura: ho la casa zeppa di libri, perfino nelle camere dei miei due figli, Lorenzo ed Angelica. Di solito quando in estate vado in vacanza, porto con me sempre 3 libri, uno filosofico, uno di narrativa ed un altro più leggero. I libri sono i miei compagni di viaggio. I testi teatrali poi, li leggo tutto l’anno.

Gli altri hobby di Mino Sferra e cosa proprio le fa perdere la pazienza? Perdo la pazienza davanti all’ignoranza, come ignorare le cose, come non voler ascoltare. E non tollero nemmeno l’arroganza, poi per il resto sono abbastanza aperto, curioso, mi piace capire perché le persone abbiano determinati comportamenti o atteggiamenti, mi piace indagare, ho una curiosità quasi maniacale, che fa parte del mio DNA, e forse per questo faccio l’attore, uso la curiosità come baluardo. Poi amo suonare la chitarra; riguardo allo sport, mi piace molto giocare a tennis, andare a cavallo, ogni tanto una partita di calcio, e adoro sciare.

Qualche rimpianto? No, non credo di averne, forse… che ho pochi capelli! Scherzo. Nel mio piccolo sono riuscito sempre a perseguire e a ottenere quello che volevo fare.

Ci racconta i suoi primi passi da attore? Sono nato a Teano e da bambino rimasi affascinato da una commedia di Eduardo che davano in televisione: “Natale in casa Cupiello”, ho cominciato a fare teatro sin da bimbo, ma poi ebbi la mia prima delusione: recitavo in una piccola compagnia della parrocchia ed arrivò un altro che vi aveva recitato e che mi rubò il ruolo ne “L’arte della Commedia” di De Filippo. In quel momento decisi di non recitare più, e dissi alla mia compagnia che non avevano capito niente. Appena maggiorenne, decisi di andare a Roma a studiare recitazione. I miei non erano d’accordo, all’inizio, temevano per me. Mio padre, aveva una gran bella voce da tenore e ha accompagnato la mia infanzia e quella dei miei tre fratelli, cantando in ogni occasione che gli si presentasse, oppure gli bastava una bombetta e un bastone per improvvisare qualsiasi personaggio. Anche lui a suo modo era un artista ma aveva dovuto soffocare i suoi sogni e la sua passione per il canto per mantenere la famiglia. Io sono sempre stato un ribelle, eravamo quattro figli, tre maschi e una sorella, ed io sentivo che Teano mi stava stretta, volevo fare l’attore. Approfittando di una relazione adolescenziale con una ragazza di Roma che nei mesi estivi veniva dai nonni a Teano, a settembre dissi ai miei che andavo quindici giorni in vacanza da lei a Roma. Era una bugia, ci eravamo lasciati e anche se non conoscevo Roma, avevo deciso di trasferirmi lì per fare l’Accademia di Arte Drammatica. E così è cominciato tutto. Quando mio padre venne a vedermi a teatro la prima volta, interpretavo Malvolio ne “La dodicesima notte” di Shakespeare: vidi i suoi occhi azzurri lucidi, si era emozionato e capì che era quella la mia strada, anzi forse mio padre vide realizzarsi in me tutti i suoi sogni.

Cosa consigli ai giovani che vogliono intraprendere la tua strada? Essendo anche un docente di dizione e recitazione presso la Scuola di Teatro “Menandro” e quindi un formatore, ciò che consiglio è che se si ha un sogno, non bisogna tenerlo chiuso in un cassetto. Consiglio di non fermarsi davanti agli ostacoli, che sono una componente essenziale della vita, anche perché gli ostacoli ci saranno sempre e bisogna superarli. Volere è potere, il maggiore ostacolo per noi, spesso siamo noi stessi. Io da un piccolo paese sono arrivato a New York, dove ho creato una mia compagnia la: “The Sferra Theater Company”, una compagnia bilingue con cui ho portato al successo due opere di Pirandello. È stato bello vedere sul giornale italo-americano degli Stati Uniti “Il progresso” una bellissima recensione del mio spettacolo come attore, regista e produttore, un articolo ripreso dal Mattino di Napoli a me dedicato, intitolato “La Favola di Mino Sferra. A New York sull’onda del successo” esposto nella bacheca del Comune di Teano. Sono piccole soddisfazioni! Bisogna avere coraggio e costanza sempre e non mollare mai!

L’intervista con Mino Sferra si chiude qui e mi chiedo cosa avranno mai pensato dopo tanto successo gli insegnanti della piccola compagnia teatrale di Teano che gli tolsero il ruolo.

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